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Erri De Luca, Montedidio
I Narratori, Feltrinelli, 2001
pp.144 Euro 11,88
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n un quartiere napoletano, Montedidio, un ragazzo mette per iscritto, su un rotolo di carta ricevuto in dono da un tipografo non del tutto disinteressato, la breve stagione che lo porta alletà adulta. Il primo lavoro nella bottega del falegname MastErrico, che ospita un calzolaio ebreo, don Rafaniello, proveniente dal nord Europa, al quale un angelo ha predetto che avrebbe raggiunto la Terra Promessa con le ali destinate a crescergli dentro la gobba; la malattia e il lento spegnersi della madre; la scoperta d«ammore», con Maria che il degrado familiare e le prolungate attenzioni del padrone di casa hanno reso già grande. E tuttintorno il brulichio delle strade di Napoli, «lunica città del mondo dove la morte si vergogna di esistere».
Ma gli eventi rimangono lontani nella narrazione, ed è piuttosto la complessa rete di sentimenti che essi provocano sullio-narrante a restare sempre in primo piano. Immagine ricorrente è quella di un regalo ricevuto dal padre, un «bumeràn». Ogni sera il protagonista si allena ma senza tirarlo, anche perché non cè spazio: «sopra questo quartiere di vicoli che si chiama Montedidio se vuoi sputare in terra non trovi un posto libero tra i piedi». Tuttavia, è proprio lesercizio quotidiano a dargli modo di cogliere la lenta metamorfosi del proprio corpo. Solo nella pagina conclusiva il «bumeràn» viene lanciato dal punto più alto di Montedidio, tra le pirotecniche esplosioni di fine anno, ed è un lancio simbolico che porta via con sé il passato, tanto più che nello stesso momento si avvera la profezia attesa da Rafaniello, di cui restano solo «due piume e un paio di scarpe». Il grido dellio-narrante si è trasformato ora in quello dell' uomo, e per esso «non cè posto sopra il rotolo e sopra Montedidio».
Romanzo dellassenza questo, opera che «Le Monde» ha definito il miglior lavoro di De Luca, delladolescenza che non fa a tempo a nascere per il duro incalzare della vita. Quasi senza rendersene conto il protagonista si trova catapultato nel mondo degli adulti. Anche la scansione temporale degli avvenimenti rimane in secondo piano. Dal primo giorno di lavoro, che segna linizio del romanzo, allultimo dellanno, che lo conclude, la storia sembra racchiudersi in un semestre o poco più. Nelle pagine del diario cè una sorta di tentativo di fermare quegli eventi che si affollano tutti insieme, liberi dal «chiasso del napoletano» che li avvolge. E di capire cosa accade dentro: «Maria dice che io ci sto e così ecco qua me naccorgo purio che ci sto. Mi chiedo da solo: non me ne potevo accorgermi per conto mio di esserci? Pare di no. Pare che ci vuole unaltra persona che avvisa». Ma soltanto nellepilogo, nella percezione della propria voce cambiata, si fa strada nel protagonista la consapevolezza di avere effettivamente vissuto in prima persona quegli eventi. «Comè importante stare a due, maschio e femmina, per questa città. Chi sta solo è meno di uno».
Il libro ha unimpostazione prevalentemente lirica, brevi capitoli che si succedono con la leggerezza di immagini. Per quanto appena accennati, però, i vari personaggi emergono concreti e ben definiti. Il padre accompagnato dal suo silenzioso dolore di escluso; MastErrico, lavoratore che sa farsi rispettare tra i vicoli: «Guagliò, chi parla areto se fa responnere do culo»; il padrone di casa, incapace di nascondere la propria debolezza dietro il ruolo del prevaricatore. La stessa concretezza si respira tra gli odori che si propagano nel quartiere e le voci e i rumori che dallalto di Montedidio scendono fino alla Marina. Si tratta di un effetto conseguito con uno stile raffinato, con descrizioni essenziali e dialoghi brevi, e una lingua intrisa di suoni napoletani. Espressioni in dialetto accompagnano come uneco le corrispettive in italiano, perché «molti di noi non lo parleranno mai litaliano e moriranno in napoletano».
A cura della Redazione Virtuale
Milano, 10 maggio 2002
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