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IL NOSTRO PRIMO, SOLENNE, STRANISSIMO NATALE SENZA DI LEI, DI FRANCO STELZER, NOVE RACCONTI DEDICATI ALLA MEMORIA

Il nostro primo, solenne, stranissimo Natale senza di lei (2003)



Franco Stelzer, Il nostro primo, solenne, stranissimo Natale senza di lei (2003)
Einaudi, 2003
I coralli, pp. 122, br.
Euro 12,50

C’è una notte all’anno in cui abbiamo bisogno di farci più caldo. Una delle sere più dolci dell’anno, in cui, se la morte ci si è “avvinghiata” intorno, quello che noi possiamo fare è brindare a un’assenza. È Il nostro primo, solenne, stranissimo Natale senza di lei. Senza la madre.

Il Natale con lei era una cucina che sapeva di frittura. Era una pantofola lanciata per gioco, erano le ultime innumerevoli sigarette e la notte dei suoi figli passata a raccontarle ancora, addormentandosi tra il suo grembo, a parlare la lingua delle ultime parole, per dimenticare «il mostro nerastro e molliccio» che si era impadronito di lei.

Eppure Franco Stelzer voleva «solo parlare di bambini», cita l’ultima frase del libro. Senza ripari, senza tutele, senza pudori. E lo fa.

Solo che impudicamente ci regala anche «tutte quelle persone del passato che ti hanno generato e che sbucano da tutte le parti», sfacciatamente gioca con noi, facendoci sorridere, a volte disgustandoci per gli odori che escono dal libro, a volte commuovendoci per i ricordi pescati dallo zaino. Ci fa le carezze. Ci tiene compagnia. Ci schiaffeggia facendo uscire da quello zaino di montagna gli abbracci che cerchiamo prima di andarcene via.

Come ad estrarre e a mostrarci ciò che salvandoci ci ha cresciuto. Come a farci vedere ciò che ci ha fatto divenire adulti. Con un tono saporito e burlesco che non dice ma allude, mentre parla di lutti e dolori.

Sono racconti. Ma è anche un racconto unico. Dai titoli in inglese come l’inglese inventato dai ragazzini. Estati, lenzuola bagnate di caldo ed eiaculazioni, case gelide di stufe. Odori di soffritti, tacchini mal cotti e fatti scomparire in un torrente. Zie alle prese con amanti deludenti, il sesso spiato dal buco della serratura a stilare una classifica dei suoi amanti. E tutto questo per capire cosa? (silenzio improvviso da interruzione di coito e sospensione dell’attesa): che tutto finisce e non ritorna, che non ritornano più le figurine dei calciatori, le biglie, le prese mortali della lotta a corpo libero. Né ritorna più il lesso domenicale, che, con quell’odore di umido e di vapori, è come la madeleine di Proust, porta con sé memorie ritrovate, racconti della zia, stufette da cucina, teste rovesciate all’indietro per l’ebbrezza di un amplesso. (I don’t like warmed up soup)

Ma il capo come fa la pipì? A cosa pensano i maratoneti? Verso quale destinazione stanno andando? La maratoneta norvegese fa una dieta dissociata? Può quindi un ragazzino chiedere alla madre di mangiare solo torta al latte?

Altalenando pensieri mascalzoni a domande filosofiche sulla vita, senza mai nominarla la vita né la morte, i racconti di Franco Stelzer, uno sguardo pungente e tagliente, ci conducono sulle ginocchia di uno zio che ha voglia di raccontarsi. Di farci sentire l’odore della sua brillantina e di parlarci di quella volta in cui per scommessa si era mangiato un intero topo arrostito.

Roasted rats and uncommon men. Topi arrostiti e uomini straordinari.

E con quel racconto vengono fuori estati di case in affitto al mare, corteggiamenti, sabbia che si infila dovunque, riposini forzati in attesa di uscire. È l’età in cui si aspettano novità sconvolgenti, in cui i genitori ci accolgono con un accappatoio e un panino sulla spiaggia e il prosciutto ci cade a bocconi per terra. L’età in cui ci si diverte ancora insieme tra adulti e bambini, si balla la sera a quelle feste di paese.

Ma è anche e soprattutto l’età delle dimostrazioni di forza, delle sfide con se stessi, e agli occhi degli altri, dell’orgoglio. Una voce fuori dal coro, «lo zio era un genio, un pirata, un brivido di audacia e destrezza». Da lui si era imparato a distinguere gli uomini veri ed essere, l’anno dopo, la stagione dopo, più smaliziati, più grandi, già un po’ più adulti. Mentre la fine dell’estate era una ragazza che smetteva per un attimo di leccare il gelato, e noi, con i nostri visi abbronzati pronti a ordinare i libri per la scuola.

Chi non ricorda questi momenti? Chi non ha fatto la gita domenicale con la famiglia, alla conquista del posto al centro macchina, con bambine vestite a festa?

Sono tutti passi che ci riconducono all’infanzia, con un po’ di dolore che punge negli occhi se cominciamo a fare il conto di chi non c’è più, o se già allora, mentre lo stavamo vivendo, pensavamo a quanti saremmo stati di li a poco.

Un necrologio giocoso quindi quello di Stelzer che accompagna allegramente i nostri cari verso la morte, con lenzuola ben stese, quelle con gli angoli, con la stessa cura nel muoverli con cui loro ci hanno condotto alla vita (Dad). Le ultime parole prima di morire non hanno risposta, devono solo essere dette, devono solo tentare di essere pronunciate con una “lingua barcollante”. Non c’è risposta a un tentativo di parola, ma il sorriso di chi rimane, quello un po’ ebete con cui guardiamo i malati a letto all’ospedale, quello con la testa reclinata su un lato. E finalmente anche quegli animali del circo, che facevano acrobazie dentro il corpo di un padre, smetteranno di agitarsi per partirsene da qualche altra parte.

Perché poi quello che ci muove è ancora l’amore. Perché poi quello che ci tocca è universale. L’arrivo dell’amore fa posto nella Prinz (He used to drive a blue Prinz) dove tutti i pacchi possono essere buttati via se solo per un attimo può salire una donna. Un attimo d’amore, seppur solo nella possibilità che possa essere. Intravedere di poter lasciare quella solitudine che avevamo scelto come compagna.

Al suo secondo libro, dopo Ano di volpi argentate, Franco Stelzer, con leggerezza pensante nello stile, con efficacia visiva delle azioni raccontate si muove con spirito danzante tra le ombre e ha un grande merito: quello di sentirli davvero quei pensieri, quei dubbi, sorridendogli e digerendoli solo dopo averli denudati. Con il risultato di rimanere nudi senza uno straccio che copra più le nostre vergogne.

«Ripararsi non ha senso». È vero. E l’estraneità è contro natura.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 27 ottobre 2003
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