LIBRO RIVELAZIONE DEI RETROSCENA CHE HANNO ACCOMPAGNATO LA SPEDIZIONE ITALIANA SUL K2

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K2. La verità, storia di un caso


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Walter Bonatti, K2. La verità, storia di un caso
Baldini Castoldi Dalai, 2003
282 pp., Euro 12,00

l 31 luglio 1954 la spedizione italiana in Pakistan guidata da Ardito Desio, geologo ed esploratore, conquista l’inviolata vetta del K2 – la seconda montagna piu alta del mondo ma la prima per difficoltà – conquista portata a termine da Achille Compagnoni, guida valtellinese e Lino Lacedelli, dei mitici Scoiattoli di Cortina D'Ampezzo.

«Ore 23 cinque cuori esultano per la stessa conquista, nella stessa tenda all’ottavo campo. I loro nomi sono Abram, Gallotti, Compagnoni, Lacedelli ed io in questo momento e solo per questo momento mi impongo di dimenticare il resto. Ma cancellare per sempre dalla mente una simile esperienza sarebbe ingiusto. Fatti come questo segnano indelebilmente l’anima di un ragazzo e ne scuotono l’assetto spirituale, ancora acerbo». Cosi Walter Bonatti conclude il resoconto degli ultimi avvenimenti relativi alla fase finale della conquista, descritti nel capitolo K2.Gli ultimi campi. Una conclusione amara, come amaro è, del resto, il libro. Amaro perché questo è il sapore della verità sulla spedizione italiana al K2. E’ una storia, come afferma Rob Buchanan, redattore di «Climbing», «di confusione, tradimento e spudorata ipocrisia come nessun’altra nella storia dell’alpinismo».

La descrizione di Bonatti è accurata e, nonostante la severità degli argomenti, il libro scorre come la piacevole ed avvincente lettura a cui Bonatti ci ha da tempo abituati, guidandoci attraverso 50 anni di emozioni, amarezze, polemiche, denunce e tribunali. Cinquant’anni di tutto ciò e altro ancora; agli occhi di un profano può sembrare assurdo prendersela tanto per una montagna. Ma la montagna in questione si chiama K2 e a conquistarla per “prima” è stata “l’Italia”. Già, ma perché allora tanto disturbo e così grandi conflitti?

Nella notte tra il 30 e il 31 luglio 1954 W. Bonatti e l’hunza Mahadi sono stati costretti al bivacco notturno a quota 8100 m a causa di un incomprensione sulla posizione del nono campo. Ma facciamo un salto indietro, al 29 luglio: essendo rimasti gli unici in grado di proseguire, Walter Bonatti e Pino Gallotti (Erich Abram e Ubaldo Rey sono malmessi e rientrano a campo 7), raggiungono Compagnoni e Lacedelli all’ottavo campo, lasciando però le bombole d’ossigeno in prossimità del settimo campo, dato che il loro peso sarebbe stato eccessivo. Alla sera i quattro (Compagnoni, Lacedelli, Gallotti e Bonatti) si accordano per sistemare il nono campo più in basso rispetto alla posizione decisa in precedenza, per consentire ai compagni di scendere a recuperare l’ossigeno e risalire al nono campo. «Si tratta di scendere 200 m di quota verso il settimo campo, quindi superare un dislivello di 500 m in salita (tali erano le previsioni ma in realtà diventeranno oltre 700) con un peso sulle spalle di oltre venti chili, ormai sugli ottomila metri. Una prova severa, direi una follia, data la situazione sarà proprio da questa follia che dipenderà la riuscita del K2».

Durante la risalita Gallotti esausto si ferma all’ottavo campo con l’hunza Isakhan, mentre Abram, Bonatti e l’hunza Mahadi continuano l’ascesa per raggiungere i due di vetta, Compagnoni e Lacedelli. Ma i due non ci sono, sono più in alto, molto più in alto, come constateranno più tardi Bonatti e Mahadi. Abram sfinito ridiscende verso l’ottavo campo, ora sono rimasti soli. Walter Bonatti e l’ hunza Mahadi , nonostante i ripetuti richiami ottengono in risposta solo un: «più in alto, seguite le tracce …» e poi il silenzio. Con il calare dell’ oscurità, il freddo si fa sempre più intenso e con esso l’angoscia. Bonatti fatica non poco a controllare Mahadi, ormai in preda alla disperazione. La loro posizione è estremamente pericolosa, un passo falso e ci si ritrova al campo base.

