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LETTERE A MITA: 240 LETTERE SCRITTE DA VITTORIA GUERINI (CRISTINA CAMPO) A MARGHERITA PIERACCI.

Lettere a Mita (1956-1977)



Dal risvolto di copertina

Ha ventidue anni Margherita Pieracci – la Mita a cui sono indirizzate queste lettere – allorché, nel novembre del 1952, chiede a Vittoria Guerrini, che ne ha allora ventinove – e che adotterà poi, fra gli altri, lo pseudonimo di Cristina Campo –, di poterla incontrare per parlare con lei di La pesanteur et la grâce, dalla cui lettura è uscita profondamente turbata. Comincia così, sotto il segno e nel nome di Simone Weil, un’amicizia che avrà fine solo con la morte di Vittoria, ventiquattro anni dopo, e si nutrirà, nei lunghi periodi durante i quali le due amiche saranno separate, di uno scambio epistolare affettuoso e costante. Le duecentoquaranta lettere scritte a Mita fra il 1956 e il 1977, che vengono presentate qui con la cura appassionata della stessa Margherita Pieracci, offrono ai lettori della Campo una cornice in cui inscrivere le poesie e i saggi che videro la luce in quegli anni (anni sui quali aprono spiragli di un fulgore talvolta crudele, che riduce le cose, secondo le parole di John Donne, «a coraggiosa chiarezza»). Al contempo, tuttavia, sono un’opera compiuta in se stessa, e di straordinaria qualità letteraria. Mai come nelle lettere la scrittura della Campo riesce a esprimere una gamma così mutevole e cangiante di intonazioni e di sfumature: se in certi momenti può farsi cullante, e quasi incantatoria, in altri è sferzante, aspra, risentita; ma sempre, in esse, la profondità di un pensiero la cui densità risplende in limpidissime gemme anche quando sembra limitarsi a suggerire la lettura di un libro o a formulare un giudizio, e la ricerca instancabile della verità e della bellezza, ma pure lo sgomento e il dolore, e persino l’angoscia, si fanno parola poetica.
Cristina Campo,
Lettere a Mita
Adelphi, 1999
Biblioteca Adelphi, 404 p.
Euro 18,08

Ci sono qua e là, nei non troppo verdi pascoli della letteratura italiana del Novecento, degli autori per loro fortuna al riparo da una fama troppo conclamata, e quindi ancora salvi dall’appartenenza a quel Canone Definitivo del secolo or ora finito, che critici e professori si affannano a fare e disfare come una torre di sabbia, anche se presentandola sempre come fosse di marmo.

Abbiamo visto così ascendere e precipitare un po’ di tutto: Vittorini, Pratolini, Pavese, Cassola, Silone, Moravia, Calvino, con tempi poi di dismissione neppure troppo più lunghi di quelli delle mode rockettare, dei tailleurs e delle borsette.

Dall’altra parte, ci sono autori che come ginestre tenaci consolano il deserto d’un panorama per lo più occupato rumorosamente da epigoni queruli e da retori benintenzionati ma dalla prosa pleonastica. E’ sempre stato così, del resto: pochi nell’Ottocento avrebbero scommesso sul fulgore di Leopardi, o addirittura, nell’aureo Rinascimento, dello stesso Dante.

Così, mentre una cultura strepitante e sussiegosa si perdeva in birignao da don Ferrante sul se fosse adeguatamente comunista qualche brutto libro di Pratolini o più o meno decadente il diario di Pavese, su quanto uno scrittore dovesse essere “organico” alle direttive di opachi partiti politici, e su come l’inderogabile “impegno” dovesse trasfondersi nei mille manifesti da firmare, Cristina Campo scriveva nella sua lingua perfetta queste lettere preziosissime sull’amicizia, i libri, il mare, i gatti, la morte, il sacro: tutto potrebbe essere ridotto forse a un tema solo, quello della bellezza, «mistero che sempre più mi appare teologico».

E’ questo il centro che la Campo ritrova in Dostoevskj come in Simone Weil, nella riflessione sulla liturgia come nella contemplazione del mare della Liguria: la Bellezza salva il mondo, e lo salva perché è il volto rivelato della Verità. La scrittura è tersa, perentoria, sorprendente come la linea d’una freccia che coglie il bersaglio.

