Il libro di Messer Marco Polo Cittadino di Venezia detto il Milione, dove si raccontano le Meraviglie del Mondo

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Il Milione
ovvero, Il libro di Messer Marco Polo Cittadino di Venezia detto il Milione,
dove si raccontano le Meraviglie del Mondo


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Marco Polo, Il Milione
a cura di Daniele Ponchiroli
Prefazione di Sergio Solmi
Prima edizione 1954.Ultima edizione 1982
Einaudi, I millenni
pp. XXXIV-271, con 25 tavole fuori testo a colori
Lire 70.000
[edizione basata sul traduzione toscana del codice detto «ottimo»]

Marco Polo, Il Mione. Le divisament dou monde,
a cura di Gabriella Ronchi
Introduzione di Cesare Segre
Mondadori. I Meridiani
pp. XXIX-708, Lire 85.000
[Il Milione nella redazione toscana e franco-italiana]

ino alla morte, Cristoforo Colombo s’illuderà d’aver raggiunto, non le spiagge cubane, ma le meravigliose isole dei mari asiatici e le spiagge del Giappone - quel misterioso Cipangu di cui Marco Polo racconta nel Milione (*). Questo il potere e il fascino indiscusso del libro «dove si raccontano le Meraviglie del Mondo».

Ma, al di là delle leggende, dei sogni, dei miraggi e delle illusioni alimentate in poeti e conquistatori, per secoli, il Milione ha dato all’Occidente l’immagine più vera di un mondo pressoché ignoto: l’Oriente. Grande è il varco che il libro di Messer Marco Polo aprì verso quella civiltà lontana e diversa: scoprendola e rivelandola, per la prima volta, all’Europa. Ed inestimabile rimase l’apporto alle conoscenze geografiche del tempo.

Paradossalmente, un’arguzia del destino ha voluto che il racconto del lungo viaggio compiuto dal «primo occidentale ad aver vagato tra la Persia e la Cina, dall’«unico ad aver raggiunto i luoghi più riservati del potere alla corte del gran Khan», venisse scritto nello spazio angusto, grigio e monotono di una prigione. Dopo circa venticinque anni di viaggio, nel 1298, fatto prigioniero in una battaglia tra Genovesi e Veneziani, Marco, nelle carceri di Genova, torna con la memoria agli infiniti e policromi spazi dell’Asia: agli immensi fiumi, alle sterminate e formicolanti città del Catai, ai palazzi irreali incrostati d’oro e di gemme, alle piante e alle spezie rare, ai più svariati e favolosi animali esotici, ai costumi e agli usi di quei popoli remoti e al cuore del grande impero mongolo, la corte del tanto amato e stimato Gran Khan.

Affidandosi alla memoria delle cose viste e vissute e al ricordo delle cose udite e lette (#) nelle pagine di leggendari romanzi, Marco Polo, mercante e viaggiatore veneziano, ambasciatore del Signore dei Tartari, detta il resoconto dei suoi viaggi al compagno di prigionia, Rustichello, cantastorie pisano di favole medioevali, romanziere e autore di compilazioni tratte dalla materia della Tavola Rotonda.

Dall’incontro di due uomini appartenenti a mondi così diversi e contrastanti, è nato il Milione – più propriamente intitolato, essendo stato steso nella redazione originale, andata perduta, in franco-italiano (§) - Divisament dou monde o Livre des merveilles.

E così favola e realtà si ritrovano in questo trattato geografico (†) dalla struttura composita, in cui la narrazione, risentendo dell’influsso di generi diversi, passa dall’andamento novellistico a quello dell’exemplum, dal racconto agiografico al resoconto storico. Come in una moderna guida turistica - sottolinea Cesare Segre nell’Introduzione all’edizione Meridiani Mondadori - le indicazioni sulla posizione e la conformazione dei paesi si allargano a note sulle produzioni locali, sugli usi caratteristici, su vicende storiche e aneddoti».

A Marco Polo, ambasciatore del Gran Khan, interessa vedere «le tante maravigliose cose del mondo», o più semplicemente «le cose che sono per lo mondo»: «più amava li diversi costumi de le terre sapere che sapere quello perch’egli avea mandato». È, infatti, la curiosità appassionata del viaggiatore veneziano per i costumi, la vita, le tradizioni, le abitudini dei diversi popoli, il suo senso dell’ignoto, la sua sete per il nuovo e l’insolito della realtà, il tratto distintivo e il motivo conduttore di questa semplice e grandiosa guida dell’Asia.

Diversamente da come a lungo è stato letto dalla critica, il Milione non vuole essere un manuale pratico per i commercianti occidentali, un libro di memorie di un mercante destinato ai mercanti. Anche le notizie commerciali - relative ai prezzi di trasporto, ai vari tipi di moneta, alle tasse e alle varie mercanzie - che occorrono qua e là nel testo, appaiono, in realtà, «aspetti di vita». «Per il veneziano – sostiene L. Olschki in L’Asia di Marco Polo (Civelli, Firenze, 1957) – il mondo è tutto uno spettacolo che egli ritrae come può e ricorda, in una grande varietà di stili e in illimitate manifestazioni naturali e umane».

