IN TUTTI I SENSI COME L'AMORE, DI SIMONA VINCI, TREDICI RACCONTI ATTRAVERSO LA MEMORIA DELLA PERCEZIONE

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In tutti i sensi come l'amore (1999)


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Simona Vinci, In tutti i sensi come l'amore
Einaudi Tascabili, 1999
Stile Libero, 195 pp.
Euro 7,23

«In tutti i sensi come l’amore
in tutti i sensi. Per di più le ore sono passate
solo le ore. Avevano una lama affilatissima
che mi ha ferito le guance a sangue»

(Shinkawa Kazue, Non una metafora)

l corpo è la prima forma di conoscenza della realtà. Le esperienze sensoriali della res extensa, per dirla con Cartesio, vengono prima di ogni esperienza della res cogitans. Prima si soffre, poi si riflette sul dolore. Prima si avvertono profumi, poi si richiama alla mente ciò che quei profumi ci hanno riportato, improvvisamente. L’amore è prima di tutto fisico, poi, in un secondo tempo, voluto, pensato, negato, ottenuto. Ma sono gli occhi che hanno guardato, le mani che hanno toccato o rifiutato. E allora il corpo può dirsi mente. E gli occhi possono toccarsi e diventare tatto.nnio Flaiano nasce a Pescara nel 1910, ma nel ’40 si trasferisce a Roma dove resterà per tutto il resto della vita. Appena trasferito, pur essendo iscritto alla facoltà di architettura, comincia la sua attività di giornalista, in special modo come critico letterario e cinematografico.

Simona Vinci nei tredici racconti di questo libro è dell’amore attraverso i sensi che parla. Ma quello che mette in luce non è sempre gioia e felicità. Distrugge così il pregiudizio che la conoscenza dei sensi sia un trionfo dei sensi. Quasi a dire che l’inno alla carnalità, alla corporeità, non è per forza jouissance, godimento. I bambini sono immediati, vivono un eterno presente, e il presente è per forza adesso, voglio, faccio, prendo, tocco. La bambina di Agosto nero ha il coraggio di mettere in atto quello che sua madre desidererebbe sempre fare, «come se fosse un prolungamento di me, della mia vita sempre a metà»; ha il coraggio di toccare le cosce della signora grassa del distributore di benzina, perché sono cosce che attirano, per il calore che emanano. Toccare, sentire, come se il passaggio al contatto della pelle andasse al di là del lecito. E non si dice ciò che si sente, si parla con il silenzio, pentendosene poi a posteriori.

Lettera col silenzio, un racconto dalla sensualità pudica, ma proprio per questo ancora più erotica e inquietante. È il recupero della bocca, delle labbra, della lingua che, come parlano, sentono, fisicamente si avvicinano e odorano, toccando. Questo racconto è tutto ciò che non si è detto, o che le parole non sono state sufficienti a esprimere. Perché «quando perdo le parole so che presto un’immagine apparirà, pronta a risvegliarle». Ed è una memoria dei sensi, delle tracce sul corpo che i ricordi hanno lasciato su di noi, indelebili come ferite nascoste. «La tua lingua e le tue labbra sul mio viso marchiano la pelle con tatuaggi invisibili». Il corpo ci ricorda quello che volevamo, nelle sue esigenze primitive ed essenziali. Il corpo ci riporta alla nostra vera origine, anche se oscura e perturbante, unheimlich, così poco familiare. E ci fa scoprire quello che siamo veramente, perché poi alla fine siamo quello che sentiamo e non dobbiamo avere vergogna dei nostri lati oscuri, delle nostre ombre, delle nostre bassezze. La bruttezza della donna del racconto Due, che sa esattamente quello che vuole e sa che cosa vuole l’uomo che ha di fronte, fa traballare l’apparato di costruzioni mentali e di artifici intellettuali a cui ricorriamo tante volte per trovare le migliaia di giustificazioni che possono rasserenarci o, per un momento, lenire l’inquietudine che sta esplodendo. E allora il sesso diventa violento perché diventa prevaricazione, diventa amore/morte, dominio perverso. Come se non aver ascoltato il corpo per così tanto tempo trasformasse la rivincita del corpo in ossessione, in malattia, nel lato deviante per essere stato per così tanto tempo oppresso.

Con uno stile minuzioso e dettagliato, femminile per la sensualità nera che emana, ma allo stesso tempo crudele per lo sguardo maschile sulla realtà, Simona Vinci rappresenta storie di solitudine, di estraneazione dal mondo, di isolamenti, un’anestesia del corpo che, dopo essere stato preservato, congelato, esplode, supera ogni ritegno e pudore e si ascolta, si concede ad amori indomiti, necrofili. Si ciba degli altri, fa diventare pelle le parole. Si appropria di sé e della propria vitalità. «La scrittura diventa corpo vivo», ciò che scrive in totale isolamento il protagonista di Da solo «è fegato che viene incartato», perché scrivere significa rappresentare la carne, facendo toccare la pelle, distinguendone persino l’odore. Perché è con il corpo che Simona Vinci parla e nelle sue parole vediamo le mani che gli hanno dato forma, il cervello che le ha pensate, il cuore che le ha sentite.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 30 maggio 2003
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