I Malavoglia di Giovanni Verga, Storia di poveri pescatori, pennellate veloci, racconta del mare che è, tuttavia, metafora infausta dell’onda del progresso

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I Malavoglia (1881)



Giovanni Verga, I Malavoglia
Einaudi Tascabili, 1997
pp.496 Euro 10,07

uello di "Malavoglia” è solo un soprannome, una ‘ngiuria come si direbbe usando il dialetto siciliano, un epiteto che non rende onore alla famiglia Toscano, da tempo immemorabile «tutta buona e brava gente di mare». Proprio della loro storia si narra qui: storia non di “umili”, come riecheggia dal Manzoni, ma di “umiliati”. Storia di poveri pescatori che sono, oltre che frutto del forte atteggiamento fatalista dell’autore, vittime di un triste scherzo del destino il quale mima, a mo’ di sortilegio, e predicendo, una storia che pareva esser già tutta in quel nomignolo, indossato lungo generazioni diverse.

I
Malavoglia, scritto nel 1881, doveva essere parte di una più articolata intenzione, un grande progetto cui Verga aveva fatto riferimento in una lettera del 21 aprile 1878 a Salvatore Paolo Verdura: «…Ho in mente un lavoro che mi sembra bello e grande, una specie di fantasmagoria della lotta per la vita, che si estende dal cenciaiuolo al ministro all’artista, e assume tutte le forme, dall’ambizione all’avidità del guadagno, e si presta a mille rappresentazioni del grottesco umano». Si riferiva, ovviamente, al ben noto “ciclo dei vinti” al disegno che, comprendendo Mastro Don Gesualdo e La Duchessa di Leyra, avrebbe potuto essere portato a termine, se proprio quest’ultimo non fosse rimasta incompiuto.

Nella prefazione al romanzo Verga presenta il tema di fondo dello scritto: la rottura di un equilibrio dato dalla tradizione immobile e abitudinaria di una famiglia semplice di Aci Trezza, per l’irrompere di nuove forze, «la fiumana del progresso» scrive Verga, il desiderio di migliorare le condizioni di una vita grama, lasciando risplendere i luccichii di una necessaria modernità nel buio fitto dell’universo arcaico. La prefazione potrebbe leggersi insieme al commento di Luigi Russo, noto recensore dell’opera omnia verghiana: per il critico il testo rappresenta l’esaltazione del mondo primitivo, la «religione della casa» e della famiglia.

La lotta de i Malavoglia non è esclusivo battersi contro la natura geografica incarnata dal mare, bestia famelica che inghiotte la piccola barca dei pescatori, la Provvidenza, portando morte e disperazione, ma anche scontro con la natura umana, rivisitata nelle malelingue degli abitanti di Aci Trezza: gente invidiosa, pettegola e cattiva.

Quando il giovane ‘Ntoni lascia il focolare domestico perché disgustato dalle condizioni estreme di un’esistenza il cui peso non riesce a sopportare, getta l’intera famiglia nel tormento, lasciando gravare la funerea sensazione che i valori da sempre perseguiti, ormai senz’anima, non abbiano più ragion d’essere. E questi valori sono la casa, in quanto materializzazione della possibilità di sopravvivere, ma anche l’onestà, l’onore. Vessilli in costante estinzione.

Ne I Malavoglia restano ancora in vita i depositari delle leggi e dei codici esistenziali messi in crisi dal progresso: oltre al vecchio ‘Ntoni, anche Bastianazzo e altri; ma da vicino i loro valori rivelano la natura di ideali ormai incomprensibili ai più, a quella massa che si è sporta ad ammirare i nuovi dei, il denaro, il successo. Il paese, Aci Trezza, è un coro di abbrutiti, di gente avvelenata dai principi avari del materialismo. Verga non descrive gli ambienti, lo stile impersonale glielo impedisce. E allora getta pennellate veloci e poi scrive: racconta del mare che è, tuttavia, metafora infausta dell’onda del progresso che travolge chi è incapace di cavalcarla.

Il momento storico è la fotografia degli stessi anni in cui Verga narra (1863-1878). E’ la quotidianità dell’Italia post-unitaria, la vita dei nostri predecessori nei suoi risvolti umanamente impoveriti quali il brigantaggio, il lavoro minorile, il servizio militare e le tasse. E’ uno sfondo che, tuttavia, ha dato modo al romanzo verghiano di farsi voce viva e attuale di una storia realmente vissuta, regionale e universale insieme.

