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La lunga vita di Marianna Ucrìa (1990)


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Dacia Maraini, La lunga vita di Marianna Ucrìa
RL Libri, Superpocket, 2000
pp.280, Euro 4,08

«Vorrei che Marianna tenesse compagnia al lettore/trice con il suo silenzio carico di pensieri».
(Dacia Maraini, intervista rilasciata a ItaliaLibri).

ui elegante e trasandato… lei chiusa dentro un corsetto amaranto che mette in risalto la carnagione cerea». Padre e figlia, anzi «il signor padre» e «la mutola» avvinti in un rapporto che va oltre il muro del silenzio, che crea una sorta di legame indissolubile, fuori dal tempo. Ma «il signor padre» è un uomo e la «mutola» una donna, nel malefico ingranaggio di un mondo arcaico e onnipresente al contempo, dove certe cose sono da maschi e certe altre da femmine. «Assiste, la piccola mutola innamorata profondamente del padre, alla scena cruenta e orribile della esecuzione dell’uomo: «lo sguardo della bambina si sposta sul condannato e lo vede piegarsi penosamente sulle ginocchia. […] Qualcosa non ha funzionato: l’impiccato, anziché penzolare come un sacco continua a torcersi sospeso per aria, il collo gonfio, gli occhi strabuzzati fuori dalle orbite. […] Ma ora è davvero morto; lo si capisce dalla consistenza di pupazzo che ha preso il corpo appeso. […] Il signor padre si china sulla figlia estenuato. Le tocca la bocca come se si aspettasse un miracolo. […] La bambina prova a spiccicare le labbra ma non ce la fa…». «Scantu la ‘nsurdiu e scanto l’avi a sanare» [«uno spavento l’ha assordata e uno spavento la deve guarire»], aveva trovato scritto un giorno in una lettera del signor padre alla signora madre. Ma di quale spavento parlava? C’era stato un intoppo, un inciampo, un arresto involontario del suo pensiero quando era bambina? E a cosa era dovuto?».

No, Marianna non ricorda perché a un certo punto della sua vita le orecchie si siano rifiutate di ascoltare e la bocca di parlare. Né assistere all’impiccagione di un ragazzo giustiziato dal macabro Tribunale della Inquisizione era servito a nulla. Ma la sua menomazione non si traduce in una sconfitta, che anzi la diversifica dalle altre donne e riempie il suo silenzio di pensieri. Pensieri che ruba dalla mente degli altri, dove riesce a penetrare senza sforzo, pensieri che costruisce con acume e acutezza di ingegno, forte della bella filosofia del signor Davide Hume e soprattutto forte della sua intelligenza, sollecitata dalla lettura, dalle riflessioni, dalla coscienza di dover lottare per non sprofondare nel labirinto della sua menomazione senza speranza. «L’intelletto quando agisce da solo e secondo i suoi più generali principii, distrugge del tutto se stesso… noi ci salviamo da questo scetticismo totale soltanto per mezzo di quella singolare e apparentemente volgare proprietà della fantasia per la quale entriamo con difficoltà negli aspetti più reconditi delle cose…». Marianna entra negli aspetti più reconditi delle cose, senza sottrarsi al suo destino di povera femmina, nata solo per saziare l’appetito sessuale dell’uomo, allevare figli, ubbidire, sottostare, invecchiare precocemente.

Lei però non invecchia precocemente, anzi: «strano come regga bene l’età… neanche un filo di grasso, nessuna deformazione, snella come quando aveva vent’anni, la carnagione chiara, fresca, i capelli ancora ricci e biondi, solo una ciocca bianca sulla tempia sinistra…». Sposa a tredici anni, partorisce i suoi figli e li alleva, ma non fisicamente, perchè nelle nobili famiglie ci sono i subalterni a pensare a tutto. Le sue rimangono mani: «che non hanno mai percepito il peso di una pentola, di una brocca, di un catino, di uno straccio. […] Hanno accarezzato, quelle mani, qualche testa di neonato, ma non si sono mai intrise della loro lordura. […] Certamente si sono posate, inerti, sul grembo, non sapendo dove rintanarsi, che cosa fare; poiché ogni gesto, ogni azione, era considerata pericolosa e inopportuna per una ragazza di famiglia nobile». Marianna alleva i suoi figli e le sue figlie con amorosa dedizione, attenta alla loro crescita mentale e psicologica, dipingendoli sulla tela e dipingendo nella sua mente la meravigliosa capacità di «essere» che ciascuno di noi ha e che ci fa individualità irripetibili e uniche. Manina, la paciera, Felice con la sua vocazione alla medicina, Giuseppa che rincorre la passione, Mariano che rifiuta di crescere e di autodeterminarsi e… Signoretto il più piccolo… il prediletto, tutti insieme a giocare, a vivere, a comunicare, sia pure per iscritto.

