LOS(T) ANGELES, ROMANZO POSTUMO DI ANTONIO PORTA

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Los(t) Angeles (1989)


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Antonio Porta, Los(t) Angeles
Vallecchi, Firenze 1990
pp. 123, euro 9.80

a globalizzazione degli anni ’80 è fondamentalmente innocua e spettacolare: la contemporaneità delle notizie (con televisore e satellite, prima della Rete) e il successo internazionale delle icone pop, come Madonna con Like a Prayer (pp. 68-70). Quando Porta salva i primi files di Los(t) Angeles è il 27 gennaio 1989: cioè un momento in cui non è ancora scoppiata la contestazione in piazza Tien An Men, il comunismo non è caduto, e l’Occidente non ha ancora assunto il ruolo politico-militare di oggi.

È una globalizzazione dolce, di cui si può godere come spettatori: anche la violenza è uno spettacolo, come l’uomo che si droga per la CNN (p. 54).

All’inizio di Los(t) Angeles c’è la curiosità per il sogno e per la scrittura come slancio non meditato (p. 20: «Quella testa è la mia, è anche la tua, o lettore paziente e impaziente e scalpitante. Intanto canta, canta senza parole precise, canta sillabe senza senso, fatti prendere dal ritmo del canto, distenditi nel tuo canto e lascia che la scrittura sia la tua guida, la sponda, la nuvola in fuga che osservi…»).

Le immagini del sogno sono le più naturali: sesso e nascita, confusi in un solo atto («Eppure, mio amore, hai partorito il mio sesso…»: p. 21) ed esauditi anche nella realtà, dopo (il sesso con la geisha, la nascita del terzo figlio, l’allattamento del bambino).

Poi il narratore conosce Leonardo, un ricco invalido, che — con atteggiamenti da film di James Bond — gli chiede di scrivere un racconto (Partorire in chiesa) e di valutarne uno (Firenze cancellata). La follia di Leonardo è rivoluzionaria e totalitaria: la sovrapposizione assoluta della realtà-corpo e dell’immagine-mito-sogno, a partire dalla collaborazione con lo scrittore. Ne dovrebbe derivare la moltiplicazione all’infinito delle differenze fisiche, dopo aver promosso e accettato una specie di Apocalisse postmoderna: «… esiste un mondo, ancor più vasto di quello descritto dalla Tv, il mondo dei corpi e delle culture che sopravvivono e progrediscono senza la descrizione della Tv ma con una propria interna descrizione: tradizione e parole, autentici esplosivi per l’immaginario» (p. 75); «Vorrei che fosse reso possibile a tutti gli uomini e le donne di essere allevati umanamente e non imprigionati fra gli steccati delle infinite culture, degli infiniti divieti e tabù che stanno alla base di identità coatte» (p. 83). Quindi «il sogno finale di Leonardo è fare esplodere la psiche collettiva del postmoderno rimettendo il sogno al primo posto nei codici di comportamento»; con il sogno, la sua varietà e imprevedibilità, che appartengono anche all’arte.

Los(t) Angeles dovrebbe essere confrontato con il precedente romanzo di Porta (Il re del magazzino, 1978), per vedere come la voglia apocalittica si leghi al sogno di una natura post-umana e primitiva (e nuova in quanto primitiva); e con un romanzo uscito molti anni dopo la morte di Porta: La notte di Marco Lodoli (Einaudi, 2001), dove il delirio di onnipotenza del Pazzo (uomo virtuale, invisibile) tende ad un’omologazione razionale e apparentemente non-violenta.

Nel 1989 si può ancora credere che la nuova politica governi esercitando autorità sui corpi o conferendo libertà ai corpi (il feroce individualismo-edonismo degli anni ’80). Lo si può credere perché non esiste ancora in atto il doppio fenomeno che oggi conosciamo: la virtualizzazione (e quindi l’incorporeità) delle esperienze tramite la Rete e l’estensione (la globalizzazione) della violenza a livello mondiale. La salvezza, allora e ora, può essere davvero in micro-rivoluzioni individuali, basate sul contrario dell’omologazione: ma nessun totalitarismo ‘dolce’ può imporre che l’uomo inizi a sognare per essere nuovo.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 15 settembre 2004
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