Giovanni Campus, Mediterranee
EDES, Sassari 2003
La biblioteca di Babele (collana di letteratura sarda plurilingue), pp. 216
Euro 12,00
Non è frequente trovare in un libro di poesia meditazione profonda e memoria documentatissima. E ci si lascia subito condurre, con fiducia, in un lungo viaggio nel tempo tra i luoghi aurorali delle importanti civiltà millenarie affacciatesi sul Mediterraneo, tra Europa, Africa e Asia. Mondi che qui, miracolosamente, la luce aurea della Poesia fa risorgere rafforzando in noi la consapevolezza di discendere da quei mondi lontanissimi, di cui avvertiamo forte il richiamo, e una vaga nostalgia per ciò che non potrà più essere.
E non vi è dubbio, leggendo Mediterranee, di trovarsi di fronte a un lavoro di sapiente poesia la cui tessitura, dicevamo, è impreziosita da una quantità ragguardevole di informazioni e richiami, soprattutto letterari e storici. Intuiamo, perciò, il sentimento che lo ha concepito e messo in opera: di filiale devozione, di gratitudine per leredità grandiosa ricevuta. Quasi si volesse contrapporre alloblio, alla leggerezza, allabiura scellerata di questi tempi, il valore eloquente di unincommensurabile bellezza e saggezza conservatesi fino a noi. Senza però nascondere un sentimento di malinconica disillusione, pur nella fede della funzione repertoriale della poesia, se non del suo magistero salvifico:
Questo rimane dellantica Troia:
il verso del poeta, che solleva il dolore degli uomini sullonda
del tempo perché nulla
venga dimenticato, perché a tutti
risponda quelleterno
mistero che ci chiude prigionieri
nella storia del mondo. Ma sul colle
tormentato, trafitto
dalle rovine resta solo il vento.
(Per gli scavi di Troia)
Giovanni Campus è nato a Cervia nel 1930 da famiglia sarda, e vive ora a Roma. Laureatosi in Lettere classiche a Cagliari, ha svolto per molti anni attività di docente presso i licei e, nel contempo, attività di pubblicista e di critico cinematografico e letterario presso quotidiani e riviste specializzate. Il suo primo libro di liriche, Salmo notturno (Laterza, 1983), con lautorevole prefazione di Giuseppe Petronio, entrò nella terna finale del Premio Viareggio Opera Prima (edizione 1984), della cui giuria faceva parte Giorgio Caproni. Questa seconda raccolta ha invece vinto, nella sezione poesia, il Premio nazionale di poesia Giuseppe Dessì (edizione 2004).
Il libro, articolato in quindici sezioni (Ichnusa, Sardegna, Tirreno, Adriatico, Jonio, Ellade, Egeo, Africa, Oriente, Occidente, Romane, Preistoria, Le mie patrie, Mesopotamia e Logudoro) rivisita in versi, e per mete geografiche, luoghi e personaggi mitici del passato. Ma non solo, in quanto un buon numero di liriche è dedicato alla Sardegna, a luoghi e ricordi cari al poeta, ma anche allIraq in guerra, e ad altro.
I singoli componimenti sono spesso, per estensione, piccoli poemi, anche per la narratività dei versi prevalentemente, endecasillabi sciolti o, tuttal più, settenari e il tono epico.
Una poesia, quella di Giovanni Campus, in cui lascolto profondo, attentissimo del passato è in fondo un compulsare da mille angolazioni il destino imperituro degli uomini, per suggerne il segreto medicamentoso che lenisce il presente:
Ora davanti a me, tutto massedia,
tutto mi parla, con parole antiche
e nuove: eppure tutto già riposa
in pace, tutto tace nel fluire
lento del fiume sacro, dove scende
verso il mare questattimo fuggente.
Tutto si perde, tutto è già passato
di me, di noi, dei vivi, dei defunti,
tutto effimero e fragile relitto
di passioni sofferte e di miserie
dimenticate, come le infinite
foglie morte dei platani cadute
al vento dellautunno sulle rive
spoglie del Lungotevere: leggero
fruscio di passi, appena, e infine polvere.
Eppure ogni relitto, nel mio cuore,
si fa reliquia: tutto qui mi narra
della pena delluomo che ricerca
il dominio di sé, lalto segreto
del suo destino, fisso come scoglio
immoto fra le schiume della storia.
(Elegia romana)
A cura della Redazione Virtuale
Milano, 18 ottobre 2004
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