La Storia, il più celebre e discusso tra i romanzi di Elsa Morante

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La Storia (1974)



Elsa Morante, La Storia
Einaudi, Torino 1995
pp. 665, L. 19.500/Euro 15,77

oncepito e scritto in tre anni, dal 1971 al 1973, La Storia, il più celebre e discusso tra i romanzi di Elsa Morante, viene pubblicato nel giugno del 1974, suscitando, fin dal suo primo apparire, calorosi consensi, ma anche vivaci reazioni polemiche.

Quest’opera letteraria non si presenta come i comuni romanzi storici dell’Ottocento, ma contiene dei fogli in carattere tipografico minuto, in cui è narrata — con grande scrupolo documentario — la vera storia, anno per anno, dal 1900 al 1967.

Romanzo strettamente legato alle vicende della seconda guerra mondiale e dell’immediato dopoguerra (dal 1900 al 1947), La Storia narra le tragiche vicende di Useppe, nato dalla violenza che la madre, Ida Ramundo, maestra elementare vedova ed ebrea, ha subito da un giovane militare tedesco, un ragazzo incosciente — e al tempo stesso spaventato e melanconico — alla ricerca di una donna che lo consoli della sua triste condizione di soldato. Cresciuto gracile e minuto tra gli stenti e la fame di una Roma occupata, Useppe muore, stroncato da una grave forma di epilessia («Il Grande Male») e Ida, piccola donna mite e indifesa, impazzisce dal dolore, non riuscendo a impedire la morte prematura del figlioletto.

Dal suo precedente matrimonio con il siciliano Alfio, Ida ha avuto un figlio unico, Nino, che, esuberante e ribelle, abbandonati gli studi liceali, dapprima militante nelle squadriglie fasciste, poi partigiano e in seguito borsaro nero, morirà in un incidente con il suo camion carico di merci di contrabbando, mentre è inseguito dalla polizia.

Ugualmente drammatiche sono le vicende di un altro personaggio (portavoce delle idee politiche della Morante): il sedicente Carlo Vivaldi — il cui vero nome è Davide Segre — giovane studente ebreo di Mantova, anarchico nonviolento, il quale, scampato miracolosamente alla deportazione e costretto dagli eventi a partecipare attivamente alla lotta partigiana, morirà infine vittima della droga.

L’ideologia di questo libro è palesata esplicitamente dal titolo e dalla copertina (1) : la Storia, infatti, è concepita come «uno scandalo che dura da diecimila anni». La Morante non l’ignora più come nei romanzi precedenti, ma l’affronta direttamente per denunciare a gran voce i suoi misfatti, manifestando — in pari tempo — il proprio atteggiamento di rifiuto verso di essa. È una Storia cieca e immutabile, che non si svolge secondo una legge superiore di progresso né tantomeno secondo un piano provvidenziale, ma si sostanzia di gravi ingiustizie, odiose prevaricazioni e follie omicide, destinate a travolgere i più deboli e gli indifesi.(2)

Poiché la Storia è il male, il bene si potrà attingere soltanto andando in direzione contraria, cioè riscoprendo e assecondando quegli istinti naturali e primordiali sepolti e repressi dentro di noi per obbedire al governo sempre più dispotico dei potenti. La riscoperta — in questa prospettiva — dell’elemento “barbarico” e “primitivo” è uno dei temi più fecondi e ricorrenti nella narrativa morantiana.

I protagonisti del romanzo sono attorniati da alcuni personaggi minori, tratteggiati per lo più bozzettisticamente: gli sfollati «i Mille»), folla popolare eterogenea rappresentata nelle traversie della guerra — tra cui spiccano Carulì, ragazza-madre delle gemelline Rosa e Celeste e il comunista Giuseppe Cucchiarelli — gli ebrei del ghetto (la levatrice Ezechiele, la famiglia Di Segni), Pietro Scimò, corrigendo evaso dal riformatorio, la famiglia Marrocco, per tutti i quali la scrittrice dimostra una simpatia viscerale, anche quando essi non sono immuni da vizi e bassezze. (3)