Quella comunicazione che a lei era mancata… lei, figlia della sua «signora madre» inetta, infelice e affogata nel laudano, lontana, persa nel suo torpore di frustrazione, capace solo di ricordare alla figlioletta la sua situazione di «povera mutola». «Chissà che aveva in quella testa sempre languidamente reclinata su una spalla la dolcissima signora madre! […] Con quella tendenza a impigrirsi dentro un letto sfatto, dentro una poltrona, perfino dentro un vestito in cui si assestava appoggiandosi con le carni molli alle stecche di balena, ai ganci, financo alle asole. Una pigrizia più fonda di un pozzo nel tufo, un torpore che la conteneva come un baccello di carruba contiene il seme duro, morbido color della notte» .Lei, figlia prediletta del signor padre, che incapace di risolversi, la regala al cognato come si regalerebbe un gattino cieco a qualcuno che ha bisogno di un oggetto con cui riempire il vuoto dell’inettitudine, quel padre che adora, che troneggia nella sua mente, che l’accompagna per tutta la vita, anche dopo la sua morte, che ricorre nei suoi pensieri, quel signor padre: «che ha un modo tutto suo di montare sul baio acchiappandosi alla criniera corvina parlando al cavallo con fare persuasivo. […] Quando il vapore umido del mare prende a salire alle narici fresco e salato, il baio solleva le zampe anteriori e in pochi attimi, con una spinta poderosa dei fianchi, si solleva da terra. L’aria si fa più leggera, pulita; dei gabbiani vengono loro incontro stupefatti. Il signor padre incita il cavallo […], certamente questa volta la sta conducendo con sé in paradiso…».

Ma in paradiso volerà il piccolo Signoretto, quel piccolo figlio tanto amato, nato anzitempo, allegro e intelligente, che voleva stare solo in braccio a lei, che la mordeva, la stringeva, le parlava, noncurante della sua sordità, sedeva a tavola accanto a lei, contro le abitudini del casato. Finché un giorno si era ammalato. E la mamma bambina, chiusa in una disperazione sorda come le sue orecchie e muta come le sue labbra, tenta disperatamente di salvarlo. E desidera di vederlo morire subito. Marianna: «appoggia la testa sul petto del figlio ascoltando i battiti di un cuore fievole appena percettibile. L’odore del latte rigurgitato e dell’olio di canfora le entra con prepotenza nelle narici. […]. Lo rivede aggrappato al suo seno nei primi mesi di vita […] Quando lo vede succhiare l’aria in quel modo straziante, le labbra livide, le manine aggrappate ai bordi della culla, pensa che il miglior modo di aiutarlo sarebbe di farlo morire». Figura splendida, affascinante, coinvolgente questa Marianna senza infanzia, senza amore, senza udito, senza futuro. Sullo sfondo di una terra orgogliosamente ancorata alla sua inettitudine, profumata, arsa, sfavillante di limoni, di odori, di pietanze succulente, di estati torride, di brevi inverni ventosi che giungono all’improvviso, di cavalli, di monacazioni, di proverbi, di arroganza nobiliare, di immobilismo e di sfavillio, di località dai nomi accattivanti, musicali, di boschi di sugheri, di «distese di terreni coperti da una lanugine gialla piumata appena scossa dal vento» e di miseria, di squallida miseria senza requie. «Ovunque giri lo sguardo è la stessa cosa: case basse addossate le une alle altre, spesso munite della sola entrata che fa da finestra e da porta. Dentro si intravedono stanze scure abitate da persone e animali in tranquilla promiscuità. E fuori, rivoli di acqua sudicia, qualche bottega di granaglie esposta in grandi cesti, un fabbro ferraio che lavora sulla soglia sprizzando scintille, un sarto che alla luce della porta taglia, cuce e stira…».

