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Noi credevamo (1967)


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Anna Banti, Noi credevamo (1967)

ell’ambito del convegno Memoria e Storia, tenutosi a Milano alcuni anni fa (1) ed avente come oggetto il tema della memoria storica, si era essenzialmente discusso su come costruire, elaborare, ma soprattutto veicolare quest’ultima, facendola pervenire alle radici del presente.

Tale assunto, da ritenerere valido universalmente, acquista piena refenzialità nel caso particolare di una nazione come l’Italia, soggetta ad una lunga fase di mutamento, non soltanto sul piano meramente ideologico, ma anche riguardo ad appartenenze, aspirazioni culturali e soprattutto passioni, che - specie in determinati contesti sociali ed etnici – potrebbero costituire potenziali fonti di turbativa. E’ infatti proprio a questo punto che la riflessione in chiave autobiografica, oltre che esplicitarsi sul piano strettamente memoriale, si deve imporre il più delle volte in tutta la sua componente di responsabilità; la sociologa tedesca Renate Siebert (2), che si sente parte di quella generazione di tedeschi, investiti dalla colpa collettiva (3) dei crimini nazisti perpetrati dai loro padri, ripercorrendo in molti dei suoi scritti autobiografici le tappe di quello stesso percorso - che Margaret von Trotta, anche lei tedesca ed anche lei vittima illustre di questo ‘passato opprimente’, ripropone nel suo cinema da Anni di piombo(4) al recentissimo Rosenstrasse(5) - risolve in termini di etica la questione della responsabilità, dando particolare rilievo a quei legami, che a volte dividono, ma che possono anche unire: in tale contesto, è in riferimento al Noi – e soprattutto ai Noi (‘Noi’ Italiani, ‘Noi’ Socialisti, ‘Noi’ Cattolici) – che ogni individuo, non soltanto tenderebbe a identificarsi, ma verrebbe ad essere esso stesso legittimato come facente parte di un’entità, che non solo presenta una sua storia, ma che - proprio grazie a questa – può possedere un passato ed un futuro.

Questa premessa si è resa necessaria prima di prendere in considerazione Noi credevamo, il romanzo di Anna Banti pubblicato nel ’67 ed ingiustamente misconosciuto da quella stessa critica, che circa otto anni prima aveva salutato con enorme entusiasmo Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e che, nel giro di un analogo lasso di tempo, avrebbe decretato il successo de La Storia, il libro di Elsa Morante, uscito nel ’74. Al di là dei motivi per cui il romanzo della Banti non ebbe il successo, che meritava – cosa questa, di cui sarebbe forse più opportuno discutere in altri ambiti – conviene però soffermarsi su un particolare forse degno di nota: che cosa accomuna e, di contro, cos’è che invece divide la Weltanschaung femminile, nei riguardi di quella maschile, nella trattazione ‘letteraria’ di argomentazioni di tipo storico, civile e politico?

Già nel ’60, all’indomani della pubblicazione di Ballata levantina di Fausta Cialente, il lungo affresco sulla decadenza dell’Oriente mediterraneo sotto la dominazione inglese, Paolo Milano (6) sostiene che l’autentico universo letterario della scrittrice risieda più nella descrizione di ambienti e di paesaggi, nonché nella caratterizzazione dei personaggi, piuttosto che nella rievocazione di date e di eventi storici, che - se come individuo ideologicamente impegnato senza alcun dubbio l’attraggono – non le rendono altrettanto giustizia sotto l’aspetto narrativo. E’ d’altro canto comprovato come nell’autrice di origini triestine il dato memoriale sia quello, che più emerge nel contesto della sua pur non vastissima produzione, che non a caso culmina con Le quattro ragazze Wieselberger, il romanzo che nel 1976 le valse il conferimento del Premio Strega. L’esempio della Cialente può essere in qualche modo referenziale, in quanto la vicenda del fallimento irredentista visto da Trieste – estremo avamposto di un’Italia, definita una mera espressione geografica all’indomani della sua unità – sia pur rappresentato in chiave più intimista rispetto alla narrazione della Banti, ne rappresenta per molti versi il risvolto ideale. La Banti, infatti, fiorentina di nascita e d’adozione ma calabrese di origine (7) , nel suo testo rivive le aspirazioni ed i ricordi del nonno, fervente mazziniano per anni prigioniero nelle carceri borboniche dove avevano languito patrioti come Poerio e Pisacane, il quale si era illuso che l’unificazione avrebbe finalmente mutato anche le sorti della sua terra natale, la Calabria, nonché di tutto il Sud.

