DAPPRIMA, DICE GIUSEPPE PONTIGGIA, LA LORO NASCITA NATURALE. POI, COSTRETTI A TROVARE UNO SPAZIO FRA I NORMALI. NATI DUE VOLTE, APPUNTO.

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Nati due volte (2000)


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Giuseppe Pontiggia, Nati due volte
Mondadori 2002
Oscar, pp.232, Euro

n inno alla solidarietà, un’invocazione accorata alla concessione di un semplice sorriso. In questo libro, vincitore del Premio Campiello 2001, Giuseppe Pontiggia fa rivivere la sua esperienza personale, quella di un padre che deve convivere con la situazione di handicap del figlio. Nati due volte è un po’ come una “finestra aperta” sui problemi di una famiglia che vive la tragedia della malattia del figlio Paolo, colpito da tetraparesi spastica.

Nessuna indiscrezione dato che è proprio il narratore, il prof. Frigerio, padre di Paolo (Giuseppe Pontiggia stesso in realtà), che l’ha aperta, per cercare forse un aiuto, un cenno di solidarietà, un sorriso, appunto.

Il rapporto del padre con il figlio disabile è tutto avvolto da qualche silenziosa richiesta, anche minima, di attenzione. Il libro è come un quadro che ritrae l’amore del padre per il figlio svantaggiato, di cui cerca di ricuperare tutte le potenzialità. E di fronte a ostacoli insormontabili per Paolo, non vuole arrendersi. Come spesso capita scatta la speranza di trovare negli altri un sostegno morale per chi, assistendo un familiare in difficoltà, ne rimane coinvolto emotivamente. Ma la “disattenzione” che, spesso, si manifesta nei confronti di chi è diversamente abile non fa che acuire nei familiari la consapevolezza di una sempre maggiore distanza che divide i disabili dai normodotati (p.70). Riferendosi al collega prof. Cornali, l'autore afferma che «non ha disturbi particolari», ma solo disturbi nei rapporti con gli altri (con la studentessa che ha reali problemi di udito, p.e.).

Tuttavia Pontiggia ci fa capire che questo atteggiamento si manifesta anche in chi, come i familiari, è (in)direttamente colpito dall'handicap, che “spera” di intravedere in altri disabili una minorazione “più grave”, quasi a cercare, anche se labile, un conforto al proprio dramma. È il caso del direttore della scuola elementare di Paolo, che, essendo claudicante, quando cammina compie una “minuscola genuflessione”. Menomazione, dice Pontiggia, di cui non aveva neppure pensato di conoscere la causa. È questa “distanza” che lo scrittore mette in evidenza nel corso della narrazione (p. 70). Sono queste le «reazioni che i disabili suscitano in una specie ignorata di disabili, quelli normali». (p. 46).

Una forma di distanza si manifesta anche nei familiari; quando, cercando riprendere il figlio con la macchina fotografica, la moglie Franca obietta al professore che non può ritrarlo in quella posizione e aggiunge «sarebbe difficile anche per noi» (p. 62). Ecco come ricorra spesso anche in chi assiste i disabili questa forma particolare di “distanza”. «Noi» come «perenne termine di confronto, simbolo di una normalità suprema.» (p. 62).

Eppure la situazione di handicap presente in un individuo dovrebbe farci comprendere, dice Pontiggia, che l’esperienza non ci aiuta soltanto a capire l’handicap, ma è lo stesso handicap che ci aiuta a capire noi stessi. E questa conoscenza di noi stessi potremmo associare anche alla questione linguistica, alla terminologia utilizzata in maniera diversa da chi è affetto direttamente da un handicap rispetto a chi non lo è. «Le disgrazie, fra i tanti effetti, ne hanno alcuni linguistici immediati, ci rendono sensibili al lessico interessato dal problema» (p. 96). Chi usa il termine “spastico”, ad esempio, è perché «nessuno della sua famiglia lo è» (p. 96). Ma c’è anche un senso di colpa quando diciamo “non vedente” invece di “cieco”; «forse perché, dice Pontiggia, “cieco” definisce irreparabilmente una persona, mentre “non vedente” circoscrive l’assenza di una funzione» (p. 96).

Ma non dobbiamo dimenticare un altro tipo di atteggiamento che spesso ferisce irreparabilmente non solo chi sopporta fisicamente il peso dell’handicap ma anche i suoi familiari, vale a dire l’”insofferenza”, un’«offesa ben più grave di uno schiaffo» (p. 128).

E’ proprio in questa situazione che i disabili devono vivere, o meglio convivere, dato che se non sono sorretti da chi sta loro attorno, difficilmente potranno sopportare la difficoltà di (ri)vivere, di (ri)nascere alla vita. In sostanza essere un po’ come nuovamente nati, “nati due volte” dunque: dapprima c’è la loro nascita naturale, certo impreparati come tutti, ma poi costretti a trovare un proprio spazio, una nuova vita fra tutti coloro che li attorniano, “apparentemente” normali, e con i quali devono pur sempre rapportarsi: nati due volte.

A questo libro si è ispirato il regista Gianni Amelio per il film Le chiavi di casa, candidato al premio Oscar 2004/2005. Come ha riferito in un’intervista rilasciata ad Arianna Finos (www.kataweb.it/cinema), Amelio era rimasto colpito da una storia così vera e soprattutto così personale che, “sentendosi un intruso”, aveva deciso sì di accettare di trarre un film dal libro, ma ispirandosi semplicemente al tema che aveva spinto Pontiggia a scriverlo: l’amore per il figlio disabile, la testardaggine a lottare fino in fondo per superare le evidenti e insormontabili difficoltà che giorno dopo giorno fanno sentire il loro peso.

(Su Nati due volte verte l'intervista raccolta da ItaliaLibri nel dicembre del 2000 nell'appartamento milanese dello scrittore).

A cura della Redazione Virtuale

Milano,23 marzo 2005
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