Come ha ben visto Carlo Sgorlon, l’esaltazione degli umili, tutti istinto e naturalezza, trova il suo archetipo più efficace in Ida Ramundo: questa mater dolorosa dall’aspetto dimesso e invecchiata prima del tempo, «pare una vittima predestinata per la sua totale mansuetudine, la rassegnazione, l’insignificanza sociale, la rinunzia a chiedere alla vita qualsiasi cosa per sé. Ida soffre tutti i dolori senza averne alcun compenso. Non ha mete da raggiungere che non siano la sopravvivenza e la difesa dei suoi figli». Sentimento predominante in lei è la paura — caratteristica tipica dell’ebreo perseguitato — ma è anche e soprattutto la paura dell’essere indifeso, di chi sta sempre in allarme e teme i colpi sinistri del destino; dell’animale braccato nel timore di un pericolo improvviso. (4) Per quest’umile maestrina il potere è un insieme assurdo e incomprensibile di enti, da cui non ci si può aspettare altro che essere avversati. Ella non si sente a suo agio se non nelle istituzioni più elementari della società: la famiglia perché fondata su istituti naturali, e la scuola perché si presenta soprattutto come un insieme di «bambinelli straccioni e mocciosi da amare come figli». (C. Sgorlon). Non comprende appieno il mondo dei grandi, perché è rimasta nel fondo una bambina come quei «Felici Pochi», celebrati dalla Morante nel Mondo salvato dai ragazzini. Il ruolo in cui Ida si riconosce maggiormente è quello di madre e ogni suo gesto ha i figli come meta finale. Dopo la morte di Nino, la donna vive solo spinta dalla necessità di provvedere a Useppe, ma quando anche costui sarà morto, la sua personalità viene meno destinata a soccombere di fronte al male della Storia.

Agli orrori della guerra, simbolo di devastazione e di morte, si contrappone la voglia di vivere che anima i due personaggi più riusciti del romanzo: Nino e Useppe.

Come ha magistralmente notato Carlo Sgorlon, «la sapienza di tocco psicologico della Morante» fa di Nino «un campione vivacissimo e stracarico di simpatia, della gioia di vivere. Tutte le caratteristiche negative del ragazzo (la tendenza al ricatto e alla tirannia, la mutevolezza, l’incoscienza arrischiata e precipitosa, la tentazione irresistibile di vantarsi) vengono trasfigurate dalla simpatia travolgente che promana da lui. La sua adolescenza pare assistita da una grazia prepotente e quasi misteriosa. La vitalità in lui ribollisce e straripa. Né la casa né la scuola riescono a contenerlo. È fatto per la novità e per l’avventura e si butta a capofitto in ogni cosa, nella conquista di Roma come nell’amore, nell’avventura partigiana come nel contrabbando. Tra lui e Useppe c’è un amore incontenibile, pur essendo tanto diversi: ciò che li accomuna è l’amore per la vita. Nino è saturo di sogni spavaldi […] La guerra è per lui un gioco rumoroso e teatrale al quale non vede l’ora di partecipare, convinto che sia scritto nelle stelle che nulla di male gli potrà accadere». […] (5)

Useppe, invece, assomiglia molto da vicino, in piccolo, al protagonista de L'idiota di Dostoevskij, poiché assomma in sé un misto di intuizione, simpatia e bontà. Manifesta il proprio desiderio di vivere prima ancora di venire alla luce, mentre si rigira discretamente nel grembo materno. Nasce con gli occhi ben aperti sul mondo. Tutto lo interessa, tutto lo appassiona. Ogni aspetto del reale suscita in lui uno straordinario fervore e un’entusiastica partecipazione. Ama la realtà e la vita nella loro totalità indifferenziata. Dovunque si trovi gli pare di essere in un paradiso terrestre. Vive in una mistica simbiosi con la natura e gli animali. Qualsiasi parola o frase che il bimbo pronuncia possiede una poeticità elementare che nasce da un’intuizione magica dell’esistenza. Useppe è un mistico inconsapevole, un minuscolo profeta rivelatore della divinità occulta della natura e della bellezza enigmatica dell’esistenza.

La Morante s’intenerisce e si rivela vera donna quando affronta il tema della maternità, che ella considera come uno dei momenti più arcani e divini della natura. Grande spazio è dedicato alla fisiologia della gravidanza e del parto di Ida, nonché alle implicazioni psicologiche che questi due momenti comportano. Segue poi con affetto e grande sensibilità le tappe dello sviluppo e della crescita del bambino, accompagnandolo, con la premura e il calore di una madre, nella straordinaria scoperta del mondo e storpiandone infantilmente il linguaggio. La pagina scritta inevitabilmente ne guadagna e s’innalza verso la poesia più sublime quando la scrittrice intona le ninne nanne e le filastrocche più suggestive.

