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PIETRO TOLA, IL LAGER NEL BOSCO, LA DRAMMATICA ESPERIENZA REGISTRATA SU UN DIARIO POSTUMO PUBBLICATO DAI FIGLI

Il lager nel bosco (2001)



Pietro Tola, Il lager nel bosco
A cura di Giovanni e Salvatore Tola
CUEC, 2001
Storie di vita, 160 pp.
Euro 10,50

Pietro Tola, militare della Guardia di Finanza, viene deportato in Germania per essersi rifiutato di combattere con i tedeschi dopo l’8 settembre 1943. La drammatica esperienza registrata su un diario pubblicato dai figli a oltre vent’anni dalla sua morte.

Aprire e leggere un diario è come entrare in un luogo sacro dove è d’obbligo il silenzio, il rispetto, la gratitudine per un dono strappato al suo destino naturale: la preclusione allo sguardo altrui, lo spegnersi lento di un tracciato di vita col trascorrere degli anni. Questo si avverte iniziando la lettura de Il lager nel bosco.

Comprensibili le remore dei figli, combattuti tra il rispetto della volontà paterna di riserbo e discrezione, e il desiderio di non sottrarre alla memoria collettiva un’esperienza emblematica, tassello di un periodo infausto della nostra storia.

Solo dopo averlo letto si può ben dire che la scelta operata dai congiunti non solo non ha tradito l’autore, ma ne ha fatto scoprire l’umanità profonda, il senso di dignità mai adombrato, finanche nello smarrimento collettivo, nel vacillare e disgregarsi dei valori nella cornice tragica di un conflitto bellico.

Il libro mette in evidenza indirettamente, in modo semplice e antiretorico, il senso di abiezione provocato dalla guerra, da qualunque guerra — totale o “chirurgica” — facendo intuire e aborrire le terribili implicazioni che essa comporta.

È la lezione della storia che affiora da queste pagine. Una delle sue tante voci, sommessa ma accorata, che rischiava di perdersi; che vorremmo giungesse ai tanti che sembrano non aver serbato memoria alcuna dei tragici eventi, pur possedendo i mezzi per porli nuovamente in essere.

Colpisce e commuove — oltre il valore storico-documentale — soprattutto ciò che si intuisce avvenga al di là della cronaca, negli strati emotivi più profondi, che richiamano un vissuto e un immaginario collettivo particolarmente vividi.

A tal riguardo, va osservato come la scrittura semplice e diretta usata dall’autore vada ad accentuare la percezione di autenticità dei fatti e degli stati d’animo registrati, potenziando l’impatto emotivo sul lettore. Un rispecchiamento non inficiato dagli artifizi della parola, che raggiunge l’intimo di chi s’immerge nella lettura.

Il dolore, il senso di umiliazione non fanno distinzioni di età, di censo, di provenienza geografica. Nel dolore emerge la fragilità dell’umana condizione — che l'autore non manca di mettere in evidenza in riferimento all’episodio in cui alcuni italiani, di ritorno dalla Germania, impedirono ad altri connazionali di salire sul convoglio.

Una seconda riflessione riguarda il particolare modo in cui il libro raggiunge il lettore. Si avverte un grado di coinvolgimento più intenso di quanto si possa ordinariamente provare leggendo testi autobiografici o storici. Se questo può attribuirsi, essenzialmente, al sicuro, intrinseco valore della testimonianza offertaci, vi si coglie però in aggiunta qualcosa che trascende il testo. L’epopea bellica e, ancor più, quella specificamente legata alla deportazione dei prigionieri di guerra, ha impresso e riversato nella memoria collettiva esperienze e stati d’animo molteplici, tanto da rendere le vicende dei singoli allusive a una più vasta vicenda.

Ecco, dunque, che la testimonianza di Tola ci introduce nel variegato universo delle esperienze vissute da altri, con valore aggiunto per l’una e per l’altro.

Così, attraverso la tragedia personale di un deportato, si comprende la pietosa condizione di milioni di persone, defraudate dei diritti basilari, e lo sconvolgente, rassegnato adattamento al crescente degrado, che pare non avere mai fine.

Nella disperata immagine di uomini che affondano le mani nella terra gelida, alla ricerca di qualche patata con cui sfamarsi, si coglie un dramma cosmico senza tempo. Nel continuo pensiero ai propri cari lontani, come fiamma che protegge dal gelo mortale della solitudine, dell’alienazione, si avverte l’universalità di un amore defraudato.

Ci si sente avvinti da un sentimento inaspettatamente accresciuto dalla somma di tutti i sentimenti analoghi, in analogo destino, patito da una moltitudine di sventurati.

Non si può che essere grati a chi ha reso fruibile questo dono postumo, ravvivando la memoria di un’immane tragedia. Nella speranza che non si ripeta.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 24 giugno 2003
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