LETTERE CONTRO LA GUERRA. A KABUL E IN AFGHANISTAN SOTTO I BOMBARDIERI USA. TIZIANO TERZANI CONTRO IL TERRORISMO PROPONE LA NON VIOLENZA

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Lettere contro la guerra (2002)



Tiziano Terzani, Lettere contro la guerra
Longanesi & C., 2001
181 pp., Euro 10,00

iziano Terzani era quello che nel linguaggio del giornalismo viene definito un “inviato”. Una persona che si reca in un angolo remoto del mondo e da lì invia delle corrispondenze, dei reportage, in sostanza delle “lettere”, che vengono pubblicate da un giornale per raccontare ai lettori cosa avviene.

Trovandosi da qualche anno in pensione, dopo una vita passata sulla breccia per conto delle redazioni di grandi giornali, senza più obblighi professionali e libero dalla dipendenza di un editore (ma con un accordo non-vincolante con Ferruccio De Bortoli, direttore del «Corriere della Sera» dal 1997 al 2003), dopo l’11 settembre 2001 questo fiorentino che viveva tra la Valle d'Orsigna e l'Himalaia, si è autoinviato sul terreno di guerra, per cercare di scoprire cosa vi stia veramente accadendo e poi illustrarci la sua versione dei fatti.

La serie di corrispondenze che ne è scaturita, che sono state pubblicate dal quotidiano milanese, è stata raccolta in questo Lettere contro la guerra, che nel panorama della fiorente produzione editoriale pro e contro, apparsa dopo i tragici fatti di New York. e di Washington, è senz’altro uno dei libri migliori, più chiari e più equilibrati. All’opposto, siamo stati tutti spettatori della demenziale radicalizzazione di certe posizioni, sulla scorsa dell’indirizzo preso dalla politica estera americana e, di conseguenza, di tutto l’Occidente.

Il libro parte col racconto di un giorno anonimo, che il mondo ha trascorso cullandosi nell’inconsapevolezza di trovarsi alla vigilia di un disastro di proporzioni colossali. Quel lontano 10 settembre 2001, un giorno qualunque facilmente dimenticato, ha rappresentato il momento più alto raggiunto da una civiltà, per quanto imperfetta. Dal giorno dopo, 11 settembre, tutto, sul fronte dei diritti civili e della libertà personale ha cominciato a decomporsi, è andato via via peggiorando e, a meno di un “miracolo”, continuerà su questa china lentamente a sgretolarsi.

Ciò nonostante, lo choc provocato dagli attentati avrebbe ancora potuto rappresentare, Terzani lo ha sperato, un’opportunità, se il “mondo” avesse capito. Da tempo infatti – è sotto gli occhi di tutti – qualcosa non funziona nell’atteggiamento occidentale nei confronti delle altre culture. L’impossibilità di attuare gli accordi di Oslo e la mancata pacificazione della Palestina ne sono un segno inequivocabile. Il rifiuto americano di impegnarsi sul protocollo di Kyoto sull’ambiente e ancora il rifiuto di Usa e Israele di riconoscere una Corte mondiale che giudichi i crimini di guerra è sotto gli occhi di tutti. Gesti di un’arroganza inaccettabile secondo i nostri stessi standard.

A un mese di distanza dagli attentati si poteva già affermare che l’occasione era stata totalmente mancata. Ancora una volta, invece di confrontarsi sul piano della razionalità si era scelta la forza; invece di uno sviluppo sostenibile si era scelto il petrolio; invece della convivenza civile si era scelta la guerra.

Paladina delle posizioni oltranziste è la scrittrice toscana Oriana Fallaci, che con indicibile violenza si è scagliata contro l’Islam e contro tutte le persone che sostengono le ragioni di un approccio più ponderato, offendendo tutti, senza mezzi termini.

Se la Fallaci scrive le sue invettive, circondata dall’angusta prospettiva dei grattacieli di New York, dove vive da anni in solitudine, vittima della propria ipocondria, Tiziano Terzani «salta nella minestra per sentire se è salata» e raccoglie dalla viva voce della gente che incontra le testimonianze del popolo più straccione della terra, mentre viene bombardato dall’aviazione del paese più potente del mondo.