Assai effcacemente è tratteggiato anche il rapporto madre-figlio. La mitezza di Ida si trasforma in istinto di difesa quando è in pericolo l’esistenza di Useppe. Non appena questi nasce, subito si avverte il profondo legame di sangue che lega l’uno all’altra: «Nulla potrà mai separarci». Per amore del suo pargoletto, Ida affronta con intrepido coraggio la lotta quotidiana contro la fame e la miseria, divenendo persino una ladra, pur di garantirgli la sopravvivenza. Solo dopo la morte del piccolo e quando la furia assassina della Storia ha dissolto nella donna ogni speranza, rendendole vana la vita, la sua personalità si sgretola ed ella precipita in una palude di quieta follia. I nove lunghissimi anni in cui Ida Ramundo sopravvive alla scomparsa del figlioletto durano per lei «l’attimo di una pulsazione». E la promessa di sangue che ella ha stabilito all’inizio con lui trova il suo compimento. (6)

La vicenda narrata è ambientata a Roma — nei quartieri popolari e piccolo-borghesi — e in periferia, nel sobborgo di Pietralata, dove la popolazione sinistrata trova rifugio per sottrarsi ai bombardamenti. Due epigrafi, tratte dagli scritti di un sopravvissuto di Hiroshima e dal Vangelo di Luca, precedono il romanzo, prefigurando sia lo spirito di protesta che anima il libro, sia l’esaltazione degli umili, ai quali è dato di vedere più che ai potenti. La dedica Por el analfabeto a quien escribo (7) è indicativa della volontà dell’autrice di rivolgersi a un pubblico vasto, in rapporto al fine didattico e dimostrativo propostosi. Ne deriva la scelta di un linguaggio semplice, che attinge largamente all’uso parlato — spesso con colorite espressioni dialettali — (8) accessibile anche ai meno colti.

Nel quadro letterario italiano la pubblicazione di questo libro segna una ripresa del romanzo storico del Novecento, dopo l’esempio lontano di Riccardo Bacchelli (9) e quello più recente di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (10) , ma nella linea di una narrativa popolare.

Non appena pubblicato, il grosso volume, proposto per volontà della scrittrice in edizione economica, riscosse un grande successo popolare, ma in pari tempo determinò un’accesa polemica nella critica, divisa tra gli entusiasti (Natalia Ginzburg (11) ), i polemici (Italo Calvino) e gli ostili (Enzo Siciliano). Questi denigravano il romanzo, spinti da ragioni ideologiche oltre che da riserve sull’esuberanza narrativa, sulla disuguaglianza degli esiti artistici, sulla pervasiva vena populista. (12) Tuttavia non si possono negare, quali meriti straordinari, quell’impeto di vita, quel rispetto per l’uomo e quella pietas cristiana verso gli umili, gli sconfitti, gli ultimi, che costituiscono terreno assai fertile alla "poesia" di Elsa Morante.


