LE LIBERE DONNE DI MAGLIANO, DI MARIO TOBINO, IL DIARIO DI UNO PSICHIATRA, POETA E SCRITTORE

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Le libere donne di Magliano (1953)



Mario Tobino, Le libere donne di Magliano (1953)
Mondadori, 2001, 9 ed.
Oscar classici moderni, pp. 132
Euro 6,20

a pazzia è veramente una malattia? Non è soltanto una delle tante misteriose e divine manifestazioni dell'uomo, un'altra realtà dove le emozioni sono più sincere e non meno vive? I pazzi hanno le loro leggi come ogni altro essere umano e se qualcuno non li capisce non deve sentirsi superiore».

Tobino, di fatto, pensava che i pazzi non fossero per nulla malati.

L’incipit di quello che è unanimemente riconosciuto uno dei maggiori capolavori della letteratura italiana del ‘900, è il seguente:

«Oggi è arrivata, proveniente da Firenze, una malata, una matta, giovane, fresca, alta, con lo stampo della salute fisica. Quando sono entrato nel reparto era seduta a letto e mangiava con golosità. Aveva la camicia aperta sì che le si vedeva comodamente un seno. Non aveva alcun pudore, neppure la finzione del pudore. È affetta da schizofrenia, quella malattia mentale che scompone la persona umana rendendola senza senso e senza scopo».

Le libere donne di Magliano è il diario di uno psichiatra, poeta e scrittore, scritto per dimostrare che anche i malati di mente sono creature degne di stima, rispetto e amore. A Magliano, ospedale psichiatrico di Lucca, le donne sono libere: una libertà dolorosa, senza dubbio, con i limiti di tutte le istituzioni totali; ma dove la tensione della fantasia, la manifestazione delle pulsioni, i vizi e le virtù di ogni donna sono rappresentati da Tobino, medico e credente, con un linguaggio espressivo molto pragmatico.

Quest’opera rappresenta una tappa fondamentale dell’evoluzione letteraria dello scrittore proprio perché non è un romanzo in senso stretto, camminando a strappi, suddiviso com’è in tante"storie": percorsi narrativi insoliti dipingono tutto un mondo e danno libero sfogo a un lirismo che offre all’autore una forza narrativa che il solo realismo non riesce a fare.

Non c'è una vero inizio del romanzo, come non c'e un’autentica fine: c'è soltanto una rimozione di coscienza e memoria. I paragrafi sembrano avere una loro vita abbastanza indipendente che esprime bene la fuga d’idee e i deliri dei malati che appaiono in quell’aura esaltata in forma di una suite di macchiette: velocissime apparizioni di sfondi in bianco e nero e vividi, vibranti, ritratti.

Nelle altre opere, la realtà era espressa dalla forte presenza dei personaggi che dominavano lo scorrere quotidiano degli eventi: erano misurati e misurabili in relazione agli eventi. Senza riferimenti realistici, era impossibile collocarli e percepirli. Erano veri perché appartenevano veramente alla realtà.

Il romanzo è un lungo poema che contemporaneamente è espressione della crudele realtà e tentativo di fuga da essa, alla ricerca impossibile del dono privilegiato della divinità. Dirigendosi verso la terra di nessuno, per la prima volta Tobino trova la propria vena poetica navigando nelle acque del fiume Stige, che scorre tra massicce colonne d’argento, attraverso la pazzia degli stessi malati.

Tobino dimostra un suo diverso accostamento alla realtà che è concepita come un magma dall’equilibrio instabile, dove la follia è tiranna, apertura verso l'altro, lo specchio di se stessi nello sguardo di un folle. Follia e alienazione sono i luoghi dove gli uomini possono dichiararsi e cogliersi nel segno di una verità semplice, fragile, verso la pietas stessa dell’esistenza.

Sembra quasi che Le libere donne di Magliano non sia altro che una serie di ritratti di personaggi reclusi e reietti, senza storia, che il lettore, una volta incontrati, non dimenticherà; sono ritratti rapidi e intensi, attori del loro delirio presente che hanno una vita indipendente perché sono narrati tramite il linguaggio:

«bruna, bellissimi occhi, la gola lupina»

«la Sbisà ha gli occhi molto belli, neri, sempre lucidi di malinconia e di sopportazione che, stranamente, brilla di profonda letizia»

Non importa in quale realtà siano inseriti, essi possono comunque esistere perché sono identificati dal linguaggio stesso che penetra nei fatti quotidiani e rompe l’ambiguo confine dell’incomunicabilità in un mondo buio e pieno di fantasmi, alla ricerca della salvezza, di una rinascita alla vita.

A fare da controcanto alla drammatica agitazione che affolla le corsie del manicomio di Lucca, c’è la solitaria figura del medico psichiatra che, a sua volta, deve tentare di codificare e decifrare questo linguaggio e, in questo tentativo, è possibile riassumere la stessa "lotta" di Tobino, continuamente dibattuto nello scegliere il sentiero più nobile per il suo indirizzo stilistico e umano.

In conclusione, pare che a sopravvivere resti il realismo e il tentativo letterario de Le libere donne di Magliano, peraltro continuato con eccellente successo anche in Per le antiche scale, rappresenta l’esempio ultimo di un’umanità fosca e misteriosa che vive per confermare i propri silenzi e le proprie numerose follie.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 10 ottobre 2003
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