CON UN INVERNO FREDDISSIMO LA CAPACITA‘ DI FAUSTA CIALENTE DI ABBRACCIARE LE VICENDE DI PIU‘ PERSONAGGI VIENE TRASLATA NELLA MILANO POST-BELLICA

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Un inverno freddissimo (1966)


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Fausta Cialente, Un inverno freddissimo

er i suoi lettori, avvezzi alle suggestive rappresentazioni ‘esotiche’ dell’ambiente levantino, può a tutta prima aver costituito una vera e propria novità la pubblicazione avvenuta nel 1966 del romanzo Un inverno freddissimo (1), peraltro interamente ambientato a Milano.

Era inevitabile d’altro canto che, stabilitasi di nuovo in Italia nel ’47, non sfuggissero ai suoi occhi di acuta osservatrice le istanze della realtà italiana negli anni dell’immediato dopoguerra, sia pure lungi da rispecchiamenti di quella certa maniera neorealistica, con cui Elio Vittorini aveva affrontato nel romanzo Uomini e no la Milano della Resistenza, per tacere di certe estremizzazioni portate al paradosso, quali si erano manifestate intanto nella narrativa a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta – Lucio Mastronardi con Il maestro di Vigevano, Luciano Bianciardi con La vita agra, Ottiero Ottieri con Tempi stretti – intessuta degli amari risvolti esistenziali celati dietro la veste ‘cellophanata’ del boom

Per quella coerenza, che caratterizza l’opera di ogni autore, la Cialente costruiva ancora una volta un romanzo di taglio proustiano (2), avvalendosi di numerosi flashback attraverso il filo conduttore della memoria e unitamente a un’analisi introspettiva dei singoli personaggi: cosa quest’ultima, che avrebbe indotto qualche critico (3) a suggerire delle consonanze con certi intimismi alla Cassola, mentre la Cialente realizza in effetti un quadro allucinante, per certi versi spettrale, della Milano post-bellica, nell’incessante ritmare dei giorni nel gelido inverno '46/'47.

Nella precaria situazione abitativa della metropoli lombarda semidistrutta dai bombardamenti, alcuni scampati alla guerra si annidano in una vecchia e vasta soffitta. Sono i componenti di un nucleo familiare dissestato, una coppia di loro congiunti e una ragazza madre con la sua bambina acquisite nel gruppo. A loro si aggrega, a sorpresa, uno dei personaggi di Ballata levantina (!):quell’Enzo rimasto privo di Daniela, che dopo le vicissitudini dell’attivismo politico internazionale e della lotta partigiana, ormai più che trentenne, continua a sperimentare la sua condizione di sradicato.

Nella soffitta la vita del gruppo si organizza alla meglio tra disagi e attriti, difficoltà e intese: il romanzo si dipana così, nella coralità di una situazione ‘multipla’ – peraltro abituale alla narrativa cialentiana – snodando un ‘rappresentazione a più piani’ tra filoni di memoria, che filtrano nei soliloqui dei diversi soggetti, ed il rincorrersi di storie parallele, che sembrano polarizzarsi tutte nell’ottica di Camilla, la protagonista, quasi che lei sola possegga la facoltà di introiettarle e di farle vivere in prima persona: come se, in definitiva, quanto accade si svolga in funzione esclusiva di lei.

A Camilla, che come abbiamo detto è il personaggio cardine di tutta la storia, si contrappone Alba, la figlia primogenita, elemento decisamente drammatico per quella sua negatività,che mal si concilia con la positività della madre.

Altra personalità ben strutturata, anche se complessivamente laterale,è quella di Enzo, che alla fine della narrazione diventa il marito di Regina, la ragazza madre; né mancano nelle altre figure, tratteggiate sempre con piglio netto, aspetti complementari nell’orchestrazione del racconto: Arrigo, il nipote di Camilla, è il personaggio, che con la sua passione per la musica – complementare in lui a quello per la giovane moglie Milena – mantiene un ruolo cardine, immancabile nell’universo letterario dell’autrice.

