La luna e i falò di Cesare Pavese tratta del ritorno alle origini e della riscoperta di un passato che pareva dimenticato.

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La luna e i falò (1950)



Cesare Pavese, La luna e i falò
Einaudi tascabili, 2001
pp. 173, Euro 7,74

l ritorno alle origini, la riscoperta di un passato che pareva dimenticato sono il fulcro dell’ultimo e più importante romanzo di Cesare Pavese, La luna e i falò, scritto fra il settembre e il novembre del 1949 e pubblicato nell’aprile del 1950, quattro mesi prima che l'autore si suicidasse. Il protagonista è Anguilla, un orfano, un “bastardo” cresciuto nelle Langhe, che ritorna nei luoghi dell’infanzia e della giovinezza dopo aver fatto fortuna al di là dell’oceano, in un mondo che pare lontanissimo: l’America.

Il romanzo viaggia su due piani paralleli. Uno legato al passato, con un percorso della memoria articolato in estesi flash-back attraverso i quali il protagonista rivive gli anni passati come servitore di campagna alla “Mora”. L’altro piano corre invece lungo i binari del presente, tempo nel quale l’Anguilla uomo ritrova l’amico-maestro di un tempo, Nuto, e rivede se stesso nella figura del giovane Cinto. Le campagne e le Langhe in particolare, sono terre di miseria, nelle quali un orfano viene preso in casa per avere le cinque lire di sovvenzione e due braccia in più da usare nei campi. Le Langhe sono di frequente una vita di stenti che spesso si sfoga nella rabbia e sfocia nella follia. Una follia che nasce dalla miseria, una rabbia per una vita senza sfogo. Il personaggio che incarna tutto questo è Valino, il padre di Cinto, che distrugge tutto il suo mondo in una sola notte.

Ma il capolavoro di Pavese non è solo questo. È anche la riflessione politica appena accennata, ma ugualmente profonda di un personaggio fondamentale quale è Nuto. In un paese diviso, dove i morti continuano a riaffiorare dalla terra e ad alimentare l’odio egli è il marxista del villaggio, che conosce le ingiustizie, ma vede le difficoltà e le ragioni di ogni parte, che riflette con lucidità sulla situazione del dopoguerra, ma allo stesso tempo crede nel potere della luna e nelle capacità magiche dei falò accesi nella notte di San Giovanni di risvegliare le campagne.

In un passato dominato dalla guerra civile il futuro, come sottolineato da Franco Fortini, è di Cinto, l’orfano zoppo che abita nella casa dove il protagonista è cresciuto e nel quale il protagonista si rivede. Il futuro è suo nonostante l’essere storpio gli impedirà di uscire dalle Langhe e quindi di conoscere il mondo. Il futuro è suo perché Cinto appartiene alla prima generazione che non dovrà fare i conti con la guerra e soprattutto con il dopoguerra. Il futuro è suo perché non potrà essere che così, altrimenti anche la speranza non avrebbe più senso.

Nella seconda parte emergono ulteriori elementi. Questa sezione del romanzo è dominata dal ricordo dell’adolescenza di Anguilla, e potremmo intitolarlo il romanzo della “Mora”. La scena è occupata per buona parte dalla figlie del padrone, Irene, Silvia e Santina. Tutte e tre spinte dalla voglia di evadere dalla campagna, di essere accettate al di fuori della Mora. Mentre il giovane Anguilla le vede come esseri superiori, l’autore le dipinge in tutta la loro fragilità, nelle ambizioni e nelle speranze di giovani ragazze di campagna spezzate dalla vita e da un mondo che fuori della Mora non è così accomodante come poteva sembrare.

Il romanzo di Pavese vive sul piano narrativo attraverso accelerazioni e frenate. Ampie riflessioni vengono spesso concluse con un periodo che chiude il capitolo e imprime una svolta importante all’intreccio. La narrazione procede, dunque, secca e tagliente, in maniera quasi impietosa nei confronti delle sorti dei protagonisti. Come già detto, il paesaggio domina. Nell’oscillazione tra presente e passato è proprio il paesaggio a rimanere costante. Nei falò, nelle fasi lunari, nelle stagioni che si ripetono si rivela l’immutabilità della terra. Di una terra particolare, le Langhe. Le Langhe, sono colline di profumi e di gusti forti, di terra a tratti nera e a tratti bianca. Di colline che non finiscono. Terra dove «lavorare stanca». Terra di grande guerra civile e di grandi scrittori e intellettuali. Un mondo che agli occhi del protagonista sembra stia per finire sotto i colpi di una modernità difficile da decifrare, ma che appare molto pericolosa già a una prima e fugace impressione.