Bella, a questo proposito, quell’affermazione ‘Noi credevamo…’, la quale, oltre a dare il titolo al libro, viene pronuciata anche alla fine di tutte quelle pagine – più di quattrocento – in cui la memoria del carcere, ingiustamente patito, si mescola a quella dei volti dei compagni e dei famigliari: Marietta, la moglie torinese affettuosamente altèra, i figli Luigi e Teresa, torinesi ‘ per necessità’ e napoletani nel cuore (8); quindi in Calabria, dove vivono, l’anziana madre ormai vedova e Concetta, la sorella rimasta nubile – nel destino e nel nome riecheggia forse, e non a caso, il ricordo della figlia del Principe di Salina e del suo infelice amore per Tancredi? - indi la figura tormentata e inquieta di Caterina Balestrieri, stravagante nobildonna che non nasconde le sue simpatìe repubblicane, quella toccante di Florence, una patriota irlandese fuoruscita e quella, forse la più enigmatica di tutte, di Cleo, la cognata francese che vive nel mito di Gioachino Murat e di Pizzo Calabro, teatro della sua tragica e prematura fine.

La narrazione comincia al presente, nella grigia quiete del capoluogo piemontese, all’indomani dell’unità d’Italia, dove il protagonista sa già di dover trascorrere quelli, che presagisce siano ormai gli ultimi anni della sua travagliata esistenza:

«La verità è che nulla amo di Torino: non il suo ordine, non la sua mediocre civiltà piena di sussiego. Odio i suoi impiegatucci, i suoi militari, i suoi uomini politici. Mi opprime il palazzone lussuoso dove abito e, chiuso in questa camera di luce fredda, mi contristano le sue mura massicce, la facciata dove so che si apre la mia finestra. E’questa la prigione, dove mi sono serrato volontariamente con una sentenza che nessuna grazia potrà mai cancellare.» (9)

Nel ritratto, che alcune pagine dopo il protagonista traccia dei Torinesi, a tratti l’ironìa sembra cedere il posto ad una velata polemica, specie quando accenna a quella loro

«Soddisfatta certezza di appartenere ad un mondo ordinato e civilissimo, che tutti avrebbero dovuto prendere ad esempio, sempre che ci riuscissero (…): Me ne irritavo, si capisce: ma un po’ li invidiavo. Erano gretti, limitati, non si ponevano i grandi problemi della fraternità umana, ma la loro sicurezza li rendeva felici.» (10)

Come non farsi venire di nuovo in mente Il Gattopardo e in particolar modo le parole di Chevalley, quando arriva al cospetto del Principe?

«Il clima si vince, il ricordo dei cattivi governi si cancella, i Siciliani vorranno migliorare.»

Parimenti la diffidenza nei confronti dei ‘fratelli poveri’ del Sud si evidenzia già a partire dalle prime pagine:

«Io abito al terzo piano, ma nel concetto del guardiaportone in giamberga non debbo ispirare maggior fiducia degli inquilini delle soffitte. Siamo’napoletani’, noi, soggetti da guardarsene, da sorvegliare, qualcosa di mezzo fra il brigante e l’imbroglione. I nostri mobili, piuttosto sconquassati dai troppi traslochi, oscillavano sulle spalle dei facchini, su per le scale: zampe spezzate e ciondolanti, sportelli malfermi sui gangheri. Il portiere li guardava ironico e costernato. » (11)