Marianna Ucrìa: capace di usare la penna in un momento storico in cui le donne sono tutte analfabete o quasi, sono donne «dall’intelligenza lasciata a impigrire nei cortili delle delicate teste acconciate con arte parigina. Di madre in figlia, di figlia in nipote, sempre intente e girare intorno ai guai che portano i figli, i mariti, gli amanti, i servi, gli amici, e a inventare nuove astuzie per non farsene schiacciare». Una femminista senza coscienza di esserlo,che prende in mano le redini delle sue proprietà quando, vedova e cosciente di due fratelli che non sanno risolversi, si determina a gestire e a capire. «Ormai sono a Torre Scannatura da venti giorni. Marianna ha imparato a distinguere i campi di grano da quelli di avena, i campi di sulla da quelli lasciati a pascolo. Conosce il costo di una forma di cacio sul mercato e quanto va al pastore e quanto agli Ucrìa. Le si sono chiariti i meccanismi degli affitti e delle mezzadrie. Ha compreso chi sono i campirei e a cosa servono: a fare da tramite fra proprietari distratti e contadini riottosi…».

Solo l’amore non sa accettare, quell’amore che non conosce, perché lei ha conosciuto solo gli amplessi a cui era necessario sottostare per dovere, quelle continue violazioni fisiche e psicologiche del «signor marito zio» che la prendeva e penetrava nel suo ventre senza il dolce della tenerezza, senza il gusto della complicità, senza parole, muto come muta è la sua sposa, sordo ai richiami della sua anima, come sordo è il suo rapporto con la società, con la storia, con il progresso. «Marianna ripensa ai loro frettolosi accoppiamenti al buio, lui armato e implacabile e lei lontana, impietrita. Dovevano essere buffi a vedersi, stupidi come possono esserlo coloro che ripetono senza un barlume di discernimento un dovere che non capiscono e per cui non sono tagliati. Eppure hanno fatto cinque figli vivi e tre morti prima di nascere che fanno otto: otto volte si sono incontrati sotto le lenzuola senza baciarsi né carezzarsi. Un assalto, una forzatura, un premere di ginocchia fredde contro le gambe, una esplosione rapida e rabbiosa». Quel signor marito zio il cui cervello assomiglia, pensa Marianna, in un certo senso alla sua bocca «trita, scompone, pesta, arrota, impasta, inghiotte» ma niente trattiene di quel cibo e resta magro, a dispetto degli anni. Per lui la moglie è una incomprensibile bambina di un nuovo secolo, così assurda nella sua ansia di rinnovamento, così incomprensibile, tesa alla ricerca di novità, di azione. Quell’azione «aberrante, pericolosa, inutile e falsa» perché rendere familiare l’ignoto e dargli forma è tradimento di quell’ozio sublime che solo i nobili veri possono permettersi. Cento volte meglio quel quadro che tiene nel suo studio che rappresenta il martirio di san Signoretto e che porta sotto, incisa nel rame, la dicitura «Beato Signoretto Ucrìa di Fontanasalsa a Campo Spagnolo, nato a Pisa nel 1269».

L’amore tuttavia la insegue e Marianna fugge, la cerca con gli occhi, con il corpo, con la mente, con ingenui tranelli, cavaliere dai capelli ricci e neri sul suo cavallo veloce e dispettoso, la spia e lei fugge, la implora e lei resiste, la cerca, la trova, la perde… si trovano, si amano. E nel suo ventre la sensazione dell’amore, quel ventre che aveva solo subito il travaglio dei parti e il martirio del sacrificio. Un amore impossibile per Marianna, nobile, duchessa, mutola, vedova, femmina, rappresentante della regale stirpe degli Ucrìa. Un amore da cui bisogna fuggire.