Già la presentazione, che Valerio Riva scrive per la prima edizione del libro (4), vale a introdurci forse meglio di ogni altro commento nell’atmosfera di tutta la vicenda:

«L’inverno del '46,a Milano, fu freddissimo; i mucchi di neve rimasero fino ad aprile, per le strade e nei cortili pieni di macerie. In quei lunghi mesi di gelo e di grigio, Camilla pone mano alla ricostruzione della casa e della famiglia nel grande stanzone sottotetto, diviso dalle sottili pareti di stuoia(…): il marito è scomparso chissà dove, le figlie sono impetuosamente cresciute alla femminilità, c’è una bambina e sua madre, piovute dal cielo, una giovane coppia insicura, un ragazzo incerto.

E intorno gravitano due oscure figure: il misterioso Enzo, che pare sapere già tutto, anche l’amaro destino di Alba; e il Rosso, sottilmente inquietante e possessivo. Ma domina il personaggio di Camilla, singolarmente delineato come una fitta e ricca tela, tessuta con tutti i fili di tutte le altre storie.»

Il tema del ‘tempo’, qui inteso nella duplice accezione, quella in chiave prettamente memorialistica – ormai peraltro abituale per i lettori della Cialente – e quella meteorologica, apportatrice in questo caso di un’autentica novità, costituisce pertanto qualcosa di inedito e insieme di peculiare nell’universo della scrittrice, anche per la critica:

«Così, mentre appoggiata alla cornice della finestra guardava fuori il nudo, geometrico paesaggio cittadino, sapendo d’avere alle spalle nient’altro che una vecchia soffitta, ebbe la solita, fugace visione di una spiaggia meridionale, sotto la vampa di un solea ardente, e lui, Dario, seminudo, che si faceva bruciare la schiena sdraiato immobile ventre a terra,il cappelluccio di tela inzuppato d’acqua di mare spiaccicato sulla nuca.

“Alba non era ancora nata…Quindi doveva essere…sì, doveva essere il primo anno del nostro matrimonio.”» (5)

All’amara constatazione di quanto sprecato fosse stato il suo affetto per quell’uomo ingrato e infedele, subentra nella coscienza di Camilla lo sgomento, quando non l’incredulità, dell’ammettere quanto inutili fossero stati i sacrifici e le amare rinunce dei tempi della guerra, da poco finiti e già quasi dimenticati:

«Ma l’impauiva soprattutto quel voler dimenticare i ‘sentimenti’, di cui nessuno parlava più, l’impauriva soprattutto quel ‘voler star meglio’, che non era un desiderio soltanto, era una febbre, qualcosa di vorace, sotto sotto di cieco e di violento, come se ognuno fosse pronto a tutto e nessuno potesse aspettare oltre! E lei aveva creduto, invece, che le sventure, le sofferenze, i vuoti irreparabili causati dalla morte avrebbero creato una maggiore unione fra gi umani, stabilito un calore più costante.» (6)

E’a questo punto della narrazione che si evidenzia, contrapponendosi a Camilla, il personaggio di Alba: ormai ventenne e dotata di una non comune avvenenza, non sopportando più ciò che lei stessa definisce ‘la mezza miseria’, a metà romanzo viene convinta da una donna più adulta e più esperta di lei ad abbandonare il suo posto di dattilografa per intraprendere la strada della prostituzione di lusso.

Sia pure con le debite divergenze riguardo all’epoca ed al contesto ambientale, si possono individuare chiaramente alcune analogìe tematiche con la vicenda della protagonista del romanzo Natalìa. Il ruolo, che in quel caso veniva affidato al marito di lei, quale deus ex-machina, che ne redimesse la reputazione, qui viene assolto dallo studente, nipote di un facoltoso uomo d’affari, con cui per Alba inizia la sordida routine di appuntamenti equivoci: sinceramente innamoratosi di lei, peraltro ancora priva di esperienze sessuali, al termine di un breve soggiorno sulle rive di un lago, il giovane decide di riportarla a casa, con l’intenzione di presentarsi alla famiglia.