Bonatti è giovane, ma dentro di lui cova la forza e la tenacia di uno spirito bellicoso e, con fermezza e carattere, decide per l’unica azione possibile. Pur essendo una follia, prepara una piazzola dove poter stare seduti, si, seduti solo con l’equipaggiamento per la salita e nulla per potersi riparare in un bivacco, un bivacco a strapiombo a 8100 m. Un breve dialogo con Lacedelli ad una distanza indefinibile scatena una nuova crisi in Mahadi che Bonatti fatica a calmare. Poi gelo, neve, una bufera spazza il canalone dove si trovano ed incredibilmente la notte passa. Poco prima dell’alba, Mahadi scende da solo, distrutto nel fisico e nell’animo(subirà diverse amputazioni a causa del congelamento di mani e piedi). Bonatti attende il levare del sole. Prima di partire, libera dalla neve i trespoli con l’ossigeno perché i compagni li possano trovare e poi anch’egli si cala al campo otto.

Pino Gallotti scrive nel suo diario: «Sabato 31 luglio: giornata dall’inizio drammatico: poco prima delle sette siamo svegliati dallo spalancarsi della tenda. E’ Mahadi che si affaccia con aria stravolta, ci mostra i piedi e le mani martoriati dal gelo, i piedi specialmente hanno le dita annerite, gia intaccate in modo preoccupante. Le sue spiegazioni – dette con voce affannosa – non risultano chiare, ci lasciano in uno stato di profonda apprensione … Non passa però molto tempo che ecco giungere Walter; ha un aspetto più che normale e il solo vederlo ci rassicura… Penso che ben pochi al mondo potrebbero mostrare un aspetto così fresco (è il caso di dirlo) e normale alla mattina dopo una simile notte. Walter può ringraziare il suo fisico e forse qualcuno che questa notte lo ha vegliato dall’alto. Compagnoni e Lacedelli giungono in vetta grazie all’ossigeno trasportato da Bonatti e Mahadi , ossigeno che nelle dichiarazioni di Compagnoni e Lacedelli “finirà” 200 m sotto la vetta rendendo drammatica l’ ascensione (distanza coperta in solo due ore, cosa impossibile senza ossigeno a quella altezza); ossigeno che “soffocherà” la verità per oltre trent’ anni. Le bombole non finirono 200 m sotto la vetta bensì durarono sino in cima, dato che esistono fotografie che testimoniano il fatto, la menzogna. Una menzogna inutile, il K2 era vinto».

Più di una versione è stata scritta su questa faccenda. Nel 1964, un giornalista della «Nuova Gazzetta del Popolo della domenica di Torino», Nino Giglio, con un articolo a dir poco assurdo oltre che infamante, scatena l’ira di Bonatti che indignato lo cita in giudizio. Dopo tre anni nelle aule di giustizia, nel 1967, il Tribunale di Torino gli da finalmente ragione.«Giustizia è fatta» titolano i quotidiani e anche Bonatti è soddisfatto. La “verità” è ora pubblica. Ma il mondo alpinistico istituzionale (il CAI) rimane zitto e fermo sulla sua verità, quella ufficiale, scritta da Desio, capo della spedizione nel 1954. E’ cosi che nel 1984 viene pubblicato Processo al K2 il primo libro-dossier in cui Bonatti denuncia le ingiustizie subite.

Nel 1994 il Club Alpino Italiano annuncia la tanto attesa revisione storica dell’ avvenimento K2. Ahimè! Il Cai si ferma ad un riconoscimento per l’apporto dato da Walter Bonatti, finora escluso ed isolato, preferendo continuare a tacere su quello che è il nocciolo della questione: «lo scandalo dell’ossigeno falsamente esaurito anzitempo sul K2» . E’ per questo che nel 1995 esce K2 storia di un caso prima edizione, che dopo 10 anni prende il titolo di : K2 La verità, storia di un caso.

In questa ultima edizione, aggiornata e riveduta, Bonatti consegna alla storia tutto il vissuto di questa imbarazzante faccenda che dopo cinquant’anni cerca ancora la verità. Già, perché sui libri ufficiali la storia è ancora la stessa. Qui Bonatti chiama in gioco le istituzioni più alte, dal Cai alla Presidenza della Repubblica, li chiama a ciò che, come istituzioni, dovrebbero fare: a riscrivere la storia ufficiale che non fa onore all’alpe ed agli uomini, una verità che protegge falsi miti e falsi eroi. “Tipicamente italiano”, si legge tra le righe. La propensione verso l’arte dell’arrangiarsi, dove chi è svelto è un mito da esaltare. Nella denuncia di Bonatti troviamo anche spunti per un analisi della società, una società a cui manca veramente l’ossigeno. Il messaggio, la richiesta si può dire, di Bonatti, non è una revisione storica perché meglio figuri la sua immagine, anche perché nessuno mai ha dubitato del suo valore come uomo e come alpinista, ma la liberazione dall’oscurità di quella dignità umana che ancora oggi vaga triste e solitaria tra gli immensi e minacciosi seracchi del Baltoro.

