LA PROTAGONISTA DI MENZOGNA E SORTILEGIO, DI ELSA MORANTE, SCEGLIE LA SCRITTURA PER LIBERARSI DAI MOSTRI CHE POPOLANO LA SUA INFANZIA

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Menzogna e sortilegio



Elsa Morante, Menzogna e sortilegio,
Einaudi, Torino, 1994
723 pp., Lire 19.500 (Euro 10,07)

olpisce la dedizione assoluta, con cui la Morante ha offerto tutta la sua vita alla letteratura, rifiutando di calarsi nel ruolo dello scrittore di mestiere che scrive un libro all'anno, preferendo giocare tutta se stessa in soli quattro romanzi. Ciò la rende forse unica nella letteratura di questo secolo, così come del tutto singolare e unico appare il suo primo romanzo.

Alla fine della seconda guerra mondiale, mentre tutto il mondo punta gli occhi sulla realtà presente, mentre il marito Alberto Moravia, nella stanza accanto alla sua, scrive La romana, la Morante ha il coraggio di scrivere un romanzo in cui, come dice Calvino (allora redattore della casa editrice Enaudi), «la Storia è bandita».

In realtà, la Morante compie un'operazione assai affascinante. Ignorando la tragedia appena conclusasi, distanziandosi dalla contemporanea letteratura neorealista, volge lo sguardo su uno scenario lontano e spettrale, e paradossalmente dà vita a un'opera di grande eccentrica modernità.

critto negli anni 44-46 e pubblicato nel 48, il romanzo risente degli anni di oppressione e di delusione tra il fascismo e la fine della guerra.
Elsa Morante viveva allora a Roma col marito, Alberto Moravia e , in due stanze, scrivevano ognuno il suo libro .
Lui “La Romana , lei Menzogna e sortilegio, libro con cui si liberava dei ricordi allucinanti del passato , di sua madre , degli incubi che da bambina era stata costretta a vivere.
Si sente nel romanzo la voglia di rivisitare i morti e scoprire le ragioni del loro agire e del loro soffrire.
I personaggi principali sono 4: Anna , la povera ex nobile , ma decaduta, piena di fierezza e innamorata di Edoardo, il cugino ricco, nobile e bello, che, dietro un fondo di arrogante strafottenza, nasconde la tristezza di una morte precoce, Francesco, amico di Edoardo, che, innamorato di Anna, finisce con l’ottenere di sposarla. Anna lo sposa senza amore, spinta dal bisogno, dopo essere stata rifiutata dal cugino.
In tale doloroso triangolo si inserisce la bimba di Anna e Francesco, la stessa scrittrice, che racconta dal suo punto di vista la storia.
Le focalizzazioni del romanzo sono quindi molteplici, ma su tutte predomina alla fine quella della bimba , che consapevole della situazione, cerca di mediare i conflitti familiari che risultano tanto più grandi di lei, riuscendoci solo in parte.
Le descrizioni di stati d’animo, di malinconie, di amori non corrisposti , di fantasie rendono tutto il libro - ben a ragione è il titolo- una continua menzogna e un nascosto sortilegio.
Anna ama per tutta la vita il cugino , anche dopo che è morto, continua ad amarne il fantasma, mentre non si accorge dell’amore vero e concreto del marito Francesco.
Questi lavora , si sacrifica e si danna per Anna , che non lo degna di un’attenzione.
Lui allora ,a sua volta, mancandogli l’amore della moglie, si consola con una prostituta dal cuore grande , Rosaria, che lo ama perdutamente, facendola soffrire.
Ma non sveliamo il finale , che si rivela tragico per tutti: l’unica a salvarsi è la bimba che in una innocente preveggenza, sa stare dalla parte dei deboli e proteggere sia il padre sia la madre.
Il sortilegio dell’amore non corrisposto, quasi una maledizione, pesa in tutto il romanzo. Elsa si è liberata di memorie per lei dolorosissime e ha innalzato la figura del padre , in una specie di comprensione ed elogio postumo, mentre si augura di vederli felici, padre , madre e cugino, in un’altra migliore vita., come nella costellazione di un mito greco.
L’ambiente della nobiltà napoletana e dei ceti poveri, ma dignitosi, viene in luce meravigliosamente descritto.E’ un romanzo particolare, ma anche corale, esprimente tutta l’anima napoletana, densa di amore, mistero, sortilegio e magia.
Forse i romanzi successivi della Morante come La storia o L’isola di Arturo risultano più comprensibili di questo, ma solo qui si incontrano certi stati d’animo, certe atmosfere alla Ortese , che solo un vero napoletano può capire.Noi ci inchiniamo ad una grande scrittrice , che esplora la psiche in modo segreto e misterioso, entrando nei meandri dell’estrema bontà e dell’estrema crudeltà.
Il mondo , secondo la Morante, non sarà salvato che dai ragazzini, dagli esseri innocenti, gli unici che sanno amare veramente e incondizionatamente. (S.A.)
A cura della Redazione Virtuale
Milano, 18 gennaio 2005
La nostra autrice vuole che il romanzo familiare di Elisa contenga tutto ciò che era stata la sostanza del romanzo dell'Ottocento; già nel titolo del primo capitolo («Una sepolta viva e una donna perduta») Menzogna e sortilegio sembra voler presentarsi come un romanzo d'appendice, un romanzo d'amore.Al tempo stesso però, pensando all'Orlando furioso e al Don Chisciotte, scrive, ignorando tutte le scoperte del romanzo ottocentesco (il colpo di scena, le sorprese, il montaggio, la funzione del «destino» ecc.), con lo stile tipico della favola. L'eccentricità di Menzogna e sortilegio sta nell'essere un romanzo dell'Ottocento che, con tono fiabesco, mette in scena quanto di meno fiabesco e romanzesco offra la civiltà del Novecento: le nevrosi autodistruttive dei ceti piccolo-borghesi, che in seguito allo sviluppo economico avviato tra Otto e Novecento, tendono sempre più a rifiutare «la sorte assegnatali in questa vita» per vivere in compagnia della menzogna coperta di verità.

