NARRATORI DELLE PIANURE, DI GIANNI CELATI, 30 NOVELLE DAL SAPORE FILOSOFICO CHE NEL 1986 VALSERO ALL'AUTORE IL PREMIO GRINZANE CAVOUR.

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Narratori delle pianure (1985)


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Gianni Celati, Narratori delle pianure
Feltrinelli, 2003 (6 ed.)
Universale Economica, 158 pp.
Euro 6,50

    «A quelli che mi hanno raccontato storie, molte delle quali sono qui trascritte».

el narrare e del raccontare storie dopo averle ascoltate. Un’arte che ormai volge al tramonto, diceva Walter Benjamin: «Capita sempre più di rado di incontrare persone che sappiano raccontare qualcosa come si deve». Qualcuno ha raccontato una storia e Celati ce la riporta qui in questi 30 racconti, in queste 30 novelle dal sapore quotidiano e filosofico.

Storie a metà tra il reale e l’immaginario, il fisico e il metafisico. Storie ordinarie, paesaggi percorsi fisicamente e mentalmente, storie di «silenzi residenziali» della campagna o della periferia di una città dove la gente si chiude in casa e aspetta che il tempo passi, che venga «l’ora del pranzo, della cena, o l’ora di guardare la televisione» (Tempo che passa).

Storie di apparenze, di illusioni e disillusioni, di tradimenti e abbandoni, senza pietismi, senza morali, solo raccontati, narrati appunto.

La donna di Sul valore delle apparenze usa tutti i risparmi per pagare il matrimonio al figlio, per comprargli una casa, offre un banchetto di nozze a invitati che nemmeno conosce per avere l’illusorietà della festa, per scoprire poi alla fine di essere stata raggirata, truffata, ma fino a quando gli altri non sapranno che lei sa, lei potrà «far finta di non saperlo e star contenta perché non è successo niente».

È un deserto di solitudini quello che vediamo rappresentato, finestre sul mondo che guardiamo muoversi, agire nel buio noioso delle proprie esistenze, portandosi a spasso, trascinandosi con «il sospetto che la vita potesse essere tutta così».

I bambini di Bambini pendolari che si sono perduti girano e vagano per Milano alla ricerca di qualcuno che non sia noioso, vengono attratti da distante, ma poi delusi da un gesto, da una frase, da un tono degli adulti, da vecchi che con occhio cinico guardano morire di infarto.

È un libro triste e desolato? È una raccolta di sguardi che si posano sulla realtà e ne raccontano le voci non escludendone nessuna. Osservare è uscire dall’apatia, guardare è interrogarsi. E poi per parafrasare lo stesso Celati, i luoghi non sono belli in sé, dipende se il nostro sguardo è uno sguardo da innamorati o uno sguardo in lutto.

Quelli di Celati sono sguardi periferici, appunti da diario di viaggio dove la dimensione temporale sembra non esistere, perché la realtà letteraria raccontata è completamente autonoma, ma al contempo assolutamente non letteraria. Perché è una realtà che nasce dall’oralità, dal racconto, dal sentito dire, da una sorta di passaparola che crea l’attesa, la curiosità. Viene da interrogarsi sul destino della Ragazza giapponese, l’industriale non l’ha sposata, ma poi? Chi ha incontrato?

E i fidanzati di Gallarate hanno poi incontrato il vero Archie in L’isola in mezzo all’atlantico? Il radioamatore di Gallarate era rimasto talmente affascinato dai racconti via radio da andarla a vedere questa isola e riconoscerne tutti i particolari che aveva ascoltato per scoprire poi un segreto di cui Archie non lo aveva informato.

Raccontare è passarsi le esperienze, condividerle. Non si sa quanto realmente corrisponda al vero e quanto sia finzione, quanto immaginazione e quanto fotografia. Ma è proprio l’astrattezza di queste novelle a essere credibile, il Po, la pianura, le strade provinciali a essere visibili.

Calvino accolse con gioia la pubblicazione di Narratori delle pianure dopo circa dieci anni di silenzio di Celati, forse per uno spirito che sentiva vicino, per una visione del reale che andava oltre il reale e per una semplicità che porta in realtà uno sguardo ampio e profondo di riflessione amara. Uomini alle prese con imprese semplici, esperienze quotidiane che divengono l’io narrante, uomini che vanno verso delusioni, incontri. Non è lontana questa atmosfera da quella delle novelle di Marcovaldo. È quella dello scontro continuo con la realtà.

La Storia di un falegname e d’un eremita è la storia di chi ha deciso, di fronte all’ipocrisia e alla falsità, di non parlare; come difendersi del resto quando la lingua che si parla non è quella dei trucchetti e della menzogna? Meglio stare in silenzio. Un falegname accusato, nessun testimone, non vuole nessun avvocato, convinto che la verità debba trionfare, ma non è così. Il suo destino coinciderà con quello dell’eremita, ex campione di automobilismo, stanco delle corse, e la loro capanna porterà un pannello con scritto “Gomme Michelin”.

Narratori delle pianure valse a Gianni Celati il premio Grinzane Cavour e ha la sua forza nel portare lievemente, con ironia, il lettore a un sorriso, a una riflessione, senza invadenza, senza moralismi. Gli offre uno sguardo, uno sguardo ampio che perdona, che accetta le bassezze degli uomini, che ne comprende i limiti.

Ha il rumore di un fiume questa raccolta, la pace della montagna, ma anche il grigio delle città e un cielo di nubi che è pronto a esplodere. Perché non si è solo immaginata, qualcuno l’ha vissuta e la sta raccontando, qualcuno addirittura sa Come è cominciato tutto quanto esiste e lo sa guadando il cielo, guardando le stelle da una camera d’ospedale. E sa che quando morirà diventerà una zanzara. Per questo dice a parenti e amici: «Quando io muoio e tu vedrai una zanzara che ti viene in casa, non mandarla via perché sono io che ti vengo a cercare».

Gli uomini hanno bisogno di raccontare, di ascoltare. Tenere gli occhi aperti per guardarla meglio la realtà, immaginandola.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 8 settembre 2003
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