LA GUERRA VISTA DA ALBERTO ASOR ROSA ALLA LUCE DI UNA INTERPRETAZIONE DELL' APOCALISSE DI SAN GIOVANNI

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La guerra.
Sulle forme attuali della convivenza umana.
(2002)


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Alberto Asor Rosa, La guerra. Sulle forme attuali della convivenza umana.
Einaudi, 2002,
Gli struzzi, 232 p.
Euro 13,00

«Il fine della vita è essere felici».


uesto libro integra una serie di testi diversi scritti tra l’estate del 1991 e l’ottobre del 2002, che propongono una riflessione sugli eventi a cui abbiamo potuto assistere in questi anni. Il corpo centrale dell’opera è costituito da un saggio già pubblicato nel 1992, riproposto oggi a causa della sua straordinaria attinenza con l’attualità. Che è appunto oggetto dell’analisi di questa raccolta, intitolata La guerra. Sulle forme attuali della convivenza umana.

Nel saggio citato, dal titolo La guerra giusta (Iraq 1991), Alberto Asor Rosa propone una interpretazione degli eventi bellici che hanno incominciato a interessare l’Occidente e anche direttamente il nostro paese a partire dalla fatidica data del 1989, confrontandolo con una lettura dell’Apocalisse di San Giovanni.

Il discorso che Asor Rosa ha sviluppato, collegando insieme i fatti di cui siamo stati testimoni, dipinge un quadro dell’Ordine mondiale che si è venuto a creare con la caduta della Cortina di Ferro e la fine della Guerra Fredda.

Quest’Ordine rappresenta una realtà politica potentissima, a cui si può solo appartenere o venirne schiacciati. A prova di ciò, una lunga serie di guerre “mondiali”, che ci lasciamo alle spalle in un periodo relativamente breve (Iraq I, Kossovo, Serbia, Afganistan) e alcune che già ci si stanno prospettando (Iraq II, Iran, Libia, Somalia, Sudan, Corea, ...?).

Guerre che la comunità dei paesi occidentali ha scatenato, non in virtù di valori – per quanto fittizi – ma sulla base di un principio di indifferenza «un insieme di convenienze, sulle quali persone definite per bene e delinquenti possono incontrarsi e ragionare insieme senza produrre alcuno scandalo [...] La massima applicazione del principio d’indifferenza coincide con la massima realizzazione possibile del consenso». E qui giungiamo a un punto nodale nella retorica di Asor Rosa, che a nostro avviso costituisce il contributo più importante di questa breve opera.

Poiché il consenso è un principio su cui si basa la democrazia e poiché la democrazia è da considerare, fino a oggi, la migliore forma di governo possibile, si dimostra una volta di più che «nella Storia anche il Bene, manifestato in grandi dimensioni, preso a grosse dosi, diventa Male».

Perciò la profezia visionaria di San Giovanni si avvera, non come evento catastrofico di là da venire, ma nella prospettiva di una Storia che si ripete nei suoi corsi e ricorsi, nelle drammatiche vicende di un popolo che abita il piccolo pianeta azzurro di un sistema sperduto nelle contrade sconfinate del Cosmo.

Cosa può fare il singolo cittadino che non è d’accordo, l’uomo etico, solitario e idealista nascosto tra la folla conformista di questa grande anti-utopia che ha assunto ormai dimensioni planetarie? Quale missione si prospetta per questo cittadino, che Asor Rosa non esita a definire «uomo dalla sconfitta», l’eroe «nel quale il disinganno dell’Occidente ha raggiunto punto estremo?»

Vivere pericolosamente è una filosofia che può trovare diversi sbocchi, così come molteplici sono le conseguenze di una giovanile disposizione a coltivare una morte prematura. Asor Rosa ne propone una sua, che può vantare di aver avuto in Gesù Cristo un illustre precursore.

L’utopia di Asor Rosa passa attraverso il recupero del pensiero critico, il recupero del senso a scapito del con-senso indifferente e guerrafondaio, «obbligare l’Occidente a vedersi, e dunque aiutarlo a dissolversi».

Una missione da portare avanti «soli e insieme, sconfitti ma vincitori», rispondendo all’urgenza di un semplice gesto umano di fratellanza, di «compassione».

Strane parole per un uomo che si considera nichilista, e intanto cita Giovanni, Agostino, Maometto, e Tommaso. Ma proprio nel nichilismo Asor Rosa fonda questa visione utopica di convivenza, che definisce «etica della responsabilità». Parole che affida a una élite piuttosto popolosa, «la terza parte del mondo, probabilmente la più numerosa e la più forte», persone che hanno individuato nella propria «anima» la strada per «uscire dall’Occidente».

Il libro propone un’opinione fortemente critica, anche se molti la possono trovare condivisibile e si presta ad attacchi da parte dei sostenitori di posizioni antagoniste. Tuttavia non merita di essere fatto oggetto di polemiche pretestuose e sterili di tipo lessicale, basate su una o due parole estrapolate dal testo. Semmai pensiamo che, per la precisione delle argomentazioni e per la serietà degli obiettivi, quest’opera esiga delle risposte competenti, che apportino un effettivo contributo nel merito delle questioni sul tappeto.

A meno che il discredito pedestre e cialtrone, dell'autore e della sua opera, non nasconda, come spesso avviene, intenzioni inconfessabili e l'incapacità di contestare col ragionamento una visione sostanzialmente corretta dei fatti.

Milano, 23 febbraio 2003
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