DUE FAMIGLIE EBREE INVIANO LETTERE AL CALIFFO IN TURCHIA PER INFORMARLO, BEN OLTRE L'EPOCA DELLA SUA MORTE DI TUTTO CIO' CHE ACCADE

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Lettere al califfo (1995)


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Chiara Provera, Lettere al califfo
Giunti (Gruppo Editoriale), 1995
Narratori Giunti, 450 p.
Euro 16,53

uesto romanzo diverso dal solito (opera prima di una scrittrice nata nel l932) interesserà moltissimo quei lettori che hanno conosciuto l’Egitto di cinquanta, sessanta anni fa, patria e asilo di un miscuglio di razze religioni e cittadinanze che convivevano serenamente nel rispetto e nell’indulgenza reciproca. Anche se di tanto in tanto delle vampate di insofferenza fomentavano tafferugli qua e là, questi erano subito sedati e ricomposti nella bonomia abituale, dovuta al clima emolliente.

Un Egitto dalle mille sfaccettature, quindi, dove in una medesima serata si poteva passare da un bouzuki greco ad una cena russa a base di bilis e caviale, da una riunione di intellettuali francesi o francofoni a un concerto da camera italiano. Per una certa classe sociale l’Egitto era un paese affascinante. Molti che non lo conobbero allora riescono anche oggi a trovarvi alcune tracce di quell’atmosfera altamente colta e cosmopolita che pulsava nelle vene di città come il Cairo ed Alessandria. Questo avveniva grazie ad alcune grandi famiglie che aprivano le porte dei loro salotti agli ospiti di passaggio, scrittori, poeti, diplomatici, eccentrici geniali, esuberanti “enfants de bohème”, e che fecero delle due principali città egiziane - e talvolta, molto più raramente, di certi angoli sperduti della campagna - un microcosmo culturale insostituibile.

Per coloro che hanno conosciuto questo passato, il romanzo Lettere al Califfo, di Chiara Provera, riporta quindi alla superficie della memoria una trama fittissima di immagini, suoni, profumi e sapori. Si parla di due famiglie ebree, i Cattawi e i Menache. L’epoca descritta è quella in cui la religione praticata - da musulmani, copti, ebrei - non ha ancora assunto connotati discriminatori ed è solo pretesto a barzellette senza nessuna cattiveria e a gentili commedie tendenti solo a far ridere un pubblico bonaccione. I riti ebraici, le festività e i cibi caratteristici dell’ebreo orientale di cui si parla sono solo un po’ di color locale nell’affresco di un’epoca in cui le guerre di religione erano impensabili, un' epoca in cui ognuno era libero di vivere secondo le proprie abitudini senza suscitare insofferenza e rigetto.

Il romanzo è insomma la testimonianza di un mondo diametralmente diverso da quello di oggi. Per le nuove generazioni, che non sono al corrente di una realtà oggi completamente cancellata, è bene che vi siano coloro che ricordano, che vogliono conservare e trasmettere la memoria.

Parla una pronipote delle famiglie Cattawi e Menache, e racconta la storia di una loro leggenda comune: quella del bizzarro lascito di un Califfo turco a un suo discendente, per metà ebreo da parte di madre, un gracile bambino sopravvissuto ad un massacro. Le famiglie regolarmente scrivono delle lettere al Califfo, in Turchia, per informarlo di quello che avviene, e questa corrispondenza a senso unico si protrae per decenni e per secoli, anche se ormai il Califfo è solo polvere sotto i marmi del suo mausoleo e del bambino sopravvivono solo i pronipoti. Dalla fine del settecento alla vigilia della seconda guerra mondiale, quando ormai in Europa alcuni di questi discendenti si sono convertiti al cattolicesimo e sono persino entrati negli ordini, la saga dei ricordi si svolge e si dipana, con disordine e logica, con sbalzi improvvisi e una ferrea volontà di non trascurare nulla. Si sente, spesso, il peso della storia vera, soprattutto quando dalla leggenda l’autrice passa appunto alla cronaca, quella che ha udito dalla voce di sua madre, la quale a sua volta ricordava i racconti della nonna, degli zii, della cugina Raissa, memori cantori di un passato egiziano che a poco a poco assume l’alone mitico dei paradisi perduti. La volontà di non rimpiangere è palese, ma certe volte dalla semplice descrizione di un salone mai visto, ma solo udito raccontare, sprigiona appunto rimpianto e tristezza; il pudore con cui si parla di case sequestrate, di cappelle sigillate, è il tono giusto con cui deplorare non solo gli errori di ambo le parti, ma soprattutto - dopo tanta vita in un mondo accogliente, sereno e sicuro - l’intromissione di decisioni politiche nel tessuto di una coabitazione secolare.

Agli inizi Lettere al Califfo non è di facile lettura, tanto il tono è serrato e per così dire ellittico, un tono in cui si sente più forte di tutto il pudore, la difficoltà di raccontarsi. Ma via via, nel susseguirsi delle vicende, il romanzo assume il ritmo giusto e la giusta ampiezza, e permette al lettore di apprezzarne la varietà di toni e sfumature. La lingua è fluida, moderna con voluti arcaismi, una lingua piacevole, anch'essa da scoprire. Insomma un bel romanzo da leggere a poco a poco, con pazienza, e soprattutto da assaporare, il che nel panorama della produzione odierna è certo una grande qualità.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 05 febbraio 2003
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Sara (sarapiano@libero.it), Genova, 11/12/03

Aiutooooooooo........che noiaaaaaa devo finire di leggerlo entro domaniiiiiiiiiiii uffi!!!! vciao.....in fondo sembra quasi interessante!




http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 2 ago 2007

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