I RACCONTI E I ROMANZI BREVI, DI GIUSEPPE PONTIGGIA, OPERE DOTATE DI UN'AMPIA AUTONOMIA E AUTORITA' PROPRIE.

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La morte in banca


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Giuseppe Pontiggia, La morte in banca. Un romanzo breve e sedici racconti (1959)
Mondadori, 2003
Oscar Scrittori del Novecento, 210 pp.
Euro 7,00

alvolta mi capita d’immaginare un limbo che ospita gli autori ingiustamente dimenticati o misconosciuti, con una succursale dove trovano ricetto le opere cosiddette minori di chi ha subito il torto di veder legata la propria fama a un titolo piuttosto che ad altri.

La narrativa breve di Pontiggia patisce questa diminuzione. Facile darsi ragione del perché: un grossolano criterio quantitativo fa considerare il romanzo più importante rispetto al racconto breve, e non solo nei gusti del pubblico, ma anche nelle valutazioni di certa critica. Eppure ci ronza all’orecchio la frasetta subdola di Faulkner: chi non sa fare poesie scrive racconti, chi è inadatto al racconto ripiega sul romanzo.

I racconti di Pontiggia, questo filone poco esplorato, soffrono all’origine d’una collocazione in ombra, pubblicati, come sono, in appendice al romanzo breve, o racconto lungo La morte in banca, quasi fossero un riempitivo in coda a un’opera giovanile, una referenza curricolare buona per la storia artistica di chi li ha scritti, più che un’opera dotata di autorità e autonomia. Doppio equivoco, perché i racconti, come vedrà il lettore attento, coprono un arco temporale assai largo nella carriera dell’autore, a riprova che il racconto breve, per Pontiggia, è uno strumento espressivo tutt’altro che giovanile od occasionale.

Un’altra ragione, credo la principale, della scarsa considerazione di cui godono questi racconti, è, diciamolo a chiare lettere, la loro feroce sgradevolezza. Mentre nei romanzi Pontiggia diluisce e frammenta la sgradevolezza, l’irriguardosità metafisica, in questi racconti le ha magnificate sotto la lente d’un microscopio selettivo. Proprio grazie alla brevità dei testi, le situazioni sgradevoli s’impennano senza climax, divampano e bruciano lasciando all’ultima riga soltanto un mucchietto di cenere untuosa.

Autentiche monadi della sgradevolezza, dal nocciolo duro e persistente. E non si pensi a casi abnormi: i mostri di Pontiggia sono esseri umani colti nell’esasperazione della loro medietà umana, veri estremisti del banale ai quali è sempre riservato un sommesso sberleffo, non dall’autore, ma dalle loro premesse esistenziali.

Questo sberleffo, vestito di panni più aulici, in altri contesti viene chiamato ironia tragica. Se è vero che Pontiggia, per la sua asciuttezza sprezzata, per il suo rifuggire dalla verosimiglianza ridondante, viene considerato un classicista, è ancor più vero che gli aspetti meno appariscenti del suo classicismo sono da ricercare nel senso della misura etica, che coincide con quella stilistica, nel senso d’appartenenza a una polis umana che lo apparenta ai tragici greci.

Già La morte in banca indaga il processo insano che conduce dall’acerbità alla putrefazione senza passare per la maturità. Un processo paradossalmente statico, come nei romanzi risulteranno statiche la guerra d’imboscate e colpi di spillo de Il giocatore invisibile o la falsa concitazione de La grande sera.

Le tragedie istantanee dei racconti si consumano, mentre i personaggi si accaniscono a segnare il passo. Eppure, le loro silhouette non sono affatto caricaturali, anzi, grondano d’umanità affratellante, che ce li fa amare perché nostri simili e c’induce a rifuggirli perché a noi troppo simili.

Non saprei quale di queste vicende scegliere a esemplare, quale personaggio indicare come riassuntivo. Tutti abbiamo provato l’anancasma o l’idea folle che sorge e si rafforza, insufflata nella mente da un demone maligno, come il personaggio che si accorge di vedere i colori e rovescia diametralmente di segno una funzione pacificamente naturale in un’ossessione. L’avaro che guasta col suo vizio le vacanze dei compagni di viaggio non è poi peggiore rispetto a questi ultimi, anzi, ha quasi una sua tragica dignità da opporre agli amici, pacifici borghesi consumatori, moderatamente edonisti. Ci sentiamo tutti avvinti al macigno di Sisifo, come l’obeso che muore alla vigilia del suo combattutissimo dimagrimento, o imprigionati in una banca, alla mercé di folli e di zelanti, di apocalittici perfettamente integrati e d’integrati che si trastullano con l’apocalisse. E ci ritroveremo a condividere l’ansia di un galoppino a caccia del diario d’un famoso scrittore appena morto, le ritrosie d’un vecchio poeta gentilmente svanito alle prese con una giovane intervistatrice, soffocheremo nel quasi-gaddiano (nello spirito, non nel linguaggio) scenario d’un concerto per chitarra rovinato dal caldo soffocante della sala.

Se proprio dovessimo scegliere uno di questi racconti, vorrei segnalare Lettore di casa editrice, che, in apparenza, può sembrare poco più che un aneddoto sceneggiato, ma è in realtà un graffito a forti segni neri su un grigio bituminoso, fluviale nelle sue appena dieci pagine. La storia d’un tediato burocrate della letteratura che si trova a esaminare romanzi inediti per conto d’una casa editrice, alla ricerca, non dicesi d’un capolavoro, ma d’un testo appena decente e pubblicabile. Quando per errore si ritrova in mano una traduzione de L'idiota di Dostojewskji, non lo riconosce, scambiandolo per l’ennesimo romanziere della domenica dai magri talenti.

Signori che leggete e scrivete e pubblicate, eccovi serviti.

Epifanie alla rovescia, equivoci che disvelano più verità di quante non ne mostri una conoscenza certa. Il punto sul quale Pontiggia fa leva per sollevare il mondo come se fosse un pallone gonfiato è qui; il suo è un mondo alleggerito, fatto di pochi tratti ricavati astraendo da una messe informe di dati umani. Una massa che preme e si fa sentire, che rivendica attenzione, sotto la pellicola tersa dello stile.

Penso che Pontiggia, da critico severo e competente qual'era, avesse un’alta opinione — giustificatissima — di questi suoi racconti, la cui stesura l’ha accompagnato per quarant’anni. Il miglior omaggio che possiamo tributargli, è collocarli al posto d’onore che meritano sul nostro scaffale, ad altezza d’occhi, con Sofocle e Flaubert per compagnia.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 7 luglio 2003
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