Gli appartenenti all’etnia pashtun si trovano su entrambi i lati della frontiera che corre tra Afganistan e Pakistan e si considerano un’unica nazione. Come è capitato di scoprire nella recente crisi dei Balcani, come abbiamo appreso da Alberto Moravia riguardo all’Africa (A quale tribù appartieni?), anche in questa regione le frontiere sono un concetto astratto.

«”Ormai c’è un piccolo Osama in ognuno di noi”, mi spiegava, senza alcuna ironia, una elegante, ingioiellata signora della buona società di Lahore, durante una cena.» Non tutti i mussulmani sono fondamentalisti ma l’atteggiamento verso la licenziosità occidentale, verso la globalizzazione strisciante crea un fronte di alleanze netto. Un mussulmano moderato, non bigotto, aperto a certe forme della cultura occidentale, non potrà mai schierarsi a fianco degli americani. Il corrispondente mussulmano di un cristiano moderato pensa come minimo che gli americani debbano andarsene dal sacro suolo che occupano in Arabia Saudita. «La religione diventa un’arma ideologica contro la modernità, vista come occidentalizzazione.»

L’Afganistan, nella storia, si è trovato spesso al centro di interessi internazionali e spesso poi dell’odio e delle vendette terribili di qualcuno: Gengiz Khan nel 1221; gli inglesi nel 1842; ancora gli inglesi nel 1921; e ora gli americani, che bombardano a tappeto da un’altezza di rispetto di 10.000 metri, spianando i siti archeologici, cambiando i connotati alle montagne, cogliendo qua e là qualche villaggio inevitabilmente popolato di civili. Martellano da una posizione irraggiungibile le trincee dei nemici, massacrandoli a migliaia senza perdere un solo uomo, privandoli anche della possibilità di morire combattendo.

I soli atti eroici in questa guerra vengono registrati da Terzani nei centri, spesso gestiti da italiani, che aiutano la gente a sopravvivere alle proprie menomazioni, causate dai bombardamenti e dalle mine. Fra tutti, i casi di Alberto Cairo, del comitato della Croce Rossa Internazionale e di Gino Strada, di Emergency, ma anche il caso dell’anonimo operatore svizzero della Croce Rossa che, all’indomani della rivolta di prigionieri nella fortezza di Mazar-I-Sharif, si aggirava fotografando i morti per cercare di identificarli, perché «ognuno di loro ha una famiglia.» È questa la civiltà in cui a noi piace riconoscerci. E che la CNN regolarmente censura.

«È un vecchio detto che in tutte le guerre la verità è la prima a morire [...] Spie, informatori, millantatori e mestatori pullulano ormai ovunque [...] Quelli che davvero contano in questa guerra di bugie sono gli spin doctors, gli esperti in comunicazione, gli addetti alle pubbliche relazioni [...] la verità di questa guerra sembra essere così indicibile che ha costantemente bisogno di essere impacchettata.»

L’unica notizia che è possibile registrare con certezza è proprio questa: la morte della verità. Terzani ci spiega che, dietro le quinte, la favola dei burqa che le donne di Kabul si sarebbero tolte in massa è in realtà un falso clamoroso. E così per molti dei racconti di atrocità da parte dei talebani, per il ritrovamento di una partita di gas nervino e altri scoop orchestrati ad arte. Quanto poi all'intelligente missile americano che centra «per errore», in una schiera di villette tutte uguali, proprio quella che ospita gli studi dell’emittente araba Al Jazeera, beh francamente...

La grande delusione per Terzani riguarda l’India, sua patria d’adozione, che avrebbe potuto, in virtù della recente tradizione di non allineamento, e dell’eredità lasciata dalla rivoluzione non violenta del Mahatma Ghandi, mantenere una posizione equidistante. E invece anche l’India si è dotata della bomba atomica, presto imitata dal Pakistan, l’avversario di tre guerre che non hanno risolto nulla. Anche qui, dunque, un’occasione mancata. La non-violenza, arma formidabile che ha sconfitto l’impero inglese è finita in soffitta. Molto più redditizio, dal punto di vista elettorale, anche in India, agitare venti di guerra.

