NEI NUOVI POEMETTI GIOVANNI PASCOLI INDULGE ALLA RIFLESSIONE MISTICA. LA VERTIGINE AVVICINA MISTERO DELLA VITA E SMARRIMENTO COSMICO AL DECADENTISMO

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Nuovi Poemetti (1909 -1911)



Giovanni Pascoli, Nuovi Poemetti
(cur. Aymone R.)
Mondadori
Oscar classici, 2003
XCIX-593 p., brossura
Euro 8,40

uinta grande opera poetica, Nuovi Poemetti reca sul frontespizio il motto «Paulo Malora» ed è dedicata agli scolari dello scrittore, di Matera, Massa, Livorno, Messina, Pisa e Bologna.

Givanni Pascoli riprende i temi dei Primi Poemetti e sviluppa ulteriormente la storia della famiglia. L'autore inserisce rapsodicamente poemetti sparsi di notevole pregio, come Il naufrago, La morte del Papa, La pecorella smarrita, La vertigine, Gli emigranti della luna e termina con il poema Pietole.

Questi componimenti sottolineano l'esiguità della Terra nei confronti dell’Universo e indulgono alla riflessione sull'esistenza di Dio, entità percepita nella sua assente indifferenza nei riguardi della vicenda umana.

    LA VERTIGINE

    Si racconta di un fanciullo che aveva
    perduto il senso della gravità...

    I

    Uomini, se in voi guardo, il mio spavento
    cresce nel cuore. Io senza voce e moto
    voi vedo immersi nell'eterno vento;

    voi vedo, fermi i brevi piedi al loto,
    ai sassi, all'erbe dell'aerea terra,
    abbandonarvi e pender giù nel vuoto.

    Oh! voi non siete il bosco, che s'afferra
    con le radici, e non si getta in aria
    se d'altrettanto non va su, sotterra!

    Oh! voi non siete il mare, cui contraria
    regge una forza, un soffio che s'effonde,
    laggiù, dal cielo, e che giammai non varia.

    Eternamente il mar selvaggio l'onde
    protende al cupo; e un alito incessante
    piano al suo rauco rantolar risponde.

    Ma voi... Chi ferma a voi quassù le piante?
    Vero è che andate, gli occhi e il cuore stretti
    a questa informe oscurità volante;

    che fisso il mento a gli anelanti petti,
    andate, ingombri dell'oblio che nega,
    penduli, o voi che vi credete eretti!

    Ma quando il capo e l'occhio vi si piega
    giù per l'abisso in cui lontan lontano
    in fondo in fondo è il luccichìo di Vega...?

    Allora io, sempre, io l'una e l'altra mano
    getto a una rupe, a un albero, a uno stelo,
    a un filo d'erba, per l'orror del vano!

    a un nulla, qui, per non cadere in cielo!

    II

    Oh! se la notte, almeno lei, non fosse!
    Qual freddo orrore pendere su quelle
    lontane, fredde, bianche azzurre e rosse,

    su quell'immenso baratro di stelle,
    sopra quei gruppi, sopra quelli ammassi,
    quel seminìo, quel polverìo di stelle!

    Su quell'immenso baratro tu passi
    correndo, o Terra, e non sei mai trascorsa,
    con noi pendenti, in grande oblìo, dai sassi.

    Io veglio. In cuor mi venta la tua corsa.
    Veglio. Mi fissa di laggiù coi tondi
    occhi, tutta la notte, la Grande Orsa:

    se mi si svella, se mi si sprofondi
    l'essere, tutto l'essere, in quel mare
    d'astri, in quel cupo vortice di mondi!

    veder d'attimo in attimo più chiare
    le costellazïoni, il firmamento
    crescere sotto il mio precipitare!

    precipitare languido, sgomento,
    nullo, senza più peso e senza senso.
    sprofondar d'un millennio ogni momento!

    di là da ciò che vedo e ciò che penso,
    non trovar fondo, non trovar mai posa,
    da spazio immenso ad altro spazio immenso;

    forse, giù giù, via via, sperar... che cosa?
    La sosta! Il fine! Il termine ultimo! Io,
    io te, di nebulosa in nebulosa,

    di cielo in cielo, in vano e sempre, Dio!

Questa inclinazione mistica è chiaramente manifestata nel finale: «Sprofondar d’un millennio ogni momento! / di là da ciò che vedo e ciò che penso, / non trovar fondo, non trovar mai posa, / da spazio immenso al altro spazio immenso; forse, giù giù, sperar … che cosa? La sosta! Il fine! Il termine ultimo! Io, / io te, di nebulosa, / di cielo in cielo, in vano e sempre, Dio!».

Ecco come Beatrice Panebianco interpreta il poemetto:

    «Nella lirica La Vertigine il tema pascoliano del mistero della vita e dello smarrimento cosmico, unito al fascino che gli ultramondi esercitano sull’uomo, è il più vicino alla sensibilità del Decadentismo. Il poeta esprime un senso di sgomento dinnanzi al terrore di essere sospeso nel vuoto e di venire proiettato vertiginosamente verso gli spazi stellari. Di qui la sua ansiosa ricerca di penetrare, al di là del mistero, la verità assoluta di Dio che, nell’universo senza confini, non si rivela una presenza tranquillizzante […] Il terrore che nasce nella contemplazione dei mondi celesti e l’angoscia per il mistero che ci circonda sfociano in una disperata quanto inutile ricerca di Dio. È questa l’aspirazione di un’anima sgomenta di fronte all’immensità del cosmo. Ma in quell’“in vano e sempre” si conferma il disorientamento di Pascoli dinanzi al mistero dell’uomo e la sua costante aspirazione (sempre) verso un Dio irraggiungibile, che con quel mistero si identifica».

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 05 maggio 2006
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