Verga ha un chiaro atteggiamento di premuto pessimismo. D’altronde è ateo e materialista, non si giova dei privilegi donati dallo spirito paraclito della religione, che egli intende come insieme di atteggiamenti di sola pratica abitudinaria senza valore consolatorio alcuno. Non si intromette nella narrazione, affida tutto alla tecnica ben nota dell’impersonalità, del lasciare che sembri, davvero, che l’opera si sia scritta da sé. Nessun filo si percepisce tra il romanzo e il suo autore, nessun collegamento da potersi fare. Tanti sono i proverbi, simbolo della saggezza di una generazione passata, molti i paragoni, mente il flusso gergale è usato solo là dove serve.

E la vita, nel romanzo, assume un po’ i caratteri dell’immobilismo: nulla evolve o muta. Verga si lascia trascinare indietro e regredisce, quasi risucchiato dalle pagine del romanzo. Si abbassa al livello dei suoi personaggi in modo da poter dire, fare e vedere così come essi dicono, fanno e vedono. La sintassi e il lessico sono di stampo popolare, di un siciliano carico di anacoluti ed errori, che tuttavia, fatta eccezione per quei pochi vocaboli assolutamente intraducibili, non è dialettale. E il discorso è totalmente libero. Diretto, nonostante venga reso indirettamente.

Dopo il naufragio della Provvidenza, i ripetuti lutti, i debiti dovuti al fallimento del commercio di lupini e l’allontanamento del giovane ‘Ntoni, fuggito alla scoperta della vita nella grande città, Alessi, uno dei nipoti del vecchio ‘Ntoni, troverà il modo di riscattare la “casa del nespolo” e ricomporre un frammento dell’antico nucleo familiare. Dunque, sembrerebbe di ravvisare un lieto fine tra le ultime righe del romanzo, ma la critica recente non è del tutto concorde.

C’è chi, come Barberi Squarotti, la pensa diversamente: l’uscita di prigione del giovane ‘Ntoni, il ritorno a casa dello stesso e, di nuovo, il suo definitivo allontanarsi nella piena coscienza di una spaccatura insanabile con la propria famiglia, è il simbolo di un commiato ancora più disgregante. E’ il distacco dal mondo arcaico irrimediabilmente sconfitto per l’avvicinarsi dell’era moderna. E’ un passaggio. Il percorso del giovane ‘Ntoni, d’altra parte, sarà ripreso e continuato da Gesualdo che, esponente più tipico del mondo evoluto, avrà il dinamismo e l’intraprendenza di un self made man. (Luperini).

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 15 gennaio 2002
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Lucia, Treviso, 31/07/'04

Ho sempre voluto leggere questo romanzo, perché mi avevano detto che era divertente e bello...Oggi che l'ho letto ne sono delusa perché intanto è molto difficile leggerlo e poi non l'ho trovato così eccezionale come mi avevano detto.


Anna, 25/06/'04

...è uno di quei libri che si è costretti a leggere per scuola, quindi uno di quei libri che inevitabilmente ti disgusta già prima di aprirlo.. il titolo è ancor più demotivante.. ..il dialetto è pesante, pensi.. ..i personaggi noiosi.. ..eppure la critica lo considera un capolavoro della letteratura italina.. ..poi arriva un giorno in cui, così, non sapendo che fare , ti avventuri nel libro senza preconcetti.. ..e rimani rapito, ti affezioni ai personaggi, sei coinvolto nella coralità e sei pervaso da grande malinconia. Un romanzo che ha un così forte potere..è un gran romanzo. anna85


Torba Litantrace, 25/05/'04

Eccellente romanzo.......si sispecchia la condizione degli ultimi


Ela Brocchi, Assisi, 05/12/03

Lo ho trovato un romanzo molto interessante. Veramante bello e picevole da leggere per il tono cittadino che il Verga gli dà. Mi fa pensare al modo di parlare e comportarsi di mia nonna. È uno dei libri che mi sono piaciuti di più e lo consiglio a tutti.


Dolores Villaggio, Città del Messico, 28/04/03

Ciao, io sono Dolores, sono messicana ma miei nonni paterni sono di Sicilia e Roma. Amo molto l'Italia, e ora sto cercando un lavoro a Roma. Leggo molti libri in italiano e quello che mi ha interessato perticolarmente è stato "I Malavoglia". Nonostante sia un pessimista l'autore, racconta con precisione molti aspetti della vita popolare degli abitanti di Sicilia. Lo consiglio a tutti!