(1) Cfr. Elsa Morante, La Storia, Einaudi-Gli Struzzi, Torino 1986 (ristampa).
(2) A proposito dello scandalo della Storia e del rifiuto opposto ad essa cfr. quanto afferma C. Sgorlon in Invito alla lettura di Elsa Morante, Milano 1988 (seconda edizione), p. 97: «La Morante, più che mai arroccata su posizioni anarchiche, la rifiuta [naturalmente la Storia] nella sua totalità, ossia da quando l’uomo ha cominciato a vivere in maniera organizzata ed ha creato strutture di potere. Tutta la storia, infatti, secondo la scrittrice si risolve in una continua, odiosa prevaricazione dei potenti a danno dei poveri, i deboli e gli indifesi. Secondo Davide Segre [alter ego della Morante] la storia è tutta fascista, perché si risolve in una serie interminabile di oppressioni. Perciò per lui l’unica vera rivoluzione sarà solo quella anarchica, che eliminerà l’infezione millenaria del potere e creerà l’uguaglianza definitiva tra gli uomini. Neppure la rivoluzione socialista, infatti, ha cambiato veramente le cose, perché non ha fatto [altro] che trasferire il potere dai privati allo stato, che è divenuto a sua volta uno strumento di ingiustizie e di prepotenze».
(3) Cfr. il personaggio di Santina, la prostituta uccisa dal suo sfruttatore.
(4) Cfr. a questo proposito la tendenza della Morante ad applicare ai suoi personaggi paragoni tratti dal mondo animale. Ciò accade non perché la scrittrice voglia animalizzare gli uomini, ma al contrario nell’intento di umanizzare gli animali, dei quali tra l’altro interpreta anche i sogni, i «pensieri» e gli atteggiamenti. Elsa Morante in questo romanzo dimostra di amare la vita più che mai in tutte le sue manifestazioni, seguendo con calore materno la crescita delle sue creature fino alla loro morte, animali inclusi.
(5) Cfr. C. Sgorlon, Invito alla lettura di Elsa Morante cit.
(6) Sul personaggio di Useppe e sul rapporto madre-figlio cfr. l’interessantissimo intervento di F. Ramondino, Useppe e sua madre, contenuto in A. A. V. V., Per Elsa Morante, Milano 1993, pp. 185- 198.
(7) Questa citazione è tratta dagli scritti di Cesare Vallejo.
(8) Cfr. in proposito le interessanti osservazioni di Francesca Sanvitale, La lingua nuda nella Storia di Elsa Morante, «L’Unità» 25 novembre 1995.
(9) R. Bacchelli, Il mulino del Po
(10) G. Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo
(11) Cfr. N. Ginzburg, I personaggi di Elsa, «Il Corriere della Sera», 27 luglio 1974.
(12) Francesca Sanvitale in La lingua nuda nella Storia di Elsa Morante cit. dice che la Morante credeva nella «grandiosità fatale della parola e del narrare». «La parola portava alla luce la Storia, i sentimenti, gli orrori, le devastazioni, le illuminazioni, gli individui con i loro caratteri di cuori diversi in una lotta senza fine tra il male e il bene, che rifuggiva da una giansenistica distribuzione della grazia. […] Si è detto che La Storia è un romanzo volutamente popolare, populista anzi, tradimento di ogni premessa letteraria per la ricerca di una bassa comunicazione. Trovava un pubblico, ma tradiva l’espressività. Il rifiuto della "letteratura", che appariva un tradimento, conteneva qualche cosa di molto nuovo, di eversivo, l’indicazione di un pensiero maturo con cui fare questo. La lingua nuda cercò questo, lasciandosi alle spalle il ben confezionato “stile” dei romanzi precedenti. La lingua nuda, che non doveva tradire mai occhi, precisione e cuore. Una specie di iperrealismo, ma con qualcosa di ottocentesco che blocca, eleva la pagina, che corre nel suo ritmo da corale verso il dopo, come corre la parola più umile in una narrazione a viva voce».

A cura della Redazione Virtuale

08 dicembre 2000
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Giulia (giulia.targa@tiscali.it), 14/05/'04

CHE DIRE,QUESTO LIBRO E' UNA VERA E PROPRIA OPERA DELLA LETTERATURA ITALIANA.ELSA MORANTE CON MAGISTRALE ABILITA', RIESCE A DARE UN QUADRO GENERALE DELLA CITTA' DI ROMA E DINTORNI AL TEMPO DELLA GUERRA,SENZA RETORICA.MA SOPRATTUTTO CI FA VEDERE L TERRIBILE FACCIA DELLA GUERRA DAGLI OCCHI DI "USEPPE",IL FIGLIO NATO IN SEGUITO AD UNO STUPRO..

Marco Badolato, (marcobadolato@hotmail.com), Palermo, 31/03/'04

Questo libro è davvero strano: a mio parere andrebbe alleggerito di almeno 400 pagine, che sono veramente tediose. Allo stesso tempo le restanti 200 sono molto belle e vale assolutamente la pena leggerle. L'intreccio è interessante e regge bene nella prima parte del libro, poi tutto diventa prevedibile e, in definitiva, si attende tristemente la fine senza più alcuno slancio. Potrebbe essere un soggetto per un gran film che però, temo, solo gli americani potrebbero girare (scene madri: il furto dell'uovo da parte di Ida, il martirio dei partigiani amici di Nino, l'allucinazione uditiva di Ida nel ghetto deserto).

elisa seeber, Roma, 22/12/03

non ho ancora finito completamente il libro, ma devo ammettere che vale lapena di leggerlo.la storia dei due ragazzini è a dir poco stupenda,ti coinvolge sentimentalmente e alla fine ti senti protagonista del romanzo e provi le loro stesse senzazioni, paure,voglia di scoprire il mondo. E' un capolavoro.


