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LAVORARE STANCA, LA RACCOLTA POETICA DI CESARE PAVESE DALLA FORTE STRUTTURA COMPATTA, DOVE OGNI POESIA E' UNA SORTA DI MICRO RACCONTO

Lavorare stanca (1936)



Cesare Pavese, Lavorare stanca
Einaudi, 2001
Collezione di poesia, XXV-144 pp.
Euro 9,80

Camminiamo una sera sul fianco di un colle1,
in silenzio

Così si apre la raccolta Lavorare stanca, con quelle colline che tanta importanza hanno nell’opera di Pavese e all’ombra delle quali egli, a ventiquattro anni, esce dalla cerchia ristretta degli amici e compagni di scuola e, più in generale, si allontana dal gusto poetico dominante dell’epoca, quello, per capirci, ungarettiano.

Muove così i suoi passi lontano dalla poesia pura di stampo francese; solo Baudelaire lo avvince. D’altro canto sarebbe sbagliato pensare che la formazione di Pavese sia esclusivamente di matrice anglo-americana, nonostante Lavorare stanca sia probabilmente ispirato alle Leaves of grass di Whitman, e il risultato è comunque diverso.

La prima edizione della raccolta esce nel 1936 a Firenze, presso Solaria, dopo l’intervento della censura fascista (una seconda edizione ampliata uscirà nel ’43, a Torino per Einaudi, con l’aggiunta di alcune poesie scritte a Brancaleone, in Calabria, durante il confino, e altre varianti anche strutturali). Leone Ginzburg fu il massimo sostenitore di Pavese in quel periodo e ne incoraggiò la pubblicazione.

La realtà che si legge in Lavorare stanca è fortemente contrastante, il vocabolario è ripetitivo, spesso dialettale, i temi sono la città e la campagna, gli uomini e le donne, la terra e il sangue… ma da tutto questo amalgama di elementi quello che risulta è un poema denso, dalla struttura forte, compatta.

Quella di Pavese, comunque, non è una poesia apertamente antifascista.

Le figure cittadine che appaiono nelle liriche sono le prostitute di una Torino, che non è soltanto la Torino della Fiat — Pensieri di Deola, Gente che non capisce, Due sigarette, Cattive compagnie: «Su un fondo di fumo / una faccia di donna protesa a sorridere / e un idiota leccarla con gli occhi parlando» —, poi c’è l’ubriaco, il pezzente morto per strada (Rivolta).

La campagna invece ha qualcosa di selvaggio, la notte in particolare — Paesaggio III2: «Nella notte la terra non ha più padroni, / se non voci inumane» — è il luogo della corporalità, del contatto viscerale con la natura — Mania di solitudine: «Un gran sorso e il mio corpo assapora la vita / delle piante e dei fiumi e si sente staccato da tutto» —, a volte benigna, ma spesso spietata.

Le donne qui sono figure solide, fondamentali, ma silenziose, sottomesse alla forza e all’autorità maschile — Antenati: «E le donne non contano nella famiglia. / Voglio dire, le donne da noi stanno in casa / e ci mettono al mondo e non dicono nulla / e non contano nulla e non le ricordiamo». E ancora, «Non saremo mai donne, mai schiavi a nessuno».

E d’altra parte qui si palesa quel "misogino virilismo", che è fondamentale considerare nell’analisi della figura di Pavese, con la sua ansia mai risolta di dover essere "uomo", di volere la normalità, una donna, una famiglia — in Lavorare stanca: Bisogna fermare una donna / e parlarle e deciderla a vivere insieme». In tutto questo la cultura antifascista non entra minimamente.

Caratteristica peculiare della raccolta è la scelta del verso lungo, per cui ogni poesia diventa una microstoria, una poesia-racconto.


1) I mari del Sud. Altre nove poesie, tra prima e seconda edizione, contengono nel verso iniziale le parole: colle, collina o colline.
2) In tutto, le poesie che si intitolano Paesaggio sono otto.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 21 luglio 2004
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I commenti dei lettori

Annarita Pincione, Roma, 11/09/'04

Ho letto questo libro per la prima volta un po' di tempo fa, poi l'ho lasciato nello scaffale per qualche anno, ma sempre lì a portata di mano, non ho mai avuto il coraggio di spostarlo tra i testi "vecchi", tra quelli "ormai letti"; era come se, già dopo averlo finito, sentissi la necessità di non separarmene, come un oggetto caro, un prezioso breviario che avrebbe avuto sempre qualche ristoro o qualche risposta per me. Il libro è ora ingiallito e le pagine sono tutte scollate, ma quando lo sfoglio è come se quei versi mi stessero parlando per la prima volta, li leggo, li riconosco,li ricordo, ma mi sorprendono sempre...

"Su dal mare non sporgono piante, non muovono foglie:
quando piove sul mare, ogni goccia è perduta,
come il vento su queste colline, che cerca le foglie
e non trova che pietre."... (Paesaggio V)

Non trovo un altro modo per commentare questa raccolta di poesie, se non citando alcuni dei meravigliosi versi in essa contenuti. Cesare Pavese è forse uno degli autori più sensibili alla "narrazione" del paesaggio, perché le sue non sono mai descrizioni, ma veri e propri racconti di esso, con soggetti, azioni e conseguenze, che se da un lato fanno sembrare la natura un po' malefica e impenetrabile, dall'altro le danno un aspetto umano e fragile, ed è così che l'uomo, come il vento (o viceversa), cercando le foglie non trova che pietre! Quello di Pavese è una sorta di "panteismo terrestre" che trova spazio non solo tra il verde delle colline, sulle rive del mare, ma anche nelle strade polverose o lungo lo skyline dei tetti di città; è il racconto dove il Paesaggio non è solo il mondo inanimato che ci circonda,pure spettacolare, poetico e magico, ma il mondo visto sempre con gli occhi di un uomo che non si rassegna ad esso, ma ne vuole partecipare fino in fondo.




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http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 26 lug 2007

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