L’incendio di Gaminella è un simbolo di tutto questo. Di un mondo che viene perduto in un istante e che ritroviamo sepolto sotto uno strato di cenere e fatto esso stesso cenere. Materia nera come la terra, ma impalpabile ed esposta al vento che la disperderà. I falò che prima costituivano il sogno estivo con il quale la gente delle Langhe si affratellava diventa così un incendio indomabile che distrugge questa flebile parentela che si stabiliva una volta l’anno, per una sola notte tra i langaroli. È dunque la stessa solidarietà contadina che brucia nel rogo di Gaminella. Proprio quella solidarietà che Anguilla rimpiangeva da tanti anni e che non aveva trovato nelle città della California e nel deserto del Nuovo Messico. Solidarietà che lo porta a voler conoscere e seguire il piccolo Cinto. Zoppo nella realtà come il protagonista era zoppo a causa del suo essere trovatello, anzi “bastardo”. Quella zoppia morale, che lo faceva guardare dagli altri con compassione e diffidenza, lo aveva fatto avvicinare a Nuto, il suo maestro, la guida e l’esempio.

Oltre al paesaggio, ne La luna e i falò un ruolo fondamentale è ricoperto dalla memoria. Nel suo ultimo romanzo Pavese inserisce elementi autobiografici in maniera, se possibile, maggiore rispetto alle opere precedenti. Oltre alla dimensione narrativa, il rapporto col passato diventa condizione mentale. Una riscoperta dei luoghi della memoria che investe la psicologia del protagonista e la muta in maniera profonda. I simboli e le figure che riemergono nascondono però una componente negativa. Nel suo ritorno infatti il protagonista si accorgerà che i luoghi dell’infanzia sono, come affermato da Anco Marzio Mutterle, «un paese di morti, saturo soltanto di cose e persone scomparse». Il ricordo e il ritorno sfociano dunque in una riflessione amara che condiziona non solo il presente ma, in quest’ottica, anche il passato.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 28 novembre 2001
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Alberto D'Ovidio, Sora (Frosinone), 14/09/'04

"Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti".

Mi ha colpito questa frase proprio perché richiama La nostalgia, i luoghi dell'infanzia e dell'adolescenza, la memoria, la solitudine, la malinconia, la paternità mancata, la civiltà contadina, l'ingiustizia del mondo, l'amicizia, il rapporto con le donne sono alcuni dei temi affrontati da Pavese. Sono un ragazzo che legge pochissimo (a me leggere non piace a meno che non riguardi di calcio), dovevo leggere un libro di pavese per la scuola e questo libro me lo sono ritrovato tra le mani, però devo dire che mi ha colpito un bel pò, Complimenti Cesare.

Anonimo, Milano, 23/08/'04

Ho letto questo libro per la scuola, quasi per obbligo, dovendo scegliere tra le tante opere di Pavese. Inizialmente leggendo i commenti del vostro sito, per farmi un'idea dell'opera, ero quasi sicura che non mi sarebbe piaciuto, non essendo il mio genere, invece una volta iniziata la lettura non mi e' sembrato così male. E' tutto descritto in modo eccezionale, così scorrendo di riga in riga, sembra quasi di vedersi le immagini davanti agli occhi, tanto che alla fine ero quasi dispiuciuta di averlo finito. Forse davvero piu' avanti lo rileggero' per gustarmi quei particolari che posso essermi persa. Lo consiglio!!!

Mattia Tarizzo, Piverone (To), 5/07/'04

"Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti."Un libro intenso, che parla di un viaggiatore alla riscoperta del mondo in cui è cresciuto.

Francesca Profeta (anto@proftin.it), Nola (Na), 28/09/'03

Ha il sapore delle storie che gli anziani malinconici raccontano. È la sintesi delle opere che Pavese ha scritto nella sua vita. È la prova che la terra natia non può essere dimenticata e che né lei dimentica noi. Ottimo, Cesare.


Lorenzo Nerozzi (lorynero@libero.it), Lugo (Ravenna), 9/09/'03

A dir la verità non posso dire che La luna e i falò non mi sia piaciuto affatto. Inizialmente, faticavo a capire bene gli intrecci fra il presente e il passato, ritenendolo quindi poco interessante e noioso, ma poi sono riuscito a seguirli e ad appassionarmi abbastanza; indubbiamente, non è il libro più appassionante che io abbia mai letto, ma mi ha fatto riflettere su alcune questioni. Ritengo, comunque, che nel complesso sia un romanzo importante per la letteratura italiana e che non debba essere ritenuto poco interessante solo per come Pavese espone i temi principali.