Iolanda.jr Induni (leuconoe1945@libero.it), tavernerio (Co), 2/10/'03

Il piu' bel romanzo del secolo scorso(o della storia). Sono pazza di Useppe,sto rileggendo per la quinta volta. Non si puo' assegnare un Nobel postumo?alla Elsa,intendo,che ci fa consumare fazzoletti,ma che ci da emozioni indescrivibili. iolanda jr


Davide (dady86it@yahoo.it), San Giovanni La Punta (Ct), 9/09/'03

Ho finito di leggere "La Storia" da appena una settimana e credo propio ke lo portero agli esami d maturita.. È un romanzo stupendo e coinvolgente, basta leggere la prima pagina per decidere di finirlo per forza. nino era molto indisciplinato con la madre, ma aveva un'amore incredibile per il fratellino e cmq un ragazzo molto forte e ke nn si arrendeva... useppe per me rappresenta l'ingenuità ed è lui la vera vittima, piccolo e indifeso... e c'è anke da dire ke la forza e il coraggio a ida li prendeva da lui, infatti dopo il "grande male"... è un libro da leggere e credo che leggero anke qualche altro romanzo della morante.


Silvia, 14/07/03

Ho finito di leggere il libro circa 4 mesi fa ma in me sono ancora fortemente presenti le emozioni che provavo mentre lo leggevo. Ho pianto tantissimo per la merte di Nino che per me era diventato un idolo, sembra stupido ma ho provato amore per questo personaggio. Un dilovio per Useppe troppo piccolo e indifeso per finire cosi. Questo libro ha significato moltissimo per me e ha scatenato una voglia di conoscere i fatti relativi al dramma della seconda guerra mondiale per non dimenticare, perché ciò che è accaduto non può e non deve essere dimenticato MAI


Ilaria, San Vito dei Normanni (Brindisi), 29/06/03

Ho finito di leggere "La storia" da pochi giorni e nel corso della lettura sono stata travolta da un tumulto di emozioni: dal dolore per la morte inaspettata prima di Nino e poi di Useppe all'ammirazione per il loro immenso amore per la vita. E se si riflette un po' ci si rende conto che ognuno di noi ha un Nino o un Useppe dentro di sé, pronto a scavalcare i limiti della razionalità e ad innamorarsi del mondo dopo ogni delusione. La vicenda principale intrecciata con altre storie è poi l'emblema della guerra dei poveri, quella guerra che indipendentemente dalle vicende politiche gli umili affrontano ogni giorno, ne sono esempi la lotta di Ida per la sopravvivenza oppure la guerra di Useppe contro il suo Grande Male.Il tutto conferisce a "La Storia" un valore universale nonché il titolo di Romanzo con la R maiuscola, e io personalmente invito a leggerlo chiunque lo abbia in mano sotto le vesti di semplice libro, perché in realtà è un grande libro capace di insegnare , commuovere, sconvolgere e irritare come ogni capolavoro.


Giovanna Longhi, Ancona, 17/06/03

Ho impiegato un sacco di tempo a leggere questo libro (3 mesi)e alla fine ero tristissima (ho anche pianto per la morte di Useppe). Il mio personaggio preferito ,oltre a Useppe,è Nino. da come lo descrive Elsa Morante è un ragazzo molto affascinanye e pieno di voglia di vivere, anche se ,nei confronti della madre non si è mai comportato bene. sono molto contenta di aver letto questo libro anche perché ha molto arricchito il mio vocabolario e mi ha permesso di migliorare il mio modo di scrivere


MARIKA, VASTO (CHIETI), 22/05/03

HO TROVATO QUESTO LIBRO PIUTTOSTO NOIOSO.NATURALMENTE NON STO GIUDICANDO DA UN PUNTO DI VISTA STILISTICO E SINTATTICO: SEMPLICEMENTE RITENGO CHE SI POSSANO TROVARE ROMANZI CHE TRTTINO LO STESSO ARGOMENTO,MA MOLTO PIU' COINVOLGENTI


Marilisa Angius, Cagliari, 26/02/03

Sono proprio contenta di aver scelto questo libro per la mia tesi di diploma.Più proseguo nella lettura e più mi sento coinvolta dal personaggio di Ida. Che donna straordinaria, mi piacerebbe essere coraggiosa come lei.