Per chi li ha letti ed amati, è facile riconoscere a miriadi le tracce lasciate dal passaggio attraverso il muro di fuoco –per quanto possibile, da parte della Campo, lentamente - degli scritti di Simone Weil: l’importanza dell’attenzione, la perseveranza nella fedeltà a se stessi tanto più quando ogni speranza è morta, la sincerità assoluta, il senso costante della trascendenza di ogni evento, della simbolicità – come in Baudelaire – di ogni caso e di ogni incontro.

A cura della Redazione Virtuale de «La Libreria di Dora»

Milano, 23 gennaio 2003
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I commenti dei lettori

j.a. b.d'a. (brummell@jumpy.it), Roma, 05/05/03

Diceva non ricordo più se Ceronetti o Citati che le lettere della Campo, anche solo quelle che ci restano, meritano senz'altro un posto di riguardo tra i due o tre grandissimi epistolari del Novecento; quello della Ctevaeva, per esempio, altissimo e imperdonabile. Ed è incredibile constatare qui quale vette di intensità siano sfiorate... "straziante", non conosco altro termine più adatto, "densità straziante" regalata all'occasionalità del più insignificante dei biglietti indirizzati a Mita. Pepite pepite d'oro! lettere che son lastre orfiche di bellezza, epperò sempre pensate e scritte d'impulso, magari nottetempo, oscillando disperatamente tra la Grace e il malheur hideux, siccome insegna l'amatissima Simone Weil. Sì, forse la parte centrale del libro risentirà pure di un calo di tensione, è indubbio; ma si provi a leggere con l'attenzione che meritano, quella priva di desiderio, le lettere del 1970. fatelo, vi prego. (non ho certo imbarazzo a confessarvi che da più di due anni mi sveglio ogni giorno alle cinque per "rabbrividire con cristina" almeno per due ore antlucane... ma lettore mio, "e se [qui] non piangi, di che pianger suoli?") Poi, notiamola su! e notiamola l'evoluzione degli intimi desideri che segue sempre fedelmente il passo delle letture: cosa rara, rarissima... perché mai e poi mai in Cristina si incorre nel dubbio d'una recensione di circostanza, d'un lavoro editoriale poco meno che fortissimamente voluto! (vi sembra ovvio? ma allora ditelo che non le leggete, no, no le leggete le pagine culturali sui giornali?) Valga soltanto questo minimo particolare a far di questa donna una stravagante nel mondo culturale romano dei Sessanta e Settanta. Perché è davvero il demone, il daimon della perfezione, la tramontana stella che guida la sua scrittura: sempre, meravigliosamente almeno un palmo sopra l'immaginabile, il percorribile, l'ovvio... baciata dalla grazia e da una lingua mirabile, la prosa vola musicalmente su passi di danza, secondando le movenze iniziatiche d'una Antic Hay. E non suonerà troppo azzardato il paragone con l'illustre Scardanelli - l'ultimo Holderlin, poeta della Torre - Lui che batteva il tempo sul leggio mentre ascoltava mentalmente l'armonia del mondo... riproducendola all'occorrenza su minuscoli fogli bianchi... del resto Valery di lì a qualche tempo avrebbe annotato: il poema, questa esitazione prolungata tra il suono e il senso. Non si dà, infatti, cerimonia - autentico rito - in cui d'un tratto la parola non si faccia musicalmente canto. E della liturgia, quale Bello incarnato, linguaggio del mito e del rito, sono ricchissime le ultime lettere a Mita. Lettere composte contemporaneamente alle prove poetiche più alte della Campo: la missa romana, il diario bizantino, preziosi lavori d'oreficeria, non saprei dire se toscani o slavi, medicei o fabergé... imperdonabili, anch'essi, come tutto della C.

Vajmax, Milano, 25/03/03

Arrivo a questo libro dopo avere letto la bellissima prefazione della Campo sui Padri del deserto che lasciava sperare su una elevata qualità degli altri suoi scritti, ma la delusione è stata cocente: l'indiscutibile talento poetico non esce dai limiti dell'individuale se non rivolgendo al sovrannaturale l'attenzione che si dedica ai fantasmi dell'illusione. L'incapacità di intuire Principi universali le impone limiti che non può ancora concepire e che interpreta come fossero il frutto della propria mancanza di volontà:- non ci sono porte chiuse ma solo porte che non si vogliono oltrepassare. E' una scrittrice notevolissima, ma quando l'intelligenza rimane confinata entro i ristretti limiti dell'io, questa non può condividere la felicità della creazione né sperare di trasmetterla ad altri attraverso la consacrazione della propria attenzione. Il libro è, nonostante ciò, consigliabile e bello ma non onora la vita negli altri suoi concepibili aspetti.



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http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 1 feb 2007

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