Raffaella, 29/08/'03

Questo libro è scritto in modo incoparabilmente semplice e verista. Tocca aspetti molto profondi senza aggiungere particolari inesistenti che rovinino la realtà pura e semplice. pavese, scrivendo questo libro, mi ha dato una emozione che non so descrivere... anche se inizialmente noioso, l'ho goduto come cibandomi di un qualcosa di meraviglioso.


Ale Pietrobelli (cortelazzoantichita@libero.it), Padova, 24/08/'03

Inizialmente il libro mi è parso terribilmente noioso.Proseguendo,però,la storia si è fatta più interessante,più contorta, più ricca di avvenimenti...sinceramente una volta arrivata alla fine del libro mi è dispiaciuto dover lasciare i personaggi del racconto...penso in futuro di rileggerlo "assaporandolo" dall'inizio alla fine e magari con più senso critico,e capendo i fatti e le emozioni trasmesse fino in fondo!


Hedhit Moro (bebydino@coyspu.com.ar), Marcos Juarez (Argentina), 16/07/03

Come si potrà essere giusto per opinare su quest'opera di Pavese? Io credo che la "solitudine" sia stata, solitudine interiore,forza strana e inenarrabile per noi, soltanto lettori. Hedhit


Laura (galvy84@libero.it), Brescia, 29/05/03

Questo libro non mi è piaciuto affatto...forse perché sono stata costretta aleggerlo in fretta e furia dal mio professore d'italiano per relazionarlo alla maturità...forse lo riscoprirò fra qualche anno rileggendolo per conto mio e assaporandolo veramente...le storie si intrecciano troppo confusamente impedendone una chiara comprensione fino alla conclusione...


Valentina, 04/04/03

E' un inno della sofferenza nascosta, incomprensibile persino a chi ne è accoltellato. è sangue e terra, è il lamento esasperato di chi è stato ucciso dalla vita stessa.


Sveva de' Medici (roby-giuly@libero.it), Napoli, 05/12/2002

Questo ultimo libro di Cesare Pavese non mi é piaciuto affatto, salvo per qualche frase d' effetto (ad es.:"il mondo é un orario di gente che gira e che va"). L'autore adopera infatti un linguaggio eccessivamente crudo, e presenta molte parole tipiche del dialetto torinese non c'é ombra di spreranza, tutto é grigio. Protagonisti che all'inizio vengono presentati come candidi, dolci e fragili scadono nel più nero baratro (Irene, Silvia, Santina). Molta importanza é da dare all'uso dei colori, il rosso é predominante, particolare a dir poco sconvolgente, perché su qualsiasi libro di psicologia é scritto che il rosso é il colore dei pazzi o di coloro che hanno qualche problemino con il mondo circostante (P. si stava per suicidare!). Odio i libri senza speranza e crudi perciò non lo consiglio.


Franz Laurìa, (franz@lorettagoggi.it), Udine, 28.05.2002

È uno di quei libri che ti prometti, in un momento della vita, di leggere. E poi non ti ricordi, ma lui ti cerca. Mi ha chiamato da una libreria di casa e mi ha stregato. Straordinario il modo di scrivere, immediato, crudo ma pervaso da infinita dolcezza e sensibilità, di qualcuno che conosce il senso (ingiusto) delle privazioni (anche affettive) e le accetta. Accetta il fatto che non tutti siamo uguali e non possiamo pretendere di essere amati per quello che siamo o vorremmo. La storia credo sia poco importante, ma ti trascina, ti corteggia il modo di scrivere. All'inizio ti gira intorno, fa intravedere cose che appartengono anche a te, ti spia dentro e si perde in chiacchiere: ma è una trappola, una ragnatela di cui non vuoi più liberarti. Infine tu sei Anguilla: senza radici, senza terra, senza figli, senza nome. Un libro da conoscere e da amare, non retorico e sdolcinato, vero. Un'opera d'arte forse trascurata. Franz


Paolo Forlì (paolo.forli@tin.it), San Benedetto del Tronto, Ascoli Piceno, 14.03.2002

«Ebbi tempo di studiare tutti i sassi della massicciata, le traversine, i fiocchi di un cardo secco, i tronchi grassi di due cacti nella conca sotto la strada». Credo siano queste le più dolci parole che possono riassumere in così poche battute questa splendida opera di Pavese. Vi è la solitudine lenta e ambivalente di chi non perdona se stesso nell'intimità di una passeggiata tra due vite... La spudorata consapevolezza (finta per chi?) dell'essere sopra ad ogni ritmo... Di avere la consapevolezza che tutto, comunque, finirà, come sempre, in un dolce lento falò...




http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Ven, 21 lug 2006

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