Marcello Peru, Sorso (Ss), 06/01/03

Ho letto "La Storia" quando mi trovavo in un momento della mia vita un pò difficile, ricordo che divorai le pagine, come se una curiosità viscerale mi costringesse a non essere mai pago delle vicende di cui leggevo.Piano piano mi innamorai della dolcezza con la quale l'autrice narrava le vicende di Ida per essere poi rapito dalla vitalità di Useppe. Amo quel libro perchè mi ha liberato.


Michela Calabrese (grazia.calabrese8@tin.it), Salerno, 02/12/02

Uno dei migliori che ho letto. Non mi piaceva il novecento ma stò iniziando ad apprezzarlo dopo aver letto La storia. Il mio personaggio preferito? Nino. Rappresenta davvero la gioia di vivere, l'esuberanza e tutto quello che io provo ma che non riesco ad esprimere. E' un MITO


Emanuele Sepe 01-10-2002

Ho scoperto La Storia quando avevo 12 anni, grazie allo sceneggiato televisivo che ne trasse Luigi Comencini nel 1986 e questo romanzo mi ha portato poi ad approfondire la narrativa e la personalità letteraria di Elsa Morante. La Storia ha avuto per me il sapore di un'esaltante scoperta: ciò che di questo libro mi affascina ancora oggi è la straordinaria capacità di raccontare dell'autrice, la cifra poetica di tutti i personaggi e l'esaltazione degli stessi in quanto persone umili. E' difficile non riconoscere la grandezza artistica e poetica, l'eccezionale presa narrativa delle pagine che riguardano la nascita e la scoperta del mondo da parte di Useppe; non applaudire all'istinto materno che suggerisce alla Morante di seguire con affettuosa trepidazione la crescita del bambino, come se lo avesse generato lei; non si può non riconoscerle rigore storico nel narrare con precisione e con dovizia di particolari la situazione italiana nel corso del secondo conflitto mondiale. Grande merito le va poi attribuito, per aver circonfuso della sua pietas vari personaggi minori del romanzo: Caruliì, i Mille e tanti altri, come anche i protagonisti Ida, Nino ecc, inducendo il lettore ad amarli così come sono stati creati dalla sua penna. Chi, a mio parere, è rimasto incagliato nelle ideologie politiche estreme, non ha compreso la cifra rivoluzionaria e moderna de La Storia: pessimistico quanto si voglia nel suo assunto di fondo, il romanzo tuttavia è un'inno alla vita cantato da quelle persone umili, da quei "piccoli" dell'iscrizione del Vangelo di Luca che la Morante adotta come epigrafe all'inizio della sua opera. La Storia è il romanzo della mia formazione umana e letteraria; davvero il più bel libro che abbia mai letto.


Daniela Corfiati (dcorfiati@tiscali.it), Foggia, 19/08/2002

Avevo incontrato la scrittura di Elsa Morate líestate scorsa, a Ischia, quando comprando il libro estivo, mi sono sentita attratta dal titolo Líisola di Arturo. Vi ho scoperto tra le pagine un'epopea melanconica e assoluta, tutta raccolta in un universo piccolissimo, uníisola appunto, geografica nei confini e antropologica nellíintrospezione psicologica. Questíestate reincontro la Morante de La Storia. Ne è seguito un innamoramento senza mediazioni, uno struggente attaccamento alla pagina, ai personaggi che si dibattono dentro, che vivono, patiscono e ci lasciano travolti dalla miseria della guerra e del destino senza fortuna. Un impianto stilistico che ti porta per mano, una mano materna, attraverso le bizzarre e feroci amoralità della vita e della natura. Un capolavoro con voce di donna, altissima prova letteraria e incantevole parabola di un secolo italiano.


Walter Zucchelli (walzuc@yahoo.it), Cesano Boscone (Mi), 01/08/2002

Ho finito di leggere La Storia la scorsa notte. Non ho mai letto nulla di cosÏ coinvolgente.Non mi aspettavo che finisse cosÏ! Le ultime duecento pagine le ho lette col magone, e non riuscivo a staccare gli occhi dal libro. Credo che sia difficile riuscire a scrivere bene come la Morante. Anche se non so se riuscirò a perdonarla per Useppe, il figlio che tutti vorremmo avere. Almeno lui, doveva salvarsi ......Lo consiglio a tutti ! Con un avviso: Ë un libro che lascia il segno ma lo lascia nella carne di chi legge.