Nel 2004 cade il cinquantennio della conquista. Ci auguriamo che al fantasma della dignità venga finalmente concesso di salire sulle alte vette del Karakorum.

A cura della Redazione Virtuale

18 febbraio 2004
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Andrea Deangeli, 1/09/'04

Ho letto il libro di Bonatti e mi sono appassionato ai racconti dell'ascesa del K2 del 1954. La recensione della Vs. redazione mi è piaciuta. Ho letto anche il libro che Lacedelli ha dato alle stampe nel luglio dei quest'anno. Mi pare che in esso vi sia, non del tutto però direbbe Bonatti, un riconoscimemto pieno di quanto il giovane scalatore va "gridando" da oltre 50 anni. La stessa relazione dei tre saggi nominati dal Cai (leggetela sul sito del Cai), e che ha concluso il suo lavoro queast'anno, conferma tutte le tesi sostenute da Bonatti e conclude che senza il suo sforzo il K2 non sarebbe mai stato conquistato. Bonatti merita giustizia, anche dopo 50 anni!!!.

Andrea David Oldrati, Gorlago (Bergamo), 20/08/'04

Libro veramente interessante: benché sia di fatto il remake di altri due precedenti, lascia con il gelo dentro laddove ripercorre le ultime giornate di ascesa alla montagna, soprattutto quando si sofferma sul proprio bivacco a circa 8100 mt.Molto preciso e dettagliato, sino alla noia, addove deve mettere in evidenza dati oggettivi che consentano al lettore di formarsi una opinione, che, si badi bene l'autore di guarda dal formulare. Il fatto che compagnoni e lacedelli abbiano deliberatamente evitato che bonatti potesse raggiugere la tenda al campo IX e pertanto pensare che lo stesso potesse poi sostituirsi ad uno dei due nella conquista della vetta, emerge quasi come dato oggettivo nel processo costitutivo dell'opinione al riguardo di quella che è semplicemente una vicenda "tutta italiana", fatta di invidie, gelosie, ragione di stato e cause di forza maggiore, oggettivamente ingiustificabili.

Augusto Pozzi (pozziag@hotmail.com), 4/06/'04

Speravo di leggere un'interessante testimonianza su di un'epica avventura alpinistica ed invece mi sono trovato immerso in un libro denuncia sulle falsità e le ipocrisie che segnarono nel corso degli anni la conquista del k2. accuse,contraccuse,calunnie,sentenze,illazioni. la storia di una poco edificante querelle che si trascina, penosamente, da cinquant'anni. denunce e chiarimenti che bonatti ripete "fino alla nausea"(pag117), verissimo! inoltre non tutti i dubbi relativi alla spedizione vengono risolti. bonatti ipotizza addirittura che ci fosse la volontà da parte di compagnoni e lacedelli di abbandonare bonatti e madhi al bivacco in modo tale che non potessero disturbare il loro tentativo. insomma chi di arma ferisce, di arma perisce. i documenti e le testimonianze presentate riabilitano la figura di bonatti alpinista e gettano una luce sinistra sull'intera spedizione. in questo l'autore ha ottenuto il suo scopo. purtroppo dalla lettura traspare in modo evidente il risentimento ed il livore dell'autore nei confronti dei due colleghi e di desio. questo sentimento, pur giustificabile, rende le argomentazioni di bonatti un po' meno credibili e l'analisi un po' meno scientifica.

Nerio, 03/05/'04

La frase in fondo all'articolo sollecita ad essere il primo a commentare il libro di Bonatti.Ebbene per me è un onore commentare questo libro perchè è la storia di un mondo, il nostro mondo fatto di invidia e gelosia quando si tratta di soddisfare il proprio ego al servizio del potere.Lacedelli e Compagnoni sono stati famosi anche a me sebbene io abbia solo 35 anni ma mio papà mi parlava di due grandi uomini che compirono un'impresa storica. Dunque il loro risultato l'hanno ottenuto, passare alla storia. Bonatti no, è conosciuto nel suo ambiente ma della sua straordinaria avventura pochi sanno e la prova sono i pochi commenti (pochi è un eufemismo, io sono il primo...)che ci sono......però......le vie che portano in alto il nome degli uomini puri passano per strane strade, e non è detto che prima o poi, qualche regista sensibile, possa trovare la strada per farsi finanziare un documentario che faccia emergere la verità storica e il valore del meraviglioso Bonatti.Sarebbe una grande storia da raccontare.Non si sa mai.Grazie per la vostra disponibilità e complimenti per il vostro acuto e bellissimo commento critico.




http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 2 ago 2007

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