K, UN AMMIREVOLE LIBRO SU KAFKA, SCRITTO DALL'EDITORE DI ADELPHI, ROBERTO CALASSO

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K. (2002)


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Roberto Calasso, K.
Adelphi, 2003
Piccola biblioteca Adelphi, 360 pp.
Euro 18,50

crivere un libro ammirevole su Kafka è il contrario — naturalmente — che provare a “spiegarlo”. Solo i simboli morti si concedono a decifrazioni esaurienti, ma forse i simboli veri non muoiono mai. In un libro come Il Castello si entra come in un campo di forze misterioso: è un cerchio sacro di monoliti lasciato da chissà chi, dove residui di dèi si divertono secondo imprevedibili logiche quantistiche: pare che non aspettino che noi per scatenare sabba, dispensare doni a doppio fondo, aprire botole, tradire attese, far fiorire fiori, cornucopia e pandora, dalla tenace vita vegetale.

Il viaggiatore stupefatto, a ogni ritorno in quel cerchio (che è come la Natura di Baudelaire: foresta di simboli che guardano loro il lettore con occhi familiari e inesplicabili), vede succedergli cose nuove, ingiustificabili, forse fantastiche, forse solo non umane: i miraggi sono rivelazioni, le epifanie limpidamente tautologiche.

E, anche se pare che sia solo il libro a dettare le sue regole, proprio accettandole, il lettore giocherà partite solo sue, libere fino alla vertigine: sarà un ballerino in estasi, un giocatore di biliardo ispirato, un maradona nel giorno in cui tutti i suoi dèi indios gli sono amici, un pianista afferrato da un estro esatto…

Kafka. Qualcuno può uscire da Kafka con un fardello non tendenzioso di cose da dire? Sarà il caso di affidarsi, più che al proprio sperdimento, a critici, biografi, storici? Basterà almeno per non immiserire il «mistero palese» (Goethe) della sua bellezza?

Una risposta Calasso l’aveva data in un libro di poco precedente a questo K:

«Per seguire la storia accidentata e tortuosa della letteratura assoluta dovremo affidarci quasi esclusivamente agli scrittori stessi. Non certo agli storici, che devono ancora oggi prendere atto di ciò che è accaduto; e raramente ai puri critici. Mentre alcune discipline, come la semiologia, che pretendevano un loro ruolo, si sono rivelate superflue — o importune. Quasi soltanto gli scrittori sono in grado di aprirci i loro laboratori segreti. Guide capricciose ed elusive, sono però gli unici a conoscere passo per passo il tereno: quando leggiamo i saggi di Baudelaire o di Proust, di Hofmannsthal o di Benn, di Valéry o di Auden, di Brodskij o di Maldel’stam, di Marina Cvetaeva o di Karl Kraus, di Yeats o di Montale, di Borges o di Nabokov, di Manganelli o di Calvino, di Canetti o di Kundera, avvertiamo subito […] che tutti parlano della stessa cosa» (La letteratura e gli dèi, Adelphi 2001).

Un elenco è già una dichiarazione di poetica. Tra questi c’è Manganelli, autore del Pinocchio, un libro parallelo, libro che molti lettori hanno sentito agire nel K di Calasso, e caso esemplare di un’opera che, come mago Merlino, ogni anno ringiovanisce: come Manganelli con Collodi, Calasso esercita sulla scrittura di Kafka un esercizio costante, a rigore infinibile, di attenzione. Leggendo Manganelli si impara gioiosamente che lettura e riscrittura coincidono… Calasso riscrive Kafka, mostrandoci già nella bellezza di una parafrasi elegante, che, come in uno dei più famosi racconti di Borges, non vuol dire copiarlo, ma reinventarlo, restituendoci lo stupore di un occhio che legge per la prima volta. Provare per credere.

Il libro comincia così: «All’inizio c’è un ponte di legno coperto dalla nave. Nebbia spessa. K. Alza gli occhi “verso quello che in apparenza era vuoto”, in die scheinbare Leere. Alla lettera: “verso il vuoto apparente”. K. Sa che in quel vuoto c’è qualcosa: il Castello. Non l’ha mai visto prima, forse non vi metterà mai piede».

Fa l’effetto di un direttore d’orchestra che, tra erudizione e purezza, ci fa subito sentire, in una musica che si credeva di conoscere qualcosa di letteralmente inaudito, e che pure era da sempre lì, sotto gli occhi, già nostro.

E poi continua: «Kafka intuì che del mondo circostante ormai andava nominato il numero minimo di elementi. Un affilatissimo rasoio di Occam affondava nella materia romanzesca. Nominare il minimo e nella sua pura letteralità. Perché questo? Perché il mondo tornava ad essere una foresta primordiale, troppo carico di suoni ignoti e apparizioni. Tutto aveva troppa potenza. Perciò occorreva limitarsi a ciò che più era vicino, circoscrivere l’area del nominabile. Allora lì sarebbe defluita tutta la potenza, altrimenti diffusa. E in ciò che si nomina — una taverna, una pratica, un ufficio, una stanza — si sarebbe addensata un’energia inaudita».

Siamo alla prima pagina: e non è già un’avventura? E Kafka non ci si promette già come un continente irresistibile di promesse e di rivelazioni ad ogni angolo?

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 27 novembre 2003
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