Stefano Bondi, (bessa@libero.it), 10.06.2002

Io sto finendo il libro, adesso sono arrivato al discorso di "vavide" nell'osteria. Io ho pianto leggendo della morte di Nino, mi era successo solo con "Paula" e con "Il diario di etty hillesum". Ci sono dei brani che spero mi rimarranno nel cuore...i primi anni di Useppe, il suo amore per Nino, i pensieri e discorsi dei cani (bliz e bella) sono davvero stupendi. Leggo che finira' male per Useppe e mi spiace gia'...concordo pienamente con Laura Torini, Useppe o cio' che di lui abbiamo nel cuore spero...non muoia mai !!


Claudia Daniele (doctorcit@libero.it) Magione, Perugia, 3.10.2001

Ho letto il libro in pochissimi giorni, come se una forza misteriosa ed irresistibile mi impedisse di fermarmi. Ed ho pianto, ho pianto tanto durante tutta la lettura perchè le immagini che mi si formavano nella mente erano talmente reali che mi sembrava di viverle davvero, da spettatore, impietrito ed infuriato per l'impossibilità di cambiare l'esito delle vicende. Il romanzo è bellissimo al di là del contenuto ideologico che oggi lascia il tempo che trova. E' il trionfo degli umili, delle persone semplici, della fanciullezza spensierata nonostante le tragedie della guerra; è il trionfo degli animali che assumono una dignità al pari degli uomini. Un trionfo che non conosce colori politici.


Simone Proietti (arsip@libero.it) Civitavecchia, Roma, 17.09.2001

La storia è un'opera essenziale e importantissima per la cultura contemporanea, che riprende le fila del neorealismo (già sepolto da tempo) e lo riporta in vita traendone una sorte di morte del cigno (forse sono un po' esagerato). Sinceramente penso che sia un libro veramente fantastico, con Nino che passa dall'apologia fascista alle lotte partigiane, al contrabbando, Useppe che con il suo mal caduco intenerisce il lettore per poi condurlo all'ineluttabile commozione nel momento della sua morte, coincidente con la pazzia di Ida e la morte del cane. Un libro che meglio di molti altri riesce a far comprendere il dramma della guerra (che di questi tempi dovremmo ricordare per negarla con tutte le nostre forze!!!).


Gacomo Proietti (surrfer@libero.it) Roma, 16.09.2001

Ho letto la storia un anno fà e ancora mi porto la depressione scaturitane addosso!! E' come una gigantesca spada di damocle! Mi ha depresso,ucciso psicologicamente, e mi ha anche fatto progettare il suicidio (scherzo)! Comuque il libro mi ha interessato e l'ho letto in una settimana. I pesonaggi sono, nel loro tragico, eccellenti. La scrittrice in certi tratti mi ha commosso, suscitando in me anche tanta rabbia contro il destino stesso dell'uomo, la morte!


Laura Tosini (mmicol72@hotmail.com) Parma, 11.09.2001

Useppe e' il figlio che tutti noi vorremmo avere. Ho letto questo libro la prima volta a quindici anni, attratta dall'ineluttabilita' della guerra, del lutto e della poverta'..poi l'ho riletto a 28 anni, piu' matura e ..madre. Ho vissuto in simbiosi con Useppe fino all'ultima pagina..ho provato nei giorni scorsi a rileggerlo, perche' fatalmente esso mi chiama..ma non sono riuscita ad arrivare alla fine, poiche' essa mi schianta dal dolore! Non voglio far morire Useppe. Egli deve rimanere per me sempre vivo, tenera testimonianza dell'innocenza e della purezza, simbolo di tutti i milioni di Useppi del mondo, vittime impotenti testimoni della guerra. Grazie ad Elsa Morante per essere riuscita a farci vedere la guerra attraverso gli occhietti azzurri di Useppe, povera creatura senza importanza, simbolo di tutti gli oppressi di ogni epoca e guerra.


Chicca Greco (riccardorinald@tiscalinet.it) Roma, 30.05.2001

Come a tantissimi altri ragazzi a scuola mi hanno fatto leggere questo libro dicendomi: "tie',beccate sta botta de cultura!!!".Io però sono del parere che prima di giudicare un libro o qualsiasi altra cosa bisogna sapere su chi si sta puntando il dito...con ciò non voglio appoggiare del tutto il libricino che la cara Elsa Morante ha scritto...anche perchè non ho finito di leggerlo (non ho alcuna intenzione,almeno x adesso) xrò x le prime 200 pagine devo dire che il libro e la storia sono interessanti anche se quest'ultima interrotta da tante, forse troppe,lunghe, interminabili descrizioni...xchè la scrittrice si perde in chiacchiere cosi spesso?...vabbè forse sono io la prime che mi ci perdo....buona lettura!


