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Una irata sensazione di peggioramento


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Ottiero Ottieri, Una irata sensazione di peggioramento
Guanda, 2002
Euro 13,50

econdo Enzo Siciliano, nel titolo dell’ultimo libro di Ottiero Ottieri non si può che leggere un amaro presagio. Una irata sensazione di peggioramento è un romanzo-saggio o meglio un saggio romanzato, che a tratti si fa caustico e disperato pamphlet politico. È il testamento del malato, il malato per eccellenza, Ottieri, che sceglie in queste pagine un suo ennesimo alter ego, e lo chiama Pietro Mura, scrittore.

Depresso e alcolista, affetto da morbi e malanni senza fine, proprio come Ottieri. «Ma era davvero malato? O invece la sua era una sperimentazione continua su di sé e sui limiti della medicina?», si domanda Silvio Perrella. Dopo la lettura di Una irata sensazione di peggioramento la risposta è ancora più ardua, perché la voce che dice io è di Ottieri, senza dubbio, ma Ottieri è anche Pietro Mura, il protagonista. E allora Ottieri guarda, giudica, analizza Ottieri, lo fa stendere su un lettino di sala operatoria e, alla maniera di un naturalista molto sui generis, lo ispeziona, lo scruta con la massima attenzione, si diverte a compiangerlo o a prenderlo per i fondelli. «Abbassava le tapparelle, lui nato fra persiane, gelosie intime e domestiche, alla luce del cielo preferiva la luce elettrica. Spesso stava al buio, a letto, com’è tipico degli alcolizzati per lenire la depressione. E la aggravano. La tensione si placa con l’alcol, ma dopo poco risorge più forte». Ottieri annota minuziosamente le ansie di Mura, cioè di se stesso, i suoi casi clinici, le sue paure e abitudini di malato, le possibili strategie di guarigione, le ossessioni, gli scatti di ira o di dolente e passeggera allegria. Avvertita, questa, nella possibilità sbiadita e difficile di una storia d’amore, a lungo attesa dal pazzo-impotente-depresso Mura.

Caterina, l’assistente del medico, giorno dopo giorno si innamora di lui, ma è un rapporto segnato da ansie ossessive con cui è quasi impossibile convivere. L’amore è anche la speranza per una nuova cura; è Torino, che ama e odia, con i suoi cieli luminosi e gli ampi viali, città così diversa dalla Milano stagnante e plumbea. Ma la speranza presto si sfalda, diventa troppo fragile: la cura è sì efficace, ma finisce per aggiungere dipendenza a dipendenza, come i programmi della orripilante “TV Cucuzza”, che asseconda con masnade di ragazzine in mutande le ansie e i desideri morbosi di dongiovanni virtuali. Ecco che pagina dopo pagina si prende consapevolezza che quella irata sensazione di peggioramento non è soltanto soggettiva, perché il male non appartiene solo alla soggettività: «L’anima non è solo degli uomini ma delle cose; le cose sono ammalate altrettanto che gli uomini, il loro male è invasivo, e cresce e si dilata fino alla mostruosità», scrive Siciliano. Il disagio interiore si apre al mondo intorno, alla realtà circostante, all’oggi, alla sua banalità e volgarità. La scrittura di Ottieri si fa sempre più aspra e tagliente, come più aspro è il dolore di Mura, il suo disincanto e il suo sdegno. «Era accerchiato dal brutto, dal ripugnante…», detesta il mormorio della Lega, la sua ideologia ostile; detesta la volgarità e il degrado della politica italiana; detesta la logica del denaro e dell’interesse privato al potere, la mediocrità di chi governa: una mediocrità che neanche troppo silenziosamente alligna ovunque, si spande, invade e intacca ogni campo del vivere civile. La sensazione di peggioramento si avverte annusando la vita parlamentare, osservando i protagonisti della carta stampata e della televisione, annegati in una banalità ripugnante e scandalosa. È vero: qualcuno potrebbe dire che «è troppo comodo prendersela col mondo quando il male si porta in petto». Ma sarebbe una notazione mediocre e superficiale, frutto anch’essa di quella banalità che fa inorridire Ottieri, che lo fa urlare disperatamente, perché mentre peggiorano la sua vita e la sua salute, peggiora la società italiana, che si piega verso scenari disgraziati e di intollerabile volgarità.

Il poeta Ottieri si è sempre arrogato il diritto di delirare, di esaminare con occhio critico e impietoso la sua malattia, che si incrociava con quella, cronica, dell’Italia. Ma l’esame è troppo lucido, di puntigliosa esattezza, per essere considerato semplice frutto di un disagio interiore. La sua irata sensazione di peggioramento è la più pesante e dolorosa eredità.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 02 agosto 2002
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