«Il brigantino si muove appena dondolandosi sull’acqua verde. Davanti, a ventaglio, la città di "Paliermu": una fila di palazzi grigi e ocra, delle chiese grigie e bianche, delle stamberghe dipinte di rosa, dei negozi dai tendoni a strisce verdi, le strade delle «balati» sconnesse in mezzo a cui scorrono rivoli d’acqua sporca […] Ora il brigantino è agiato da scosse lunghe e nervose. Le vele sono issate: la prua si dirige decisamente verso l’alto mare. Marianna si appoggia con tutte e due le mani alla balaustra laccata mentre Palermo si allontana con le sue luci pomeridiane, le sue palme, le sue immondizie spinte dal vento, la sua forca, le sue carrozze. Una parte di lei rimarrà lì, su quelle strade inzaccherate, in quel tepore che sa di gelsomini zuccherati e di escrementi di cavallo». Profumi ed escrementi: la bellezza di un mondo che appare contro l’atrocità di un mondo che schiaccia, che opprime, che uccide, che condanna, che perseguita; la bellezza di quelle ragioni del cuore che la ragione non conosce ma che ti costringe a misconoscere… Gli escrementi di cavallo, simbolo di un logorante immobilismo mentale che si nutre di se stesso, appannaggio di un mondo maschile fatto di maschi che non hanno alcun diritto se non quello esercitato in nome di una falsa doppia morale, maschi che in fondo fanno pena, perché non trovano altro alibi alla loro prepotenza crudele che non si riduca al possesso di quel qualcosa con cui possono violarti e sentirsene orgogliosi.

«La sera, alla tavola del capitano, nel saloncino dal tetto a botte, seggono strani visitatori che non si conoscono fra loro: una duchessa palermitana sordomuta chiusa in una elegante spolverina alla Watteau a rigoni bianchi e celesti…». E «brandelli di memorie disperse e quasi dissolte» risalgono dal fondo della coscienza… immagini di tutta una vita, una lunga vita, segnata da quello "scantu" che l’ha resa sordomuta, una menomata che ha trasformato la sua menomazione in una proficua fonte di affinamento fisico e intellettivo, che vorrebbe ritornare indietro ma che ha troppa voglia di riprendere il cammino, di percorrere la strada del suo destino fino alla fine, interrogando i suoi silenzi… interrotti solo una notte, da un assurdo grido agghiacciante che traduce finalmente la memoria di ciò che fu.

«Vorrei che il romanzo comunicasse ai lettori un’idea profonda e sensuale della Sicilia». La Sicilia de La lunga vita di Marianna Ucrìa riesce a soggiogarti così profondamente, da farti sentire nelle narici l’odore della menta, del mare, immaginando «una notte benigna, tiepida, allagata di profumi» e percependo «una leggera brezza salina che arriva a tratti dal mare».

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 12 settembre 2001
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Maria Tufano (cassatas@libero.it), Napoli, 1/06/'04

Ho scoperto la Maraini piuttosto tardi, come del resto molto nella mia vita, ma proprio per una scarsità di strumenti riesco a leggere ciò che veramente mi tocca nel profondo. Non avendolo letto di recente e smemorina alquanto, posso solo manifestare la mia profonda ammirazione per la scrittrice che riesce ad insegnare in ogni momento qualcosa, parla di sé in un modo gradevole e interessante. Una persona senz'altro generosa maria tufano

Moldovan Crina (crimol2002@yahoo.com), Cluj (Romania), 02/03/'04

Questo libro mi sembra il piu bello che io abbia letto nella mia vita, anzi vorrei scrivere il mio lavoro di laurea su questo. Ho provato delle sensazioni che nessun libro mi aveva mai dato. è davvero stupendo. congratulazioni, Dacia. All'universita di lettere di cluj sei molto aprezzata.

Sara Bonfante, Torino, 07/01/2004

NONOSTANTE LA MIA ETA' HO LETTO MOLTISSIMI LIBRI E HO TROVATO QUESTO LIBRO FANTASTICO.MI HA FATTO SOGNARE...MI SONO RITROVATA NEL CARATTERE LIEVEMENTE FUORI DALLE RIGHE DELLA PROTAGONISTA...LO CONSIGLIO A TUTTI QUELLI CHE VOGLIONO PROVARE DELLE EMOZIONI DOLCI E RIBELLI (PER LA RIBELLIONE DELL'EPOCA IN CUI E' AMBIENTATO QUESO LIBRO)