Potrà sembrare una coincidenza, ma anche nella sceneggiatura di Rocco e i suoi fratelli, il capolavoro di Luchino Visconti (12) imperniato sulle vicissitudini di una famiglia lucana emigrata a Milano sul finire degli anni Cinquanta, ricorre giusto in una delle sequenze iniziali del film un simile episodio:

15. Lambrate. Casamento popolare con cortili interni. Esterno.Giorno. –

Davanti al casamento popolare in cui hanno trovato da affittare un seminterrato, la famiglia di Rosaria al completo sta scaricando da un carretto le pochissime cose che le servono per completare il nuovo alloggio. (…) Ora con una certa allegrìa, i cinque fratelli e la madre scaricano le brande, i materassi e le poche masserizie. Davanti a quest’azione la portiera commenta con una vicina che sta affacciata alla finestra del pianterreno, l’arrivo dei nuovi inquilini.

Portiera (con un gesto di disprezzo) - «Africa…»

Vicina – «Di dove sono?»

Portiera (ancora con disprezzo) – «Lucania…Tanto, lei sa meglio di me, qui all’INA se non sono di là non cominciano nemmeno a prenderli in considerazione.» (13)

Esaminato in questa prospettiva, non può similmente stupirci l’attualità del colloquio con Florence, la moglie irlandese di un uomo politico del Piemonte trasferito in Calabria, che nel corso di un incontro con il protagonista del romanzo si lascia sfuggire, quasi come in una confessione ad un amico:

«Sentendo il peso del mio sguardo, sollevò le palpebre, le battè: ‘ Pensavo alla mia Irlanda, un paese povero e oppresso come la Calabria, ma senza sole. Voi credete che l’Inghilterra sia la patria della giustizia e non è vero.» (14)

Affermazioni, queste, dai toni quasi profetici se alcuni anni fa Jerry Adams, il maggior esponente del Sinn Fein, il partito nazionalista irlandese, intervistato in merito ai tentativi di ‘Secessione’ leghista da parte di Umberto Bossi, aveva apertamente dichiarato:

«Padania’? Noi stiamo con la Calabria(15)

La tematica memoriale ritorna più volte, nella sua peculiare accezione di memoria di genere, anche al di là del contesto storico, in cui si colloca la narrazione, di cui decreta a pieno titolo l’appartenenza al Bildungsroman.:in quest’ottica, componente fondamentale ne è un lirismo descrittivo, che a volte rasenta l’immaginifico:

«L’immagine di Caterina Balestrieri, riemersa oggi per caso nella mia memoria, mi ha raramente visitato, ma ogni volta restituendomi il colore di una specie di fiaba che con la realtà della sua persona non ha niente a che fare. (…) La fiaba cominciò così: un bosco intricato e tutto fosse, le mura diroccate di un parco, l’abbaiare dei mastini, la diffidenza dei rustici servi: non mancava che il ponte levatoio. Infine, consegnato il cavallo allo stalliere, tutta una fila di cortili, passaggi cupi a lume di torcia, una gradinata a cordoni, di quella che i cavalieri antichi salivano senza smontare di sella. Poi, di sala in sala, incespicando nelle lastre sconnesse del pavimento, fui sulla soglia dell’ unica abitata. (…)

«Nella penombra, tele annerite, seggioloni, un immenso camino e, nel cerchio di luce della lampada, un minuscolo tavolino accanto al quale due donne sedevano(16)

In una tale cornice di stampo caravaggesco - che ben si confà all’autrice di Artemisia - ha luogo l’incontro con la nobildonna pervasa dal fanatismo per le ‘sette’:

«Era una donna magra, dagli occhi spiritati e mi abbracciò, mi prese per le mani, mi fece sedere, mentre si accendevano, come per magìa, candelabri d’argento e compariva una piccola tavola imbandita» (17)

La nostalgìa per i luoghi natìi, più volte vagheggiati durante la prigionìa politica, ma soprattutto nell’ultima parte della sua tormentata esistenza, gli suggeriscono:

«Visioni lancinanti di carrarecce sassose battute dal solleone o dalla pioggia, di dirupi fioriti di ginestre, di torrenti fangosi passati a guado, di larghe fiumare bianche, a un tratto scroscianti di acque precipitose(18)

