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Microcosmi (1998)



Claudio Magris, Microcosmi
Garzanti - Gli elefanti, Milano 1998,
273 pp., Lire 16.000, Euro 8,26

icrocosmi è stato scritto al culmine del millennio, in un momento in cui la follia autodistruttiva che periodicamente squassa i Balcani – ridisegnando con i confini di quest’angolo di mondo i confini stessi dell’Europa – infuriava con la massima violenza. Magris, da “uomo di confine”, contrappone alla furia omicida un libro pacifico, pieno di momenti aulici, di ricordi, di esempi di grande civiltà e arte di vivere, al di qua e al di là della frontiera, qualunque concetto definisca il termine «frontiera»: geografia, etnia, religione.

Leggendo questo libro si assapora il gusto confortante delle cose che si riincontrano con il ripetersi di un viaggio già fatto. Come i rituali racconti di caccia, o come certe visioni: Marisa Madieri che esce dall’acqua cristallina della Croazia, ogni giorno, ogni anno; e non sono i fianchi ad arrotondarsi, ma i grani di un rosario che tiene il conto del riproporsi di questa visione senza soluzione di continuità. Come i ciottoli che il mare arrotonda; «fra l’uno e l’altro si apre un infinito».

Microcosmi è una raccolta di microviaggi. Spostamenti attraverso paesaggi, ambienti e personaggi (una sintesi di quello che Fosco Maraini definisce col binomio «endocosmo» ed «esocosmo») che potrebbero sembrare insignificanti senza il concreto apporto dell’intelligenza e della sensibilità di una mente allenata a rilevare i particolari: milioni di causa ed effetto che possono rendere indimenticabile e unica l’esperienza più banale, come le sfaccettature di una pietra preziosa.

Viaggi piccoli quanto il tempo di un caffè. Il San Marco, il caffè di Trieste - che «per chi vuole sgranchirsi le gambe e fare un piccolo giro del mondo è situato in un’ottima posizione» - fornisce il ritmo per questa raccolta di microbici cammei turistici, estranei alle rotte più battute. Del resto «il mondo è ormai noto, la provincia, invece...».

Ogni viaggio «è soprattutto un ritorno, anche se il ritorno quasi sempre dura assai poco e viene presto l’ora di andarsene». Il tempo di una passeggiata postprandiale fino alla chiesa. E anche quest’innocua occupazione può trasformarsi in un’avventura misteriosa. «Nella chiesa vuota entra un uomo; [...] guarda di sbieco da due fessure taglienti e luminose, si dirige verso le prime file dei banchi, si china e ne annusa una meticolosamente, poi esce nella piazza e, correndo, sparisce dietro le case».

Come le partite a cotecio, un gioco veneto, non tedesco, giocato «nella Stube dell’albergo Herberhof di Antholz Mittertal...» che può, come tutto, prestarsi per un esercizio di civiltà e di buone maniere. Un gioco dove perde chi prende più carte e che filosoficamente fa il verso alla vita, a meno che non si riesca a prendere proprio tutto e fare "cappotto". È un quadro, o meglio, una scena che potrebbe svolgersi su un piatto di ceramica Meissen, di quelli che, nella migliore tradizione borghese, Marisa accumula, anno dopo anno, «per i ragazzi».

Magris non risparmia una pennellata a nessuno dei presenti: una grinza precoce a Lisa, la gentilezza incerta e timida dell’alcolizzato, o il baleno negli occhi del mitico Toni, che presagisce, nelle carte che ha un cappotto sicuro. La mano «dolce e ferma» di Marisa che distribuisce la mano o lo sguardo distratto della signora Mirgunter, dietro gli occhiali severi. Finisce con l’includere anche se stesso, nelle parole impazienti della proprietaria: «Sempre scrivere, scrivere...». L'autore si autoritrae così nell’angolo della scena che ha dipinto, lo sguardo ironico rivolto verso il lettore, o forse semplicemente verso uno specchio...

Microcosmi è anche l’occasione per Magris per ritoccare la propria filosofia di vita: «Viaggiare, come raccontare - come vivere - è tralasciare. Un mero caso porta a una riva e perde un’altra». Un’affermazione adattabile alle situazioni più innocue come alle più drammatiche. Quelle di chi vive su una sponda volendosi sentire sulla sponda opposta, quando le due sponde sono divise da un confine invalicabile. Cose che sa bene chi vive da sempre su una terra da sempre contesa tra Nord e Sud, tra Oriente e Occidente, crocevia di etnie e di popoli, a due passi dall’inferno.

La penna di Magris spazia così da un confine all’altro, generosa di racconti, confidenze, aneddoti e saggezza di viaggiatore navigato. «Il peccato originale introduce la morte, che prende possesso della vita, la fa sentire insopportabile in ogni ora che essa arreca al suo trascorrere e costringe a distruggere il tempo della vita, a farlo passare presto, come una malattia; ammazzare il tempo: una forma educata di suicidio».

Il racconto del tempo presente è incastonato nella descrizione di eventi storici, perché ogni luogo, se lo si sa osservare, è impregnato della storia del suo popolo, tanto quanto di quella personale dei suoi attuali abitanti. Così come ontogenesi e filogenesi sono processi che riguardano lo stesso organismo. Anzi, «i luoghi sono gomitoli del tempo che si è avvolto su se stesso. Scrivere è sdipanare questi fili, disfare come Penelope il tessuto della Storia».

Milano, 04 Ottobre 2000
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FILIPPO FERRUCCI (filep@libero.it), Argenta (Fe), 02/09/2002

E' il mare che sbatte contro la vita, e vuole entrare.




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