«Sintesi laica e terrena da porsi accanto alle due celebri sintesi in cui in cui si è riassunto il Medioevo teologico e filosofico, la Summa di San Tommaso d’Aquino e la Divina Commedia», è il Milione per Luigi Foscolo Benedetto: l’autore di un’edizione critica rimasta assolutamente fondamentale per lo studio della storia testuale del libro.

Il testo originale di Marco Polo e Rustichello è scomparso, ma bizzarro, irrequieto, instabile e sfuggente, Le Livres de messer Marco Polo è sopravvissuto in innumerevoli redazioni e traduzioni, dove, innumerevole e frantumato, riappare un mondo irrequieto, magico e reale: l’Asia del XIII secolo.

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La tradizione manoscritta del testo e le edizioni

Immenso successo riscuote fin da subito il Milione, tanto che già all’inizio del Trecento circola in versioni toscane più o meno fedeli. Testimoni della sua grandissima fortuna sono, oltre alle molteplici redazioni, i ben oltre 130 codici che ci hanno tramandato il testo nelle più diverse lingue: dal latino al francese ai dialetti italiani (in particolar modo il veneto), al catalano, al portoghese, al tedesco, al boemo all’irlandese. E se le redazioni in latino erano ad uso dei missionari e degli scienziati, quelle nelle lingue volgari e nei dialetti avevano come destinatari commercianti e viaggiatori - oltre naturalmente ad attestare la fruizione del Milione anche solo come semplice libro d’evasione.

Tuttavia, proprio la copiosa mole di manoscritti, insieme alla perdita dell’originale redatto in franco-italiano da Rustichello, ha originato problemi di carattere filologico tali che appare pressoché impossibile ricostruire un testo che si avvicini all’originale. «L’imponente tradizione del Milione –afferma Cesare Segre nell’introduzione all’edizione Meridiani Mondadori – non presenta infatti un succedersi meccanico di copie, ma una inesauribile attività rielaborativa». La stesura originale è stata, infatti, potata, alleggerita e semplificata in modo tale da conferire «ogni volta… un tono diverso alla voce riferita da Rustichello».

La traduzione toscana del Milione - compiuta da un volgarizzatore che spesso cade in errori e fraintendimenti dell’originale franco-italiano - è stata conservata da cinque manoscritti: II II 61; II IV 88; II IV 136 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze; Ashburnhamiano 525 della Biblioteca Laurenziana; Ital. 434 della Biblioteca Nazionale di Parigi.

Ebbene, a lungo il Milione è stato letto nella redazione toscana detta dell’«ottimo». «Ottimo» è il nome dato al codice magliabechiano II.IV. 88, che è per l’appunto il più autorevole manoscritto italiano tra le antiche traduzioni toscane. Si tratta di una riduzione, spesso imprecisa, dell’originale di Rustichello - scritta al più tardi nel 1309, quindi posteriore ad esso di pochi anni.

Essendo stata proposta in numerose edizioni (¢) si è finito poi per identificare questa versione toscana con l’opera composta realmente da Marco Polo e Rustichello.

In seguito, tuttavia, fondamentale è stata la ricostruzione di Luigi Foscolo Benedetto, che ha invece basato la sua edizione critica (Il Milione, prima edizione integrale a cura di Luigi Foscolo Benedetto, Firenze, 1928) sul manoscritto 1116 della Biblioteca Nazionale di Parigi, nettamente franco-italiano: Le Divisament dou monde. Al testo prescelto ha unito in apparato i passi mancanti in tale manoscritto, lasciandoli nella forma con cui sono pervenuti fino a noi (francese, toscana, veneta, latina). Quindi, ha tentato l’unificazione linguistica e stilistica di tutto il materiale raccolto, traducendolo in prosa moderna italiana (Il libro di Messer Marco Polo Cittadino di Venezia detto il Milione, dove si raccontano le Meraviglie del Mondo, Milano-Roma, 1932).

A partire dagli importanti contributi di Luigi Foscolo Benedetto, gli studi filologici, più o meno recenti, hanno così stabilito che tre sono i manoscritti più vicini all’archetipo: una traduzione latina, purtroppo tarda e mutila ma che contiene passi assenti negli altri due; il codice francese 1116 della Nazionale di Parigi, in assoluto il migliore; ed infine la redazione trecentesca toscana che stata stabilita da V. Bertolucci Pizzorusso.

La Bertolucci Pizzorusso nella sua edizione critica - la prima della versione toscana e sicuramente la più attendibile di tutte le altre precedenti edizioni - ha ribaltato la scelta tradizionale, dimostrando che più che emendare il cosiddetto «ottimo» con l’aiuto degli altri manoscritti, occorreva innanzi tutto optare per l’inedito II IV 136, confrontandolo poi, naturalmente, con gli altri codici.