Sembra quindi — come ben dice Cesare Garboli nell'introduzione — che l'anima stessa del Novecento viva «chiusa in un romanzo concepito all'antica»: «quel buio regno di incubi e sogni piccolo-borghesi… che in Kafka (autore fortemente amato dalla Morante) è in bianco e nero, …nella Morante è visitato dai colori». Tutto ciò può apparire ambiguo, ma il principio ispiratore del testo, il suo più singolare fascino è l'ambiguità «questa grazia celeste: senza la quale nessuno troverà mai favore al cospetto di Elisa». Ogni pagina è intrisa di ambiguità a tal punto che si giunge alla fine del romanzo col dubbio se Elisa si sia davvero liberata dall'unica eredità lasciatale dai suoi, la menzogna. Infatti Elisa, malata di menzogna, sceglie la scrittura come strumento capace di liberarla dalla foresta di mostri che popolano la sua infanzia.

E così inizia a scrivere il romanzo familiare di casa De Salvi; ma narrando, ribalta quella stessa storia che, da bambina, credeva popolata di «santi, eroi e profetesse» in una cronaca di miserie e deliri. È Il romanzo familiare dei nevrotici di Freud a offrire il modello narrativo all'autobiografia di Elisa. Freud mostra infatti alla Morante la strada per trasformare, attraverso la scrittura, la «foresta di sogni» di paure e misteri che fin dall'infanzia l'ossessionava, in un romanzo che appare assai distante dall'autobiografismo tradizionale. Dunque, Menzogna e sortilegio — come la stessa autrice dichiarò — racconta il passaggio dalle fantasia alla coscienza, dalla giovinezza alla maturità: per tutti «esperienza fondamentale e tragica».

Tuttavia, Elisa prende commiato dai suoi lettori, rivolgendosi al gatto Alvaro, suo unico «compagno» per tutto il tempo della scrittura, con un canto, i cui versi finali («… E di mie fole e stragi / coi tuoi baci, coi tuoi dolci lamenti, / tu mi consoli, / O gatto mio!») lasciano il sospetto che il sortilegio perduri. (D.M.)

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