Simili visioni doveva avere avuto, ben tre secoli prima, anche Isabella di Morra, l’infelice poetessa per anni tenuta segregata dai fratelli in una torre nei pressi del fiume Siri e che, in alcuni dei suoi versi, declama:

«‘o fere, o sassi, o orride ruine» (19)

Varrà la pena, a questo punto, prendere in esame una considerazione, che Anna Banti fa fare al suo antenato, all’inizio del romanzo, a proposito degli scrittori e della scrittura, specie di quella femminile:

«…non ho mai ammirato sinceramente gli uomini e ancora meno le donne di penna. (…) Per chi scrivono costoro? Come possono giocare la loro vita scrivendo storie inventate?Le donne le leggono avidamente: ma come possono gli autori, contentarsene? Va bene, anche le donne sono un pubblico. E tuttavia scrivere per un pubblico siffatto non mi piacerebbe.(…) Nelle donne apprezziamo la castità, la fedeltà, i sentimenti delicati, il buonsenso, come se in queste virtù non intervenisse il cervello: non c’è da stupirsi se piegandosi alla nostra legge esse ne fanno uno strumento di fuga dalla realtà che sono costrette a vivere.» (20)

BIBLIOGRAFIA

«Il Mulino» n° 363, Bologna, Anno XLV, gennaio/febbraio 1966.
Il romanzo di Fausta Cialente, a cura di Valeria Consoli, Guido Miano Editore, Milano, 1985
Dizionario dei film, a cura di Paolo Mereghetti, Baldini e Castoldi, Milano, 1993.
Poesia Italiana (Il Cinquecento/Il Seicento), vol.II, Garzanti, Milano, 1993.
Noi credevamo, di Anna Banti, Mondadori, Milano, 1967.
Il Gattopardo, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Feltrinelli, UE, Milano, 1963.

A cura della Redazione Virtuale

Milano,15 dicembre 2003
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NOTE

(1) – Memoria e Storia, del 19.09.’96 presso la Sala Consiliare del Comune di Sesto S.Giovanni (MI)
(2) – Allieva di T. Adorno, si è resa nota in Italia per il suo Le donne, la mafia, (Roma, Il Saggiatore, ’95), in cui fa suo il concetto della ‘banalità del male’, teorizzato a suo tempo da Hannah Arendt in Filosofia dei totalitarismi, (…)
(3) – v.Don’t forget – Fragments of a Negative Tradition in ‘International Yearbook of Oral History and Live History, Oxford, Oxford University Press, ’92.
(4) – Vincitore a Venezia del Leone d’oro (’82)
(5) – Presentato a Venezia nel 2003.
(6) – v. Il delta di un’esistenza, «L’Espresso», 9 luglio ’61, p.17.
(7) – Anna Banti era in realtà lo pseudonimo di Lucìa Lo Presti.
(8) – Noi credevamo Mondadori, Milano ‘67, pp. 94/95.
(9) – op. cit. p.20.
(10) – .op. cit. p.40
(11) – op. cit. p.21
(12) – Ispirato dai racconti contenuti in Il ponte della Ghisolfa di Giovanni Testori.
(13) – Rocco e i suoi fratelli (sceneggiatura originale del film di Luchino Visconti insieme a Vasco Pratolini, Pasquale Festa Campanile, Suso Cecchi D’Amico, Massimo Franciosa, Enrico Medioli), Cappelli Editore, Bologna, ’68.
(14) – Noi credevamo, p.433.
(15) – R.Cianfanelli, Padania? Noi stiamo con la Calabria!, in SETTE, ‘Corriere della Sera’, 5 settembre ’96,p.21.
(16) – Noi credevamo, pp. 103/104.
(17) – op. cit. p.105.
(18) – op. cit. p. 85.

(19) – Poesia Italiana (il Cinquecento/Il Seicento), Vol II, Garzanti, Milano ‘94, pp. 230/234
(20) – Noi Credevamo, p. 49





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