Valentina, (Vale_Mars88@hotmail.com), 06/01/2004

QUESTO ROMANZO L'HO DOVUTO LEGGERE PER SCUOLA. NE SONO RIMASTA PROFONDAMENTE COLPITA PER LE SENSAZIONALI DESCRIZIONI E PER LA STORIA. PER SCUOLA DOBBIAMO DESCRIVERE LA DIFFERENZA DELLE SCELTE DI MARIANNA CON LA MONACA DI MONZA (PERSONAGGIO DEI PROMESSI SPOSI DI MANZONI) E NORA (PROTAGONISTA DI CASA DI BAMBOLA DI IBSEN). TUTTE E TRE SONO DONNE REPRESSE DALLE LEGGI CIVILI, DAI PREGIUDIZI E DAGLI OBBLIGHI. MARIANNA E NORA, ENTRAMBE VIVONO UNA VITA CONIUGALE PASSIVAMENTE, SENZA MAI RICONOSCERSI IN MOGLI. SONO SEMPLICEMENTE ESSERI VIVENTI CARINI CHE DEVONO ESSERE PROTETTI. LA MONACA DI MONZA, INVECE NON PUÚ CONOSCERE LA VITA CONIUGALE, VIENE COSTRETTA AL CONVENTO, Ë DIVISA TRA IL VOLERE DEL PADRE E QUELLO DELL'AMANTE, SCAPPA CONTINUAMENTE SIA DALL'UNO CHE DALL'ALTRO, NON TROVANDO RIFUGIO IN NESSUNO DEI DUE. COMMETTE E FA COMMETTERE OMICIDI, MA NONOSTANTE QUESTO NON HA IL CORAGGIO DI RIBBELLARSI ALLA SOCIETA' DEL TEMPO, COME INVECE SAPRANNO FARE MARIANNA E NORA. TUTTE E TRE SPINTE DALLA SOCIETA' VERSO UN DESTINO SBAGLIATO, SUBISCONO O PSICOLOGICAMENTE O FISICAMENTE VIOLENZE: -MARIANNA DALLO ZIO MARITO, A 5 ANNI, PER CUI PERDE LA PAROLA, POI AI 13 ANNI DAL PADRE CHE LA FA ASSISTERE A UN' IMPICCAGGIONE. -LA MONACA DI MONZA VIENE COSTRETTA DAL PADRE A FARSI MONACA FIN DA BAMBINA, TOGLIENDOLE PERSINO LA PAROLA. -NORA CHE PENSAVA A SPOSARSI COME UNICO SCOPO DELLA VITA, SPERANDO SOLO DI AVERE DEI BEI FIGLI E UN BUON MARITO, VIVENDO IN RICCHEZZA.


Valentina Carraro (valentina335@interfree.it), Casale (Al), 30/09/'03

PENSO CHE QUESTO LIBRO SIA UNO DEI PIU' BELLI CHE IO ABBIA MAI LETTO IN VITA MIA!BE' IN REALTA' HO SOLO 17 ANNI MA FINO AD ORA E' IL PIU' BELLO.IN VERITA' NON E' STATA MIA IDEA PRENDERE QUESTO LIBRO E LEGGERLO(ANZI IN RELTA' FINO AD ORA NON CONOSCEVO NEMMENO LA SCRITTRICE)BENSI' E' STATA UN'IDEA DELLA MIA PROF DI ITALIANO CHE CE LO HA CONSEGNATO X LE VACANZE ESTIVE.LE PRIME PAGINE MI SEMBRARONO SUBITO UN PO' NOIOSE MA POCO DOPO MI RESI CONTO CONTO CHE IL LIBRO ERA VERAMENTE APPASSIONANTE E LO FINII IN BREVISSIMO TEMPO.CMQ ALLA FINE SONO MOLTO CONTENTA CHE LA SCRITTRICE ABBIA PRESO UN PREMIO E PENSO CHE SE LO SIA PROPRIO MERITATO.PERO' ADESSO MI DEVO CONCENTRARE SULLA RELAZIONE DEL LIBRO...E SE MI VORRETE DARE UNA MANO NE SAREI MOLTO FELICE GRAZIE


Gabriele Macorini (GVCatullo@hotmail.com), Milano, 12/09/'03

Questo libro l'ho letto quando avevo 13 anni e ci ho messo molto tempo per capirlo ed apprezzarlo nella mia mente... ora ci ho ripensato e devo dire che la protagonista Marianna è un personaggio molto affascinante, dato che non parla, ma comunica in altro modo... una figura sensibile e apparentemente fragile come le porcellane del '700, ma in realtà una donna forte... belle sone le ultime pagine, in cui la protagonista avanti negli anni guarda le rovine di Pompei appena scoperte... molto allegorica come immagine.