Quanto però in Natalìa volgeva in lieto fine assume invece qui i contorni della tragedia: un incidente automobilistico, lungo la via del ritorno a Milano, segna amaramente il destino dei due giovani.

Non si può non rilevare come, ancora una volta (si pensi alla sorte di Daniela, la protagonista di Ballata levantina) il tema dell’acqua faccia da contrappunto alla tragedia incombente. Nel vasto affresco medio-orientale, dominava il fluire de «l'antico e solenne fiume»; in questo inverno lombardo, lo scenario è uno scorcio brumoso di lago, flagellato dalla pioggia:

«Presto, fate presto, ditevi tutto prima che sia troppo tardi! Forme biancastre e dai contorni incerti che dileguavano rapidamente in sbiadite fosforescenze. E forse le voci che attraversavano l’aria nera chiesero (ma nessuno le udì e loro due meno di tutti) il perché di ciò che doveva succedere: perché tutto doveva finire ancora prima di cominciare?» (7)

Il ritorno del marito di Camilla, cui è giunta la notizia della morte di Alba, rappresenta forse il finale ‘a sorpresa’ (ma neanche troppo!) del romanzo, nonché verosimilmente la parte più fiacca Nè ciò può definirsi una novità: un analogo affievolimento si può scorgere infatti nel finale della Ballata e – perché no? – fa capolino anche ne Il vento sulla sabbia, romanzo in cui, sul finire, subentra – come avevamo già visto – una sorta di ‘teatralità’. (8)

Incurvato ormai sotto il peso degli anni, portandosi dappresso una bambina, natagli dal legame con una giovane portoghese da lui conosciuta a Parigi poco prima della guerra, Dario viene allontanato definitivamente da Camilla, che per la sua assenza gli fa carico anche della morte della loro primogenita. Questa, dal canto suo, si ritirerà in campagna, nella proprietà della madre, dove si prefigge di trascorrere in solitudine la sua vita di donna matura. Ma sarà proprio sola? O vi è già qualcuno, con cui poter dividere i suoi giorni? Il Rosso, un maturo gentiluomo di campagna, che da tempo le fa una corte discreta, quanto serrata. Come negli altri suoi romanzi, anche in Un inverno freddissimo, l’autrice sembra lasciare questo spiraglio all’interpretazione del lettore:

«Il crudo inverno era sul punto di finire, lei ne usciva spaccata in due (in più pezzi, a dire il vero, non soltanto in due), ma pur sentendosi cosciente ogni momento della devastazione ch’esso le aveva recato, il senso insopprimibile della vita si agitava in fondo a quelle macerie di se stessa e spuntava come i germogli che aveva veduto poco prima sulle piante, qualcuno fragile e tenero, altri ruvidi e aguzzi.» (9)

La compagnìa nella soffitta intanto si scioglie. Ognuno cerca di crearsi una propria vita. E la soffitta viene abbandonata definitivamente. Dei due figli ancora adolescenti di Camilla, il maschio – Guido – continuerà a vivere con la madre, mentre Lalla – la ragazza con la passione della scrittura – andrà a vivere col padre e con la nuova ‘sorellina’.

A proposito di questa soffitta, Luigi Personè (10) ne ravvisa la protagonista assoluta di Un inverno freddissimo, paragonandola in questo senso al Cortile del romanzo ambientato in Egitto.

Camilla ricoprirebbe in tal modo un ruolo paritetico a quello di Marco che, all’ombra del fico che sovrasta il cortile, sembra quasi dominare – come Camilla all’interno della soffitta – le fila di tutti i destini, che ivi si incrociano (!).

Vari sono stati d’altro canto i confronti e le corrispondenze, che la critica ha scorto nella figura della protagonista del romanzo. Sempre il Personè (11) ne suggerisce alcune affinità, dal punto di vista letterario, con certe figure di Grazia Deledda o di Marino Moretti, forse avendo in mente, per quest’ultimo, La vedova Fioravanti.

