LETTERE DAL CARCERE, DI ANTONIO GRAMSCI

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Lettere dal carcere 1926-1937 (1947)


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Antonio Gramsci, Lettere dal carcere 1926-1937 (1947)
Sellerio, Palermo 1996
La nuova diagonale, 2 voll., 946 pp.
Euro 25,82

Carissima Tania, sono assillato (è questo fenomeno proprio dei carcerati, penso) da questa idea: che bisognerebbe fare qualcosa “fur ewig”. Vorrei occuparmi intensamente e sistematicamente di qualche soggetto che mi assorbisse e centralizzasse la mia vita interiore.

Come nascono le lettere

e Lettere dal carcere di Antonio Gramsci vengono pubblicate per la prima volta da Einaudi nel 1947 e comprendono 218 testi. Si tratta di una raccolta incompleta («alcune non si sono potute recuperare») e selezionata («altre, che trattano argomenti di carattere strettamente familiare, non si è ritenuto opportuno pubblicarle», come avvertiva la nota anonima in apertura). Nel 1964 Il Saggiatore pubblicò, a cura di Ferrara e Gallo, un’antologia con 77 lettere inedite e l’anno successivo uscì la nuova edizione einaudiana delle lettere, a cura di Caprioglio e Fubini, che resterà per un trentennio la raccolta di maggior pregio, con la pubblicazione di 428 testi di cui 119 inediti.

Si giunge così alla più recente raccolta della Sellerio pubblicata nel 1996 che contiene tutte le lettere scritte da Gramsci nel periodo della detenzione, 478 testi, 50 in più di quelle della prima edizione einaudiana.

L’edizione Sellerio delle Lettere gramsciane è stata, com’è noto, al centro di una violenta polemica, incentrata sugli aspetti economico-commerciali legati allo sfruttamento dei diritti, finita persino in tribunale, dove alla fine è stata riconosciuta la legittimità dell'edizione siciliana.

I corrispondenti

Le lettere hanno come destinatari due nuclei familiari. La famiglia d’origine, sarda: la madre, Peppina Marcias, le sorelle, Teresina e Grazietta, e il fratello Carlo che vive a Milano. E la famiglia acquisita, russa: la moglie Giulia Schucht, la cognata, Tatiana, i figli, Delio e Giuliano, e l’amico Piero Sraffa, professore di economia a Cambridge. Ma il rapporto epistolare più intenso riguarda il triangolo Antonio-Tatiana-Sraffa.

Il contenuto

Se uno studente volesse approfondire l’opera di Antonio Gramsci dovrebbe lasciare l’Italia, persino l’Europa, ed andare negli Stati Uniti. È questo un concreto riscontro del carattere universale della sua opera, e non solo per i suoi contenuti storico-politici. Si pensi soltanto che una novella che egli narra al figlio Delio in una lettera del 1932 ha ispirato un cartone animato finlandese.

Questo è appunto il grande rilievo artistico delle Lettere di Antonio Gramsci. Esse non sono, «come per la maggioranza degli epistolari, compresi quelli dotati di insolite qualità stilistiche e letterarie, di un complemento documentario utile a meglio conoscere la vita, il carattere, l’ambiente di un personaggio», scrive Antonio Santucci nell’introduzione all’edizione della Sellerio, «ma non occorrono paragoni estrinseci per cogliere la differenza fra il carattere di opera compiuta di queste e quello di altre raccolte analoghe».

Opera compiuta, dunque, ed autonoma. Taluni hanno parlato anche di “romanzo di formazione”; Valentino Gerratana ha parlato di “moderno breviario dei laici”, che i ragazzi dovrebbero leggere a scuola, non solo per le idee ivi espresse, ma per apprendere l’amore per la lingua italiana.

Pur nel loro carattere “pubblico”, che impone un linguaggio ellittico a raffreddare ogni espansione sentimentale, queste pagine epistolari sono pregne di passione e inducono naturalmente alla compassione; si leggono, insomma, come un “diario”, che ci permette di ricostruire il ritratto di un protagonista dei drammatici eventi della storia italiana nella prima metà del XX secolo. E questo carattere è rafforzato dalla particolare condizione dell’autore, sottoposta all’azione di quella «lima sottile che disgrega la mente e la volontà del condannato».

I rapporti delle Lettere con i Quaderni

Non si possono capire i Quaderni senza aver letto prima le Lettere. In queste Gramsci elabora ed esprime con chiarezza, nello sforzo di dialogare con qualcuno, oltre che con se stesso, il progetto organico che sta dietro la scrittura non sistematica dei Quaderni dal carcere.

È nelle Lettere che Gramsci riesce a far emergere il carattere di omogeneità dei diversi argomenti trattati nei Quaderni. A partire dai quattro argomenti, che sono i cardini del suo progetto: gli intellettuali italiani; uno studio di linguistica comparata; il teatro di Pirandello; la letteratura popolare.