Gli stessi motivi avanzati dagli Stati Uniti per andare a bombardare l’Afganistan potrebbero essere addotti dall’India contro il Pakistan, per il problema del Kashmir. Ma gli americani non hanno alcun interesse a risolvere questo conflitto. Invece, ora che hanno creato una testa di ponte nell’Asia Centrale, non l’abbandoneranno più. Da qui possono controllare per la prima volta il futuro corridoio del petrolio russo e, nel caso, neutralizzare l’atomica pakistana. Perché andarsene?

Tiziano Terzani si era impegnato in un’impresa bizzarra: contrastare fortissime correnti politiche, culturali, economiche e anche religiose che premono tutte verso un conflitto permanente che negli Stati Uniti il partito al governo vuole fortissimamente, sostenuto, incoraggiato, forse costretto da poteri più o meno occulti, interessi più o meno palesi, in grado di condizionare i media e pilotare il consenso del pubblico su scala mondiale.

Uomo dei media Terzani queste cose le conosceva. Due lauree, cinque lingue parlate correttamente, intelligenza brillante, sapeva benissimo di combattere una battaglia persa, ma la combatteva ugualmente, usando le armi a sua disposizione: una prospettiva storica che abbracciava un consistente periodo del ‘900, vissuto in prima persona in Asia: Indocina, Cina, Russia, India. Lo spirito d’osservazione unito alla capacità di mimetizzarsi e di individuare i percorsi alternativi e i varchi nella conformità, per andare a raccogliere testimonianze fuori dall’ordinario. La capacità di sentire e di rispettare la diversità nell’universo umano che attraversava, restando sempre fedele alla propria cultura fiorentina.

Lettere contro la guerra delinea, sostiene e riesce così a farsi bandiera della posizione, non solo di Terzani, ma di tutti quelli che vorrebbero sempre più intensamente un ripensamento del complesso paradigma di equilibri che governano i rapporti tra il sistema occidentale e l’ambiente in cui opera.

Che è poi il mondo in cui viviamo tutti.

Milano, 30 novembre 2002
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Stefano Perer, Hong Kong, 19/09/'04

TT E' un autore dei quali ti vanteresti di averlo solo sfiorato. Un uomo vero non un uomo perfetto. il suo sogno d'immortalita' si e' avverato rivivendo come ogni altro dei suoi migliori amici di viaggio. in un libro , perennamente, inesorabilmente vero, semplice e profondo. Il mio sogno? che Angela o Saskia (che conobbi un minuto solo soltanto ad HKG) o leopoldo possano portargli sul cippo che lo ricorda da qualche parte del mondo il mio ciao, il mio grazie , la mia stetta di mano per averlo conosciuto e fatto il mio migliore compagno di viaggio, qui in asia dove viaggio ancora.

Mauro, 30/07/'04

Sono capitato in questa pagina cercando notizie su Tiziano Terzani... sono sempre i mmigliori che se ne vanno

Damiano Rama (damiano.rama@inwind.it), Pisa, 31/05/'04

Il Signor Terzani,con la sua eloquenza semplice e densa, suggerisce qualcosa di più che una soluzione politica.la non-violenza,di cui parla non è un espediente per sgambettare i politicanti,dittatori o meno,ma una ricerca che dona, a chi la pratica, libertà. libertà dalla paura,principamente,e poi da tutto il resto.mi fanno ridere i "filosofi della realtà",la ragion di stato e la democrazia col manganello.fanno piangere,in realtà,ma sono schiavi del tempo ed il tempo ne avrà ragione, come è sempre successo.il dolore che portano al mondo sarà la nostra lezione, e dei nostri figli.

Carmen Reyes Carbajal (nreycar2005@yahoo.com), Messicali (Usa), 26/04/03

Mi piache molto como scrivi, leggo un libri verso entrevisti di grandi personagi del mondo. E una persona che e importante per le donne.




http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Dom, 30 lug 2006

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