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Morte dell'Inquisitore



Leonardo Sciascia, Morte dell’Inquisitore
Adelphi edizioni spa Milano
10° ristampa: aprile 1999
L. 20.000/Euro XX,XX

ppena un anno dopo l’uscita del romanzo storico Il consiglio d’Egitto, Sciascia portava a termine Morte dell’Inquisitore, una ricerca relativa alla vicenda di Fra Diego La Matina. Questo personaggio, incontrato per caso, consultando i documenti raccolti per la stesura dell’opera appena pubblicata, era destinato a non abbandonarlo per tutta la vita.

La vita del frate che si delinea dall’esame dei documenti, è caratterizzata dalla recidività in un’infrazione punita dal tribunale dell’Inquisizione con pene di volta in volta sempre più severe. Fino al giorno in cui l'esasperazione del frate esplode nella follia omicida, con l’uccisione in carcere del suo aguzzino, Monsignor De Cisneros. Tutto questo, senza che si possa mai chiarire di quale peccato il padre si sia macchiato originariamente.

I diari dell’epoca, che sono le principali fonti dell’indagine, in mancanza dei documenti ufficiali (andati distrutti insieme agli atti del tribunale, nell’incendio ordinato dal vicerè Caracciolo), sono aridi di informazioni, come se vi aleggiasse il timore anche solo di nominare un crimine orrendo. Tra le ipotesi, quella di un delitto a sfondo passionale, elaborata dal romanziere William Galt nel romanzo storico Fra Diego La Matina, è decisamente confutata da Sciascia. Forse Fra Diego La Matina aveva una visione personale del Vangelo, troppo radicale per i tempi in cui viveva? E’ per questo, per la natura teologica delle sue idee, che esse non potevano essere nominate? Il raptus che animò il gesto estremo denuncia forse un’insofferenza per una repressione ingiustificata in quanto irrazionale? Non lo sapremo mai. Ci resta il racconto dell’ultima notte del condannato («una delle più atroci e allucinanti scene che l’intolleranza umana abbia mai rappresentato») e della sua esecuzione, nonché una delle più lucide, appassionate e sincere condanne della repressione della libertà di pensiero che siano mai state scritte.

«Oltre le cronache, le relazioni, gli studi qui citati, ho letto (o presumo di aver letto) tutto quel che c’era da leggere, relativamente all’Inquisizione di Sicilia: e posso dire di aver lavorato a questo saggio più, e con più impegno e passione, che a ogni altro mio libro». Questa citazione, che chiude il libro, rivela due aspetti fondamentali del rapporto tra autore e opera: da un lato il rigore della indagine storica e la passione posta nella ricerca; dall’altro l’amore per l’opera che pare derivare proprio da questo lavoro certosino. La particolare predilezione di Sciascia per quest'opera, ribadita tra l’altro anche in occasione della ristampa del 1967, assieme a Le parrocchie di Regalpetra, emerge dalle parole dello scrittore: «La ragione è che effettivamente è un libro non finito, che non finirò mai, che sono sempre tentato di riscrivere e che non riscrivo, aspettando di scoprire ancora qualcosa». L’autore implicitamente sembra dire che anche se trovasse tutti i documenti relativi al caso, forse non lo porterebbe a termine. Ossia, alla luce della documentazione disponibile, giunti ad un certo punto dell’indagine è inevitabile scontrarsi con l’insufficienza delle fonti e la ricerca sembra essere stata condotta proprio in funzione di questa insufficienza.

Il «buco» nella storia (provocato dall’incendio ordinato dal Caracciolo) risparmia però i disperati appelli grafiti sui muri del carcere, parole accorate che esigono di venire anch’esse assunte agli atti. Non resta che interpretare, resistendo però alla tentazione di inventare parole là dove esse vengono fatalmente a mancare. L’indagine diretta delle fonti serve proprio a farci percepire il vuoto di significato, in contrasto con la ridondanza del linguaggio, propria della lingua secentesca, così cospicua nelle numerose citazioni. Finalmente, sgravati dalla retorica che sembre inventariare pedantemente ogni episodio nella vita materiale del prigioniero, possiamo forse intuire le motivazioni del gesto. La spinta a un estremo atto di ribellione può librarsi oltre il testo ed assumere il suo vero senso, di liberazione nella storia e dalla storia.

Proprio per questo, d’altronde, diviene emblematico il confronto con Il consiglio d’Egitto, ed in particolar modo quello fra i rispettivi protagonisti. In quest'opera è assolutamente noto per quali motivi l’avvocato Di Blasi venga condannato a morte, anzi viene da dire che è così noto, che se ne parla così tanto, che è proprio questo il motivo per il quale egli non riesce ad agire. Un senso di inerzia traspare in ogni pagina, nei discorsi e nel comportamento dei personaggi, nella lingua venata di fragile estetismo, nella vicenda parallela dell’abate Vella…nella concezione stessa del romanzo storico.

In Morte dell’Inquisitore invece è proprio l’annullamento della scrittura, l’annullamento dell’intreccio concepito da William Galt, l’annullamento delle fonti che possono essere alfine solo rivissute in modo ironico (si pensi ad esempio alla minuta descrizione della parata che conduce al supplizio oppure alla sprezzante descrizione dell’ultima notte del reo), a costituire il segno inequivocabile di un superamento dell’opera di creazione all’interno dei suoi stessi limiti, come se proprio grazie a tale processo si potesse giungere all’abbattimento dei limiti della Storia e di quel fuoco che annienta la vita di un uomo al pari delle carte che ne registrano l’esperienza.

Tutto ciò può apparire un paradosso, ma non è forse altrettanto paradossale il fatto che Sciascia scelga la forma del romanzo per Il consiglio d’Egitto che tratta di una vicenda ben delineata storicamente, mentre sceglie la forma dell’indagine diretta delle fonti per una vicenda immersa nell’oscurità qual'è quella analizzata ne Morte dell’Inquisitore?

A cura della Redazione Virtuale de «La Libreria di Dora»

20 luglio 2001
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Filippo Cast (kenneth8@libero.it), Favara, Agrigento, 19.01.2002

Finalmente ho trovato qualcosa! Questo libro l'ho letto in classe ! Un' ora di narrativa almeno questo era il presupposto; non ho capito poi tanto, anche perché abbiamo interrotto per le vacanze di Natale e quindi riprendere tutto da capo è stato parecchio noioso! Un breve comunicato ai miei compagni di scuola: non pigliatevi questi appunti perché li ho gia presi io e non vorrei che andassimo a scrivere tutti lo stesso compito mercoledi ....grazie!


Massimo La Matina (avinlam@hotmail.com) Palermo, 9.10.2001

Tempo fa ho letto questo testo che ho trovato di mio gradimento. Ne avevo sentito parlare sin da bambino dai miei zii, visto il cognome che porto. Ciò che mi dispiace è di non essere riuscito a scoprire se si tratta in effetti di un mio antenato, dal momento che anch'io come il frate agostiniano sono figlio di Vincenzo che tra l'altro è il nome di tutti i primogeniti della mia stirpe e sono originario di Casteltermini, paese dell'agrigentino molto prossimo a Racalmuto. Ma a parte ciò lo considero un romanzo eccellente, come tutti quelli dello stesso autore.





http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Lun, 10 lug 2006

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