IL MULINO DEL PO, IL "POEMA MOLINARESCO" DI RICCARDO BACCHELLI

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Il mulino del Po (1938-40)


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Riccardo Bacchelli, Il mulino del Po (1938-40)
Mondadori, 1996
Oscar classici moderni, 3 voll.
Euro 22,00

al fiume Vop al Po, dalla campagna di Russia di napoleonica memoria alla Prima guerra mondiale: il «poema molinaresco» (così lo definisce l’autore stesso) di Riccardo Bacchelli è un romanzo che danza un ritmo lento, placido, ma inesorabile, come lo scorrere di ogni grande fiume, che può proseguire inerme e tranquillo per anni e anni, per poi avere delle improvvise accelerazioni, degli scatti imprevisti capaci di trasformare un intero paesaggio nel giro di qualche giorno.

Quale altra migliore immagine per descrivere la vita di ogni uomo? Un parallelo che corre lungo tutta l’opera: le nostre vite, in fondo, sono sempre le stesse, come l’acqua che scorre sempre nello stesso letto. Eppure, ogni giorno che passa, impercettibile, il corso del fiume cambia continuamente. Magari di un niente, ma cambia. Fino a una catastrofe improvvisa che ribalta completamente la situazione, stravolgendola. E via così all’infinito, un giorno dopo l’altro, un anno dopo l’altro.

Il romanzo, scritto tra il 1938 e il 1940, mantiene sempre i grandi eventi storici (le guerre, l’arrivo delle macchine nell’agricoltura, la tassa sul macinato etc…) come cornice. All’interno di questa va tutto il sugo della vicenda, incentrata su una famiglia ferrarese di mugnai del Po, gli Scacerni. I piccoli eventi della vita popolare, le leggende, i ritmi delle campagne, vecchie storie che rispuntano quando meno te lo aspetti, motti sapienziali e speranze sempre nuove: tutto questo viene distribuito con rara maestria all’interno della storia principale.

Il moralismo di Bacchelli (caratteristico di quasi tutta la sua opera) riesce, per la maggior parte del testo, a dare una base solida sia alla visione della vicenda che allo svolgersi dell’intreccio. In alcuni punti, d’altro canto, risulta tetro e pesante. Non esente da descrizioni bucoliche alle volte caricaturali, l’autore è però capace anche di far commuovere e di tenere inchiodati alla pagina con la sua scrittura che per lunghi tratti scorre fluida e senza intoppi. Per un romanzo (definirlo “fluviale” risulta quanto mai corretto) che supera agilmente le duemila pagine, l’insieme appare tuttavia di una compattezza mirabile.

La trama dell’opera, a dispetto della sua mole, è presto detta. Il libro in realtà si divide in tre parti distinte (pubblicate autonomamente), ognuna delle quali non è esagerato definire un romanzo a sé. Nella prima, intitolata Dio ti salvi, viene narrato come Lazzaro Scacerni, dopo la battaglia della Beresina, riceva sul fiume Vop da un suo conterraneo, il capitano Mazzacurati, un pugno di gioielli frutto di un furto sacrilego, una sorta di bottino di guerra. I denari ricavati da questi preziosi permetteranno a Lazzaro, una volta tornato in patria, di comperare un mulino di fiume, detto San Michele. Intrapresa l’attività di mugnaio, il reduce dalla ritirata di Russia riuscirà a raggiungere un certo benessere, anche se sarà costretto a difendersi da pericoli sempre nuovi: partendo dalla mafia ferrarese per arrivare a una tremenda inondazione.

La seconda parte del romanzo si intitola La miseria viene in barca. Qui vengono narrate le vicende di Giuseppe, figlio di Lazzaro, detto “coniglio mannaro”. Faccendiere e contrabbandiere, con le sue attività illecite quest’ultimo riuscirà ad accrescere il patrimonio familiare. La sua vita, sempre condotta sul filo del rasoio, crollerà su se stessa improvvisamente con la morte del primogenito Lazzarino (caduto combattendo a Mentana a fianco di Garibaldi). Poco dopo, in seguito a una disastrosa inondazione, Giuseppe perderà definitivamente il senno è verrà ricoverato nel manicomio di Ferrara.

Nell’ultima parte del “poema molinaresco”, intitolata Mondo vecchio sempre nuovo, l’epopea della famiglia Scacerni giunge al termine. Cecilia, moglie di Giuseppe, fa di tutto per riuscire a sopravvivere da sola. Una volta rimasta vedova, però, la sfortuna si abbatte di nuovo su di lei: il figlio Princivalle verrà accusato dell’incendio doloso del San Michele e finirà in carcere. Giovanni, l’altro suo figlio, adotta un bambino e lo chiama Lazzaro. Questo verrà però ucciso sul Piave proprio mentre la vittoria italiana si stava avvicinando. Era un geniere e, quando venne colpito, stava lavorando alla costruzione di un ponte di barche.

E il filo rosso delle esistenze degli Scacerni, corso per oltre un secolo sempre sulle sponde di un fiume e alle vicende di un fiume legato, viene tranciato improvvisamente. Ma per una storia che finisce, insegna il libro stesso, un’altra troverà la corrente per attraversare le pianure e raggiungere, tra mille svolte, accelerate e brusche frenate, il suo mare.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 29 ottobre 2004
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