Linda de Putti (dep.lind@libero.it) Albisola, Savona, 10.05.2001

Il libro mi è piaciuto x il suo realismo,ma ci sono parti noiosissime (tipo il discorso di vivaldi nel bar dove nessuno lo ascolta). il xsonaggio ke ho amato di + è senz' altro nino ke,come gli altri,muore.ma come dice la scrittrice"la Storia è fatta di morti",un po' deprimente, ma tristemente vero.


Rocco Cristiano Verdone (cricchiaverdone@yahoo.it) San Giorgio di Piano (Bologna, 09.04.2001

Ho dovuto leggere questo libro in ambito scolastico e, a contrario delle mie aspettative, si è rivelato una "purga"!!! Mi dispiace per Elsa, ma secondo me, le sue ampie e dettagliate descrizioni, distolgono il lrttore dalla vicenda, rendendo il racconto un "sonnifero"


Francesca Arru (panada1982@hotmail.com) Sassari, 03.03.2001

Un libro meraviglioso,credo il+ bello ke ho letto. in nessun altro romanzo la Morante riesce a trasmetterci tante emozioni come in questo libro travagliato e sofferto,una storia di vinti, d gente comune,schiacciata dal crudele e irreversibile meccanismo della Storia,ke distrugge i più deboli e li annienta,impotenti ed esterrefatti dal ciclo perpetuo delle cose. uno stupore innocente ke traspare dal personaggio del piccolo Useppe in particolare,vittima delle vittime,personaggio indimenticabile a cui è impossibile nn affezionarsi come ad un figlio.


Matteo Bucarelli (bucarellimatteo@libero.it) Reggello (Firenze) 27.01.2001

Ho letto solo "La storia" (me tapino) e l'ho trovato veramente un bellissimo libro. Unica pecca, almeno per i miei gusti, il finale che è un po' troppo lento.


Anna Tornabene (anna.oscar.@tiscalinet.it) Fiumefreddo di Sicilia (Catania) 20.01.2001

Non capisco perchè questo romanzo della Morante a suo tempo generò tante polemiche, io è la terza volta che lo leggo e ogni volta lo trovo sempre più bello,mi piace tutto i trafiletti di storia all'inizio di ogni capitolo, il modo della scrittrice di descrivere i suoi personaggi cercando di coglierne tutti gli aspetti e di di presentarli al lettore nel modo più umano possibile. Vien quasi voglia di prenderlo in braccio quel "Pischelletto" di Useppe per cercare di strapparlo al suo tragico destino,così come viene volgia di abbracciare Iduzza,quella piccola donna che nel suo inutile tentativo di proteggere la sua creatura dal mondo che lo circonda finirà per impazzire.


Manuela Viganotti (manuela.viganotti@tiscalinet.it) Roma, 08.01.2001

La "Storia" di Ida, Nino, il piccolo Useppe è quella di tutti, una nascita, una vita tra stenti e sofferenze,una morte.Una sopravvivenza più di un vivere e se qualcuno rincorreva la felicità,la sfiorava poi la pedeva.L'altra faccia della guerra,da palla parte di chi la subisce. Mai come questa volta mi sono sentita immersa in un libro che per alcuni giorni ha vissuto con me. Mi ha tolto il
respiro,la tranquillità nel benessere nello sfarzo delle feste natalizie tra regali e grande mangiate con amici e parenti. Il rispiro mi è stato rilasciato, insieme ad uno strano stato d'amarezza solo dopo l'ultima riga.Useppe morì nel '47 ma forse ancora troppi bambini si trovano ad avere come sostegno e compagnia un cane.


Giorgio Cacittaz (rjiooo@hotmail.com), 29 dicembre 2000

Ho trovato quest'opera molto interessante sotto molti punti di vista; soprattutto su quello stilistico-narrativo, inquanto ho notato un'eccellenza estrema nel aver composto un testo di questa mole, che sia allo stesso tempo molto espressivo e originale.Purtroppo non l'ho potuto apprezzare profondamente perchè un villano-zoticone di maestro italiano ce lo diede da leggere per queste vacanze. 15 giorni di tempo. Vabbè che ho letto il signore degli anelli in 21 giorni, però ho trovato quest'ultimo migliore.




http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Lun, 31 lug 2006

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