Giacomo Fassina (gfassina@hotmail.com), Padova, 08/12/02

Nell' "Eauton Timorumenos" Terenzio scrisse: "homo sum; nil a me alieno puto". Questa frase avrebbe colto, in futuro, grandissimo successo. Il concetto che rappresentava, sarebbe stato il cardine dell'umanesimo. Il motivo del "homo faber suae fortunae" è ricorrente in tutta la storia sia della filosofia, sia della letteratura. Da Platone a Bergson, da Terenzio a Verga, non c'è filosofo o letterato che non si sia chiesto se l'uomo è l'artefice del proprio successo., se è a lui che spetta la decisione di vivere in ricchezza o in povertà, se è lui che può decidere di rendere la sua situazione all'interno della società migliore o peggiore. Le risposte sono state molteplici, alcune simili, ma mai uguali. Lo stesso Platone, pur non analizzando direttamente il problema, esprime chiaramente la sua opinione. Egli definisce giustizia come "l'attendere al fatto proprio seguendo le attitudini della propria natura, senza prestare attenzione all'operato degli altri e senza desiderare di cambiare classe. In questo modo Platone asserisce non solo che l'uomo non può sperare di cambiare la propria situazione, ma anche che sarebbe colpevole se tentasse di farlo. Altri filosofi, come Eraclito, pongono nel cmbiamento, al contrario di Platone, la base delle loro dottrine.

Analizzando il problema del progresso in Verga è d'obbligo analizzare, non solo il tema del cambiamento, ma anche il ruolo che il destino e la rivoluzione scientifica e industriale vengono ad assumere all'interno del romanzo. L'atteggiamento di Verga, per quanto separato da più di 2000 anni di storia, è molto simiole a quello di Platone. Verga infatti condanna il tentativo della famiglia Toscano di accrescere la propria posizione con l'affare dei lupini e poi condanna 'Ntoni che cerca di evadere dalla sua realtà, andandosene di casa. Questo pensiero è esplicitato nella prefazione ai Malavoglia: «Questo racconto è lo studio sincero e spassionato del come probabilmente devono nascere e svilupparsi nelle più umili condizioni le prime irrequietudini pel benessere; e quale perturbazione debba arrecare in una famigliuola, vissuta sino allora relativamente felice, la vaga bramosia dell'ignoto, l'accorgersi che non si sta bene , o che si potrebbe star meglio».

La causa prima del tentativo di progresso è quindi il prendere coscienza della propria situazione e il tentativo di evaderne. Ogni uomo ha delle particolari caratteristiche e a queste deve sottostare. Come sostiene il Baldi il tentativo dei Malavoglia di «mettersi afare I negozianti» è una violazione dell'ordine naturale e una rottura della gerarchia sociale. E' significativo che Verga ci presenti Padron 'Ntoni come un conoscitore di motti e proverbi sentiti dagli "antichi" e che per suffragare questa caratteristica citi come sententiae: «fa il mestiere che sai, che se non arricchisci, camperai» o «contentati di quel che t'ha fatto tuo padre, se non altro non sarai un birbante». Per quanto forzato non può essere evitato il confronto con le caste indiane: il passaggio da una casta all'altra è punito dall'intervento delle divinità e allo stesso modo gli sforzi della famiglia Toscano nel tentativo di raggiungere un livello di vita più agiato è severamente punito dall'intervento della provvidenza: la tempesta distrugge l'imbarcazione dei Malavoglia, Bastianazzo muore, la famiglia è costratta a vendere la tanto amata "casa del nespolo" per saldare il debito contratto con Zio Crocifisso e Sant'Agata (la Mena) è costretta a rinunciare al matrimonio. In Verga quindi il ruolo della provvidenza è in antitesi a quello che la stessa riveste in Manzoni. Mentre nei Promessi sposi la Provvidenza giungeva in aiuto dei "giusti" e li agevolava nel cammino al raggiungimento del loro ideale, nei Malavoglia la provvidenza non è altro che un freno alle ambizioni dei protagonisti, per quanto il progresso che essi cercano di raggiungere non è attuato scontrandosi con le regole della morale. E' quindi lecito affermare che la provvidenza dei Malavoglia non ha nulla in comune con Dio e la religiosità, è semplicemente una presenza esterna che ha l'incarico di punire le ambizioni degli uomini.