Quest’edizione critica pubblicata da Adelphi (Milano, 1975) è stata ristampata anche nell’edizione a cura di A. Lanza e con Introduzione di Giorgio Manganelli (Ed. Riuniti, Roma 1980), e nell’edizione della collana «I Meridiani» di Mondadori, assieme alla redazione franco-italiana (Milione. Le Divisament dou monde, a cura di G. Ronchi e con Introduzione di C. Segre, Mondadori, Milano 1982).


* In realtà Marco Polo, sebbene dichiari che «le cose vedute dirà di veduta e·ll’altre per udita», non sempre descrive paesi che ha davvero visto: non visitò mai né il Giappone né il Tibet.
# Testi che - dai «romanzi» di Alessandro Magno alla Lettera del Prete Gianni - Marco aveva letto per prepararsi al viaggio o per poterli confrontare con ciò che vedeva con i suoi occhi.
§ Un francese fitto di italianismi morfologici e lessicali, non immune da venetismi, benché non raggiunga il grado d’ibridismo proprio della letteratura franco-veneta del XIV secolo. È il franco-italiano dei poemi e dei romanzi cavallereschi diffusi nell’Italia del Nord a partire dalla seconda metà del Duecento, tra i quali ricordiamo, per l’appunto, il Meliadus di Rustichello da Pisa.
† Il libro è organizzato secondo la forma impersonale del trattato geografico. Le esperienze autobiografiche dello scrittore non vengono menzionate se non frammentariamente.
¢ Ricordiamo, tra le tante, quella a cura di S. Solmi (Torino, Einaudi, 1954), e quella di R. Allulli (Milano, Mondadori, 1956).

Milano, 31 Ottobre 2000
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Marilena Iovino (giusydrs@virgilio.it), Cicciano, Napoli, 6.04.2002

Dopo una lettura attenta e profonda sono giunta alla conclusione che il libro è di una fantasia sconvolgente però nonostante ciò la lettura è semplice e scorrevole. Complimenti a Marco Polo e a colui che lo ha pubblicato. Ciao a presto!!!


xxx neuter (truzzialrogopunkalpogo@supereva.it) Venezia, 13.03.2002

Ho letto solo il brano sul "Lo Veglio" e mi è piaciuto "a lot", per dirla all'inglese!!! Complimenti all'autore!!! Però c'è un problema: sul brano suddetto la prof. interroga!!! Complimenti per il sito e per l'impaginazione!!!


Niko Buso (niko@libero.it), Venezia, 13.03.2002

A me sinceramente è piaciuto molto anche se mi dispiace apprendere l'ennesima volta come i giovani possano essere convinti a far cose che non dovrebbero fare.


Carlo Perez, Mestre, Venezia, 13.03.2002

Avendo letto soltanto "Il Veglio della montagna" posso dire che è bello. Non ho compreso lo significato della frase «e gli assessini vanno e fannolo molto volentieri» e delle parole "hashis" e "oppio"; inoltre poteva non scrivere sul paradiso e sulle donzelle.


Maria Chiara Bertolini (givanni.bertolini2@tin.it), Mestre, Venezia, 13.03.2002

A scuola abbiamo letto solo il brano del "Veglio della montagna", siamo restati molto colpiti. Penso che sia molto utile la lettura di questo libro a scuola sia perché è istruttivo, sia perché in questo modo la lezione diventa più interessante e divertente. Consigliamo a tutti la lettura di alcuni brani del Milione.


Carlo Peretti (carlo.ppp@email.it), Venezia, 13.03.2002

A scuola (II liceo scientifico) abbiamo letto la parte sul "Veglio della Montagna". Lo stile è tipico del Duecentesco, con l'uso ripetuto di "lo" in luogo di "il". La trama mi è sembrata avvincente, anche se piuttosto inverosimile, ad esempio la grande quantità di materiali preziosi usati.


Simone Tiozzo (ale88@hotmail.it), Mestre, Venezia, 13.03.2002

Il Milione è un libro molto interessante anche se si capisce che molte cose descritte provengono dalla fantasia dell'autore. Come fanno a sgorgare fiumi di latte e miele? E anche se fossero sgorgati, che schifezze avrebbero bevuto?! Mah! Forse Marco Polo ebbe tale visione sotto gli effetti dell'ashish, che descrive in un capitolo.


Niccolo Busetto (nikobus86@hotmail.com), Venezia, 13.03.2002

Il testo sul veglio della montagna mi è sembrato molto attuale perché è quello che succede tutti i giorni


Enrico Ceccato, 13.03.2002

Lessi cotesto libercolo e ne rimasi estremamente interessato poiché trattava di argomenti alquanto attuali nonostante ambientati in un'epoca antica ed in paesi molto lontani. Ho notato la presenza di alcune cruces desperationis, e vorrei che il testo non fosse privato della sua originaria ricchezza proponendo più spesso lectiones difficiliores. Grazie per l'attenzione concessami.




http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Dom, 8 ott 2006

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