Senza le Lettere i Quaderni rimarrebbero un’opera frammentaria e incompiuta. E invece, grazie a una lettera del novembre del 1929 alla moglie Giulia, possiamo cogliere il tema di fondo del suo studio sulla “storia degli intellettuali”, quale storia di un popolo e di una nazione. Egli scrive a Giulia: «I libri le riviste, danno solo idee generali, abbozzi di correnti generali della vita del mondo (più o meno ben riusciti) ma non possono dare l’impressione immediata, diretta, viva della vita di Pietro, Paolo o Giovanni, di singole persone reali, senza capire i quali non si può neanche capire ciò che è universalizzato e generalizzato».

Grazie alle Lettere, dunque, la ricerca sugli intellettuali assume la prospettiva più profonda del vasto tema dell’egemonia. Si afferma così anche il grande valore dei Quaderni, non opera incompiuta, ma «cantiere aperto, attrezzato per nuove e aggiornate produzioni».

La questione del partito

Le Lettere di Gramsci sono ormai un classico della letteratura italiana, tanto per popolarità, anche oltre i nostri confini (come abbiamo visto), quanto per unanime giudizio critico.

L’opera di Gramsci «appartiene anche a chi è di altro o opposto partito politico», scrive Benedetto Croce all’indomani della prima uscita editoriale delle Lettere.

Ed è paradossale che il primo a credere in questo valore universale sia stato proprio Palmiro Togliatti che con il progetto editoriale delle Opere di Antonio Gramsci mirava a fare del grande intellettuale comunista il teorico di una «riforma intellettuale e morale» in continuità con il Risorgimento e nel solco della linea De Sanctis-Spaventa-Labriola-Croce: un’operazione di politica culturale finalizzata ad attenuare la vocazione proletaria del Pci per farne il caposaldo della rinascita di tutta la società italiana del dopoguerra.

Un paradosso, appunto. Perché furono proprio le idee “costituzionali” di Gramsci — il suo cosiddetto “comunismo liberare” —, considerate eretiche perché in contrasto con la linea imposta da Mosca del “social-fascismo”, a provocare quell’isolamento in carcere che tanto dolore gli aveva arrecato. «Potevo preventivare i colpi degli avversari che combattevo, non potevo preventivare che dei colpi mi sarebbero arrivati anche da altre parti, da dove meno potevo aspettarli», scrive in una lettera alla cognata Tania nel 1930.

Alla base di questo grave sospetto c’è una lettera, in verità molto imprudente, scritta nel 1928 da un altro dirigente, Ruggero Greco, nella quale lo scrivente si rivolge ai detenuti in attesa di processo — Gramsci, ma anche Terracini e Scoccimarro — come ai massimi capi del partito. Insomma, quasi una delazione, una trappola. Gramsci si sente “perduto”. Arriva a sospettare, persino, della moglie Giulia, come confessa a Tatiana. Certo, le sue condizioni di salute si aggravano.

Ad oggi si può dire che questo episodio allontanò definitivamente Gramsci dal partito, con il quale era già in dissenso, perché non condivideva la tesi “moscovita” dei socialfascismi e, al contrario, proponeva un “patto costituzionale” con tutte le forze politiche democratiche, anche borghesi.

«Gramsci ha rotto con Togliatti, nel 1926, dopo lo scambio epistolare sulla lotta ai vertici del partito comunista russo. Ma Togliatti (e il Pcd'I) non hanno rotto con Gramsci, non lo hanno mai abbandonato» ha sostenuto Giuseppe Fiori, il più importante biografo di Gramsci, in contrapposizione alle tesi dello storico Giuseppe Tamburrano.

Il valore artistico e la fortuna letteraria

Le Lettere dal carcere, dunque, non sono un classico della memorialistica, ma della letteratura. Esse “parlano da sole” a diverse generazioni, a prescindere dalla cultura che si ha. E non si tratta di un testo politico o filosofico, ma di un'opera letteraria compiuta, pregna di umanità, scritta con uno stile rigoroso eppure chiarissimo, allusivo, talora ironico, ricco di rimandi letterari e di immagini folgoranti. Le frequenti divagazioni — la narrazione di un piccolo episodio, un piccola fiaba, la descrizione di un paesaggio, la nostalgia di una stagione — si intrecciano alle sofferte note sulla propria dolente condizione fisica così da acquistare una struggente prospettiva universale, “fur ewig”, per l’eternità, appunto.

Ancora Croce è tra i primi ad intuire l’universalità dell’opera e dell’autore, quando lo considera “dei nostri”. Gramsci stesso scrive: «la mia cultura è italiana fondamentalmente e questo è il mio mondo».

Ha scritto Dacia Maraini: «Nelle Lettere c'è la vita, il carattere, gli umori, il pensiero di un uomo. Una persona che conosce l'arte della scrittura e che tramite essa documenta, come in un romanzo, il processo drammatico della propria distruzione, quella che Gramsci stesso ha definito la propria afasia psichica».

«La scrittura, dunque, come forma di sopravvivenza, come strategia per sopravvivere, cui Gramsci si aggrappa benché essa gli provochi persino dolore fisico. Quando Gramsci non ha più voglia di scrivere, l’uomo è vinto, l'assassinio è compiuto.»

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 16 settembre 2004
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