C'è chi, come Masiello, ha voluto contrapporre la rapida industrializzazione ("via prussiana": finanziamento dello stato e protezionismo) nel Nord alla corrispondente crisi agraria e l'inizio dell'emigrazione nel Sud. Verga che è conoscitore di entrambi i mondi, ha la possibilità di vedere limiti e contraddizioni del tanto decantato progresso: perdita di valori umani, sopraffazione, corsa all'arricchimento sulla pelle degli altri. Quindi rovescia contro la classe borghese gli strumenti (e l'ideologia) che essa stessa si è data: il positivismo scientifico (che per la borghesia è associato alla fede nel progresso, e invece nel Verga Verista è usato per demistificare il progresso), l'evoluzionismo (di cui parimentiè visto l'aspetto della dura lotta per la sopravvivenza e non il grande risultato del miglioramento progressivo della specie).

Se il progresso è questo, è necessaria la regressione ai valori pre-industriali della civiltà contadina del sud: la religione della famiglia, rapporti umani non mercificati e l'amore per la propria casa. Ed è quind indicativo come solo i Malavoglia, chiusi nella trappola del progresso, ancora aggrappati agli ideali contadini, siano le vittime. L'etica e il progresso non potranno mai intraprendere la stessa strada, e non riusciranno mai a convivere: o l'etica vincerà il progresso e quindi quest'ultimo non potrà avvenire (questo è il caso della famiglia Malavoglia); o il progresso prenderà il sopravvento sull'etica e di conseguenza questa dovrà essere messa da parte (come avviene con Zio Crocifisso). Tra le due possibilità quella che Verga sembra prediligere è comunque la prima. Ma com'è dunque possibile affrontare il proprio destino senza alcuna speranza di miglioramento? Per sostenere questa, apparentemente pessimistica, visione del mondo è necessaria la fede in valori come: la religione, la famiglia, la casa, la dedizione al lavoro, lo spirito di sacrificio e l'amore nutrito di sentimenti profondi. Un altro elemento che aiuto l'uomo a far fronte alla sua situazione è la saggezza che viene dalla coscienza dei nostri limiti e ci porta a sopportare le delusioni.; e ancora, la capacità di saper apprezzare le gioie quotidiane che l'umile condizione in cui ci si trova, ci riserva e cogliendo gli eventi inaspettati e piacevoli che la sorte ci riserva.

La critica è stata e continua ad essere molto divisa riguardo agli insegnamenti che Verga ci vuole proporre. Un esempio può essere dato da Alberto Asor Arosa, il quale si oppone alla visione comune di definire Verga "populista". «La convinzione che il popolo contenga in sè dei valori positivi da contrapporre alla corruttela della società, in Verga non esiste» sostiene Asor Rosa. Verga non è ne progressista, ne populista: «"Il rifiuto di un'ideologia progressista costituisce la fonte, non il limite della riuscita verghiana».

Qualunque sia l'interpretazione che si vuole dare di Verga, rimane comunque una certezza la sua opposizione al progresso. E' singolare che il 5 Maggio 1881 venga inaugurata a Milano l'Esposizione Nazionale, simbolo del progresso, nello stesso anno in cui Verga pubblica il suo romanzo più significativo. Sembra quasi che Verga voglia richiamare l'attenzione dell'umanità, non al "cammino grandioso nel suo risultato, visto nell'insieme, da lontano", ma agli effetti che questo progresso comporta nel singolo.

Ed è proprio nel progresso che risiede la differenza sostanziale che distingue Verga dai Naturalisti francesi: mentre per questi il nuovo e il giovane portano valori e ciò che è arretrato è negativo e il miglioramento materiale coincide con quello intellettuale, in un mondo supportato dal progresso; in Verga avviene l'opposto:gli ideali degli "antenati" salvano gli uomini dal turbine del progresso, il miglioramento materiale nasce dal rifiuto di valori morali e il progresso favorisce solo coloro che rifiutano totalmente questi valori. E forse ora dopo aver analizzato la visione di progresso in Verga è più facile notare una somiglianza con Manzoni, quando infatti egli scrisse «non sempre ciò che viene dopo è progresso», stava implicitamente supportando le tesi del Verga.




http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 12 ott 2006

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