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Memoriale


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Paolo Volponi, Memoriale
Einaudi Tascabili, 1991
pp. 220, Euro 7,75

n Memoriale di Paolo Volponi si fronteggiano due realtà monolitiche e irriducibili, segno di un dialogo impossibile: il corpo, simbolo dell’umanità più autentica e profonda ancora avvolta in un’armonia ancestrale dal sicuro grembo della natura, e la fabbrica, il luogo della recente modernità industriale, che avrebbe dovuto offrire nuove opportunità e speranze agli italiani, ancora frastornati dalle eco di morte e distruzione della guerra appena conclusa.

Nell’economia del testo, l’incontro tra queste realtà tanto lontane l’una dall’altra si esaurisce nel diario paranoico di un ammalato di tubercolosi: torna il motivo della malattia, che la letteratura del Novecento, da Svevo a Mann, ci ha insegnato a leggere come la metafora di un più profondo disagio storico ed esistenziale.

Il protagonista Albino Saluggia, reduce di guerra, viene assegnato al lavoro in fabbrica dall’Ufficio di Collocamento. Una fabbrica di cui noi lettori non sappiamo né il nome né le funzioni. Ci appare, attraverso lo sguardo allucinato di Albino, come un’entità astratta, chiusa ermeticamente nella propria entità puramente geometrica, sospesa in un vuoto atemporale sinistro ed ostile: «La fabbrica, grandissima e bassa, ronzava indifferente, (...) immobile come una chiesa o un tribunale, e si sentiva da fuori che dentro, proprio come in una chiesa, in un dentro alto e vuoto, si svolgevano le funzioni di centinaia di lavori ( ...) la fabbrica era tutta uguale e da qualsiasi parte mandava lo stesso rumore, un affanno, un ansimare forte. La fabbrica era così grande e pulita, così misteriosa, che uno non poteva nemmeno pensare se era bella o brutta».

Luogo disumano ed alienante, la fabbrica si realizza unicamente nelle proprie funzioni: chi, per qualsiasi motivo, non è in grado di partecipare a questa logica tutta finalizzata alla produzione, viene rifiutato ed espulso. È quanto accade ad Albino Saluggia, al quale viene diagnosticata una grave forma di tubercolosi: comincia così il suo calvario esistenziale nello spietato microcosmo della fabbrica, un cammino di dolore che lo condurrà a una vera forma di paranoia. L’uomo comincerà a vedere, ovunque, segrete macchinazioni e congiure ai suoi danni: da parte dei medici dell’azienda, che lo vogliono rovinare, da parte dei cuochi della mensa, colpevoli di avvelenargli i pasti, da parte dei Carabinieri, complici in un progetto criminale volto a distruggere la sua vita. Persino la madre vedova, con cui è tornato a vivere al ritorno dalla guerra, non si salva dai suoi cupi e ossessivi sospetti.

Questa è l’ottica deformante attraverso cui, in Memoriale, leggiamo la complessa dialettica tra tradizione e innovazione, cultura rurale e industrializzazione, tensione al nuovo e fedeltà alle origini: antinomie su cui si è formata quella che forse è la più feconda generazione di scrittori italiani del Novecento (basti pensare a Pavese, Pasolini e Calvino), e che furono l’humus dell’intero clima culturale nel secondo dopoguerra. Forse la prospettiva proposta in questo romanzo è troppo esasperata per rendere adeguatamente un panorama tanto vasto e ricco di implicazioni: la psiche alterata del protagonista si impone troppo spesso sulla visuale narrativa, e la sua vicenda personale tende così a perdere quel valore paradigmatico che spesso è stato riconosciuto al lavoro letterario di Volponi: «La sua opera – afferma infatti Giulio Ferroni – rappresenta nel modo più esemplare la parabola delle speranze legate alla trasformazione dell’Italia in paese industriale».

Ma lo scritto pseudo-autobiografico di Albino Saluggia tende invece a richiudersi su stesso, compiaciuto della propria involuzione autolesionistica, e le molteplici problematiche della storia contemporanea rischiano così di ridursi alle facili polarizzazioni prodotte dalla sua mente malata. «Quanto sbaglia la gente, ad ogni livello, che crede di diventare una parte della fabbrica. (...) ma io mi mettevo a guardare di più il paesaggio della fabbrica. Guardavo quei punti, quadrati e a strisce, dove la campagna è attaccata dalla fabbrica e dalle case intorno agli stabilimenti. Vedevo quanto perde la povera campagna, nata insieme all’uomo; quanta vita le viene raschiata per le scorie, i sassi, la polvere, i metalli, le stradacce».

Natura versus civiltà delle macchine: questo è il conflitto, tutto in superficie, a cui viene ridotta la vasta complessità dell’Italia neo-industriale. Conflitto che nella vita di Albino Saluggia si traduce in paranoia, segno del suo rifiuto di vedere e di capire i problemi e le ragioni del mondo nuovo che si andava formando attorno a lui. Il suo percorso esistenziale non potrà che virare inesorabilmente verso la solitudine e la sconfitta.

A cura della Redazione Virtuale de «La Libreria di Dora»

Milano, 26 marzo 2002
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Daniele Falcinelli, (antiporta@email.it), Celleno (Viterbo), 22/04/'04

Albino Saluggia, protagonista e voce narrante, porta ,dalla sua esperineza di soldato nella seconda guerra mondiale e dalla sua infanzia, un atteggiamento vittimistico. Tale attegiamento è tipico anche in fabbrica, dove entra come operaio: rappresenta se stesso come una vittima, con modi della simbologia cristiana; contro la fabbrica e le persecuzioni la fede e l'amore nella natura sono le risorse più importanti. Non l'amore per le donne (sentimentalmente è immaturo), nè i rapporti con amici o colleghi, nè tantomeno con la madre con cui vive possono cambiare la situzione; fragilità e manie di persecuzione lo rendono isolato, in fondo neanche il preto o il sindacato possono nulla. Lui è una specie di "folletto": ama alberi, uccelli e stagioni per la bellezza in sè, non conosce l'approccio preoccupato al raccolto del contadino. Le vicende storiche e politiche lo toccano apppena, solo per un sentimento di rivolta alla fabbrica si sente vicino agli operai in contestazione. L'opera è nel complesso un eccezionale riflessione sui retaggi che il mondo "precedente" lascia al mondo industrializzato, evidentamente il protagonista è un isolato, ma proprio questa peculiarità lo rende più sensibile rispetto agli altri operai che più vagamente di lui colgono la trasformazione che l'apparato produttivo industriale porta nell'interiorità: spersonalizzazione, non riconscimento dei meriti e delle capacità del singolo, inautenticità dei rapporti, il senso della natura asservito ai soli fini utilitaristici.

Anonimo, 19/12/03

Questo libro mi è piaciuto moltissimo: scritto e narrato egregiamente. Molto coinvolgente è la solitudine del protagonista Albino Saluggia che lo porterà alla paranoia. Non è un libro da affrontare con leggerezza, ma da assaporare con serietà per poterlo comprendere altrimenti risulta solamente noioso e sciocco.


Anna Malfatti (ennuz@yahoo.it), Brentonico (Trento), 04/06/03

Nonostante tutti gli sforzi, non suno riuscita ad apprezzare quest'opera; infatti, oltre ad essere terribilmente noiosa nella descrizione, presenta un personaggio stile Zeno Cosini, personaggio inetto, del quale non condivido l'atteggiamento rinunciatario di fronte alla vita.





http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 2 ago 2007

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