KAPUTT RIPORTA L'ESPERIENZA DI CURZIO MALAPARTE, CORRISPONDENTE DI GUERRA DAL MAGGIO 1941 AL 1943

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Kaputt (1944)


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Curzio Malaparte, Kaputt
Mondadori, 2001
Oscar classici moderni, 438 pagg.
Euro 7,23

Kaputt, dall'ebraico kopparôth, vittima.

urante la guerra, i popoli, vincitori e vinti, sono tutti in qualche modo delle vittime, perchè quello che li tiene insieme, quello che li unisce da fronti diversi, è la paura. Hanno paura i soldati, i carcerieri, i civili, le donne costrette a prostituirsi, ma hanno anche paura i tedeschi, «hanno paura di tutto e di tutti, ammazzano e distruggono per paura».

La loro crudeltà è fatta di paura. Sono malati di paura, sono un popolo malato, un krankes Volk. L'Herrenvolk è un krankes Volk.

«Tutti siamo destinati ad essere un giorno kopparôth, vittime, ad essere kaputt». «Rotto, finito, andato a pezzi, in malora». La vecchia Europa è finita, è un mucchio di rottami, è un' Europa da rifare, da ricostruire sulle macerie di quella passata. Come se fosse necessario trasformare la violenza in una forza, come se la paura non dovesse solo uccidere ma potesse anche salvare.

Kaputt è il resoconto dell'esperienza vissuta da Curzio Malaparte in qualità di corrispondente di guerra durante il periodo dal maggio 1941 all'agosto 1943. Un resoconto crudele, ferocemente grottesco e per questo ancora più dolente. Una narrazione tra la cronaca e il racconto visionario. Un ritmo incessante con una delineazione dei personaggi di grande capacità evocativa e simbolica.

Tutti i capitoli portano infatti il nome di un animale. Solo gli animali sono gli unici ad essere rimasti umani, sono l'unica voce viva e familiare rimasta in un silenzio spettrale. I cani tremano per il dolore, in attesa dello schianto finale, emettono suoni di una tristezza quasi umana, le renne hanno occhi disperati e in quelli sbarrati di terrore dei cavalli non è difficile intravedere la metafora del terrore di tutti gli umani vittime delle barbarie in cui travolge la guerra e fa annegare, sprofondare e poi morire, in un lago che il vento del nord ha improvvisamente ghiacciato: «A un tratto, col suo caratteristico suono vibrante di vetro percosso, l'acqua gelò...Il giorno dopo...il lago era un’ immensa lastra di marmo bianco sulla quale erano posate centinaia e centinaia di teste di cavallo... Tutte le teste erano rivolte verso la riva. Negli occhi barrati bruciava ancora la fiamma bianca del terrore…Parevano i cavalli di legno di una giostra».

La guerra è la protagonista principale di questo romanzo. Ambasciatori, principi, funzionari con i loro pranzi rituali e le conversazioni da salotto alcuni degli attori. Ma anche i bambini ebrei del ghetto, donne e ragazzi incontrati nei villaggi, davanti alle macerie, con gli sguardi stanchi e sfiduciati. Davanti alla guerra dobbiamo provare pudore, vergogna, «honte de ce que nous sommes tous devenus dans cette guerre». Ma forse «soltanto l'umiltà ci può sollevare dall'umiliazione in cui siamo caduti».

«Questa stupida guerra» è un'enorme macchina infernale che sovverte ogni legge umana e naturale e che trasforma il tempo in una sospensione, in un tempo dell'attesa, dell'attesa della fine della guerra. Ma il tempo della guerra non terminerà mai, quando la «guerra vinta» sarà finita, comincerà la «guerra perduta». Continueremo a essere «malati d'orgoglio», questa è la condanna dei popoli in uniforme, quelli che hanno bisogno di una divisa, di una bandiera per affermarsi, giustificando così ogni loro azione, ogni crudeltà.

Per questo in guerra, dice Malaparte, è facile essere dei «Cristi crocifissi» perchè «ognuno di noi si lascia inchiodare canterellando sulla croce». I veri coraggiosi, quelli che non avranno più paura di nulla «nè delle percosse, nè delle ferite» saranno i morti, che impavidi combatteranno senza indietreggiare mai più. In un combattimento tra uomini vivi e uomini morti, saranno i morti ad avere la meglio perché non avranno più nulla da perdere.

Tutto è per questo in decomposizione in guerra, nulla è vivo, tutto ha l'odore putrido di carogna. Anche le macchine, anche i carri armati sono ferro morto. Sono «carogne di ferro rovesciate nel fango». L'odore della carogna è l’odore di ciò che resta, di ciò che non è più, oramai putrefatto.

Questo stile etico ed estetico insieme, questo scetticismo che non porta mai a un nichilismo è il marchio di Curzio Malaparte, quello di saper coniugare atrocità ed eleganza, un'ironia sferzante e una causticità di linguaggio che gli permettono di mettere in scena l'osceno mostrandone tutti gli scandali e gli orrori alternandoli a momenti di profonda stanchezza e sofferenza.

Quanto è attuale quanto ci dice Malaparte a proposito di noi italiani: «Non sappiamo più agire, non sappiamo più assumere alcuna responsabilità, dopo venti anni di schiavitù. Ho anche io, come tutti gli italiani la schiena spezzata…Non siamo più buoni a nulla. Non sappiamo che applaudire», «la guerra che l’Italia combatte è una guerra personale di Mussolini, e io non sono Mussolini. Nessun italiano è Mussolini».

Corsi e ricorsi storici li definirebbe Vico, tutto torna e torna uguale ma in questo eterno ritorno, nell’ineluttabilità nietzschiana di un ritorno del medesimo è come se sentissimo riecheggiare una voce da lontano, sono le parole di un poeta, un monito e una voce:

«Sei ancora quello della pietra e della fionda uomo del mio tempo. Eri nella carlinga, con le ali maligne, le meridiane di morte, - t’ ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche, alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu, con la scienza esatta persuasa allo sterminio, senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora, come sempre, come uccisero i padri, come uccisero gli animali che ti videro la prima volta. E questo sangue odora come nel giorno quando il fratello disse all’altro fratello: “Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace, è giunta fino a te, dentro la tua giornata. Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue. Salite dalla terra, dimenticate i padri: Le loro tombe affondano nella cenere.

Gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.» (Salvatore Quasimodo, Uomo del mio tempo).

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 05 Aprile 2003
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