Chiara (ofelia42@supereva.it), Milano, 11/09/'03

Uno degli ultimi romanzi che mi abbia commosso e fatto riflettere. Le piccole cose di questo romanzo mi hanno reso partecipe, come gli sfarzosi corpetti indossati dalle dame, l'ambiente nobile così ambiguo e arcano, il dialetto siciliano, le impiccagioni in piazza, la vita oziosa che conducevano ai tempi e LEI Marianna bella e assente che avrebbe voluto gridare in quel mondo silenzioso che la circondava..


Margherita, Bari, 22/08/'03

Leggendo questo libro mi sono totalmente immersa nell'ambiante Siciliano, così affascinante ed enigmatico tanto adesso quanto nel 1700. I sentimenti e le parole di Marianna sono molto coraggiosi per l'epoca: anch'essa è pienamente assorbita dallo stile di vita delle "mani nobili", ma riesce a distinguersi nel momento in cui scrive, legge, forma la propria mente "isolata" solo sugli scritti della biblioteca.


Anna Maria Fabiano (annamariafabiano@virgilio.it), Cosenza, 29/7/03

Mi fa estremo piacere che l'opera che ho avuto l'onore di recensire sia piaciuta a tanti come lo é a me. Mi farebbe piacere che mi venisse segnalata dai lettori una eventuale altra recensione su un testo che cattura l'interesse soprattutto dei giovani. Grazie a tutti della lettura.


Alfonso, (fonzy81@tiscali.it), Gela (Cl), 10/04/03

Marianna rapresenta come spesso non sono necessarie le parole per esprimere ciò che si ha dentro. Gli occhi sì gli occhi sono solo quelli il vero specchio dell'anima,il mezzo della manifestazione di ciò che abbiamo dentro.


Francesca Romano (francy.roman@tiscali.it), Aprilia (Lt), 15/02/2003

Romanzo storico o autobiografico? Forse La lunca vita di Marianna Ucria è entrambi. Al di là delle tante analisi stilistiche che possono essere fatte su questo meraviglioso libro, questa è un' opera che suscita emozione,riso e pianto,sdegno e ammirazione,contrasti del cuore e della mente: è UN CAPOLAVORO!


Carla Chiaffrino, (carla.azzurra@tin.it), Bologna, 9.06.2002

Lo ritengo uno dei più bei libri che mi sia mai capitato di leggere ed uno dei migliori romanzi del Novecento non solo italiano. Continuo a rileggerlo da anni, ed ogni volta mi stupisce per la sua costruzione singolare - direi unica - e la sua trama di arazzo quasi magicamente trasparente, che ti prende dentro e ti trasporta 'di là...bravissima Dacia!


Michelle Camilleri (came@mail.global.net.mt), Marsascala, 11.04.2002

"La Lunga Vita di Marianna Ucria" scritto da Dacia Maraini è un libro stupendo. Io l'ho letto circa quattro volte e in tutte le volte ho sentito delle emozioni che non posso spiegare, ho anche pianto durante la lettura del libro.


Valentina Giovanale (desires@tiscalinet.it), Stresa, Verbania, 16.10.2001

Un libro che mi ha profondamente colpito per la forza delle sue immagini. Marianna vive e respira davanti ai nostri occhi. La Sicilia assume forma e colore, ribaltando il lettore in una terra dai colori e profumi unici. Dacia Maraini resta, a mio parere, una delle più grandi autrici dei nostri tempi, per la sua innata capacità di trasmettere al lettore sensazioni ed emozioni vive e dinamiche. La lunga vita di Marianna Ucria è l'ennesima conferma di questo tratto peculiare di Dacia Maraini.




http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Lun, 4 set 2006

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