Dal canto suo, Olga Lombardi ne trarrebbe un paragone con l’arte di Katherine Manfield per l’atmosfera di luminosa intensità, che sovrasta la narrativa dell’autrice neozelandese. (12)

Mentre Elena Clementelli propone un accostamento – sia pur da prendere in considerazione con la relativa cautela – con il romanzo La signora (13): accostamento a lei suggerito non soltanto in merito alle due fallimentari esperienze matrimoniali della protagonista, bensì anche riguardo a certe forme dello stile, che ella definisce ‘contemporaneizzato’ e reperibili a suo avviso già in Pamela o la bella estate. (14)

Una certa affinità con Le piccole virtù (15) di Natalìa Ginzburg è stata intravista dal Brusati (16), probabilmente per le corrispondenze rappresentative del paesaggio presenti in Inverno in Abruzzo, il primo della serie di racconti, di cui il libro è composto; con la differenza che il lieve insistere della scrittrice torinese sulla descrizione dell’inverno in un piccolo paese dell’Appennino centro-meridionale esplica, almeno in apparenza, una funzione meramente connotativa in assenza di valori metaforici.

Chiaramente a dispetto delle risorse, che una situazione di questa fatta avrebbe potuto offrire, con le sue implicazioni di ordine sociologico-politico, tali da poterne fare una ‘storia tipo’ del nostro tempo, l’angolazione da cui si è mossa la scrittrice è ancora una volta decisamente intimista: fedele alla regola per cui le azioni hanno più valore come echi della coscienza, in Un inverno freddissimo la Cialente procede attraverso il suo solito, sottile gioco di allusioni e di riflessioni, preoccupandosi di privilegiare costantemente la tematica del tempo atmosferico, a cui ha assegnato – come si è gìa ribadito – piuttosto che un carattere di pura connotazione esteriore, in cui pure si è dimostrata estremamente abile, una valenza di componenti e di significati prettamente psicologica.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 29 gennaio 2004
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NOTE

(1) Un inverno freddissimo, Prefazione di Valerio Riva, Feltrinelli, Milano, 1966.
(2) M.Visani, La Ricerca del tempo perduto in ‘Un inverno freddissimo' in “L’avvenire d’Italia”, 5 agosto 1966, p.5.
(3) C.Brusati, Un inverno freddissimo, in “Letture”, novembre 1966, pp.765/67.
(4) vedi nota n.1.
(5) Fausta Cialente, Un inverno freddissimo, op. cit., p.11.
(6) Fausta Cialente, Un inverno freddissimo, op. cit., p.106.
(7) Fausta Cialente, Un inverno freddissimo, op. cit., pp.217/18.
(8) Vedi recensione Il vento sulla sabbia.
(9) Fausta Cialente, Un inverno freddissimo, op. cit., pp.284/85.
(10) L. Personè, L’inverno di Fausta Cialente, “Il Gazzettino”, 19 luglio 1966, p.3.
(11) Vedi nota n.10.
(12) O.Lombardi, “Nuova Antologìa”, Ottobre 1966, pp.261/63.
(13) Ernst Wiechert, Die Majoerin.
(14) Vedi nota n.3.
(15) Natalìa Ginzburg, Le piccole virtù, Einaudi, Torino, 1962.
(16) Vedi nota n.3.





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Cristina Bettio, Padova, 14/11/'04

È un romanzo debole, anche perché lascia trasparire troppo esplicitamente la disillusione post-resistenziale e gli ideali che vuole trasmettere, gli stessi che la Cialente sosteneva nell'attività giornalistica: il pacifismo, l'emancipazione delle donne, la lotta alle ingiustizie e alle disuguaglianze. Come le altre opere, punta sulle opposizioni caldo-freddo, casa-metropoli, campagna-città.




http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Ven, 6 ott 2006

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