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LIRICI E VISIONARI, UN'ANTOLOGIA CURATA DA ALESSANDRO MOSCE' SU TREDICI POETI CONTEMPORANEI

Lirici e visionari (2003)



AAVV, Lirici e visionari Poeti italiani contemporanei, a cura di Alessandro Moscè
Il lavoro editoriale, 2003
Pp. 267, Euro 10,00

Ecco finalmente un'antologia che tratta di poesia allo stato puro, slegata da qualsiasi vincolo stilistico, ideologico, politico.

A differenza della narrativa, la poesia — in particolare se si parla di poesia contemporanea — diventa difficilmente classificabile in schemi predefiniti, come ci suggerisce lo stesso Alessandro Moscè nell'introduzione al suo Lirici e visionari: «Lo spazio reale e mentale non è, soprattutto, il carattere prospettico per cogliere un qualche andamento della poesia contemporanea [...] è soltanto un comun denominatore che sfugge del tutto ad ogni dogmatismo letterario».

Del resto, come si sarebbero potute trovare tante analogie tra poeti radicalmente diversi fra loro per formazione, stile, ideologia, se non attraverso un'analisi basata sul puro sentire, su una ricerca che converge, sempre e comunque, in quel limbo che è rappresentato dalla dualità fra sogno e realtà, fra soggetto e oggetto.

Lirici e visionari rappresenta in questo senso un viaggio attraverso l'intimo sentire di tredici poeti contemporanei italiani, dai percorsi intimi e biografici molto diversi, ma uniti da un'unica irradiazione della percezione che li rende magicamente testimoni di un'epoca frammentata.

Moscè prende per mano il lettore accompagnandolo nei menadri del verso, prima attraverso un'analisi rapida — ma non per questo meno attenta — del percorso peculiare di ognuno di essi, poi immergendosi nel verso puro e senza confini della poesia.

Così apprendiamo che per Bevilaqua la poesia rappresenta uno strumento di conoscenza dello spirito umano; per Carifi nasce da un'esperienza autobiografica, dove la memoria rappresenta l'unica facoltà conoscitiva plausibile; per Cavalli è puro flusso linguistico, dove il verso viene estrapolato da ogni schema preconfezianato; per Damiani può scaturire da un'assenza di distacco tra poetare ed essere; per Fontanella è un fermento cosmopolita di forma e lingua; per Loi è un connubio fra pienezza lirica e spiritualità cristiana; per Neri è una visione del reale rapida e scientifica; per Pazzi è una poetica sempre in bilico fra tempo-sogno -memoria; per Perilli è un canto d'amore; per Piersanti è l'unione fra memoria, mito e natura; per Rondoni è un tuffo pieno nella vita nel suo eterno andirivieni di incontri; per Scarabicchi è un sentimento mai risolto di nostalgia per il tempo che non torna; per la Valduga è provocazione e sensualità.

I temi sono quelli che accompagnano il pensiero dell'uomo da sempre: il fluire ininterrotto fra passato e presente; il tempo, nel suo inesorabile divenire e trasformare; la morte, come liberazione, ossessione, comprensione ultima e finale dell'esistenza; il ricordo e la memoria, onnipresenti, indelebili; il ritorno all'infanzia, come riscatto da un mondo ostile e chiuso; l'amore, fisico, sensuale, immaginario, evocato, idealizzato. E poi la natura, il ritorno a quel mondo dal quale l'uomo proviene, ma del quale ha cessato di ascoltare i richiami.

Si attraversano mondi e modalità del sentire, del percepire la realtà che ci circonda, passando attraverso verità diverse, ma convergenti in una «comunicazione viva», pulsante e incredibilmente attuale.

Il poeta difficilmente decide di diventare tale, è un dono, una necessità, l'unico modo per esternare un tumulto interiore che, in quanto tale, non permette classificazioni, dogmatismi, inutili imbrigliature. Come sottolinea lo stesso Moscè: «Non c'è nel poeta una meta simbolica o metaforica da raggiungere, ma l'intensità del sentire sottotraccia, del far emergere una comunicazione viva e quindi portata alla luce dalla sua zona d'ombra». Poetare è sentire e leggere poesia è evocare un qualcosa che è già nostro e che aspetta solamente di essere risvegliato, accolto, nutrito.

Ecco dunque che la poesia può rappresentare tutto questo e, allo stesso tempo, molto altro ancora, a seconda di cosa riesce a evocare nel lettore nel momento stesso in cui viene letta e assaporata, assorbita, metabolizzata attraverso il punto di vista assolutamente soggettivo del lettore stesso.

A fine lettura, ci saremo accorti di non aver più bisogno di essere accompagnati per mano, ci saremo accorti che ormai da tempo Moscè ci ha lasciati soli ad assaporare il gusto dei versi... e ci saremo resi conto di quanto tutto questo sia incredibilmente bello.

Questo è il senso finale della poesia, e questo è ciò che Alessandro Moscè ha cercato splendidamente di fare regalandoci questo piccolo gioiello. E devo dire che ci è riuscito meravigliosamente.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 17 ottobre 2003
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