L’odore dell’India è un resoconto del viaggio che Pier Paolo Pasolini compie nel subcontinente indiano.

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L'odore dell'India


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Pier Paolo Pasolini, L'odore dell'India
Guanda - Testi e documenti della fenice 1990,
120 pp., Lire 19.000, Euro 17,00

critto quasi come un diario, L’odore dell’India è un resoconto del viaggio di sei settimane, il primo che Pier Paolo Pasolini compie nel subcontinente indiano. È la fine del 1960 e lo scrittore ha appena cominciato a girare il suo primo film da regista: Accattone. Tuttavia, i contrasti con Federico Fellini, il regista amico, in questa occasione produttore del film, hanno portato le riprese a uno stallo. Nell’attesa che si trovi un nuovo produttore, Pasolini lavora alla traduzione dell’Antigone, per Gassman e alle poesie per il volume La religione del mio tempo, che uscirà nel maggio successivo.

Insieme a Moravia e a Elsa Morante, arriva in India poco prima di Capodanno. Nehru è ancora il presidente, il primo dopo la proclamazione dell’indipendenza, nel 1947, di questo stato di 400 milioni di persone. Lo resterà ancora per tre anni. Fra pochi mesi, alla conferenza di Belgrado, Nehru porterà clamorosamente l’India nell’area dei Paesi non allineati. La realtà indiana si è certamente evoluta, nel corso di quasi mezzo secolo, ma certe contraddizioni caratteristiche, incredibilmente, permangono intatte e, in seguito alla rivoluzione informatica, risultano persino esacerbate.

Quello di Pasolini è il punto di vista di un artista estremamente vivace e versatile. Poeta, scrittore di romanzi, regista di film, intellettuale, incapace di accettare o fare compromessi e per questo amato dagli amici e odiato dai detrattori, è un osservatore molto più coinvolto del suo compagno di viaggio Moravia. I suoi pezzi di colore, che appariranno sul quotidiano «Il Giorno», tra il 26 febbraio e il 26 marzo 1961, scandiscono le tappe di un percorso «come un segugio sulle peste dell’odore dell’India». Un odore reale, non metaforico. Pasolini, infatti, non ha paura di confrontarsi direttamente con l’umanità. Quello che cerca è proprio l’ebbrezza dell’ignoto che si può celare dietro un contatto occasionale. Le sue famose passeggiate notturne non falliscono mai di procurargli materiale per una entusiastica analisi a caldo e spunti per successive riflessioni di approfondimento, assai più amare, sugli argomenti favoriti: la religione, la borghesia, la cultura, la morte.

Le impressioni più forti sono di amore e di impotenza. Quello che colpisce di più l’autore è l’assoluta disponibilità delle persone, che associa all’influsso della religione Indù e che gli indiani sintetizzano in un tipico cenno con la testa, che è un gesto di assenso e di disponibilità, appunto.

Questo immediato fluire di affetto, in queste brevi relazioni, porta a dei commiati dolorosi. «... si ha l’impressione di lasciare un moribondo [...] ormai, tutta la strada dell’India dietro a me era seminata di naufraghi...».

Per venire a capo del caos di questo groviglio di corpi, Pasolini deve ridurre tutto nei termini ricorrenti della sua poetica. «Ci si può smarrire in mezzo a questa folla di 400 milioni di anime [...] come in un rebus di cui, con la pazienza, si può venire a capo: sono difficili i particolari».

Uno di questi particolari è rappresentato dalla borghesia indiana. Già incontrata nei suoi viaggi in Africa, riconosciuta per al sua chiusura disperata, rimane serrata nella vita familiare, nella cura dei figli. L’osservazione della cultura corre in aiuto della comprensione. Negli interpreti dei film, nei protagonisti dei drammi teatrali, Pasolini isola un «ideale eroico ed erotico degli indiani [...] di colore bianco, dotato di rotondità rispettabili», un tipo di borghese indiano, in genere piuttosto raro, ma diffuso alle onnipresenti riunioni del Rotary Club, negli alberghi frequentati dall’autore. Borghesi che tuttavia «possiedono una qualità assolutamente rara, nel mondo moderno: la tolleranza».

Come nell’Africa di Moravia, l’India di Pasolini è monotona e iterativa. Ma se l’Africa è una distesa sconfinata, l’India è il ripetersi di una sequenza: «gli stagni, i villaggi, la giungla, le coltivazioni di miglio, le file di carretti coi bufali, gli stagni, i villaggi...», una monotonia nella quale i monumenti marmorei si stagliano come corpi estranei.

L’odore dell’India è anche, tra le righe, il diario del viaggio di tre amici, alla scoperta di un Paese mitico ma essenzialmente ancora sconosciuto. «a Calcutta, Moravia, la Morante e io siamo andati a conoscere Suor Teresa». Amici a cui rivolgersi per cognome, (anche se la Morante qualche volta è «Elsa»), con i quali affrontare le incombenze degli incontri ufficiali all’ambasciata, amici con cui affrontare il cammino con l’atteggiamento giusto: «... disponibili, allegri, curiosi come scimmie, con tutti gli strumenti dell’intelligenza pronti all’uso, voraci, goderecci, spietati».

19 Ottobre 2000
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Stephen Salt (stefanosale@hotmail.com), Dublino (Irlanda), 16/10/'03

Nell'Ottobre 2003 ho ripercorso interamente il viaggio che fece Pasolini attraverso L'India con suo libro aperto. E' veramente incredible scoprire che tutto quello che lui descrisse nel '61 era ancora la', intatto. Come se niente si fosse mosso. Gli odori, le percezioni, gli incontri. Grosse emozioni. Fantastico. Stefano Sale


(msciarra@impop.bellatlantic.net), New York. 21.11.2000

Magari aver letto il libro, appena torno in Italia lo comprerò senz’altro. Ma qui a New York, posso sentire di giorno in giorno questo distacco, questa bolgia assurda di persone che non si chiedono neanche se esiste una tolleranza, ognuno tenta di scavalcarsi nella vita e nel lavoro senza assoluta forma di pietà. E il week-end gli uomini prendono in mano gli attrezzi e iniziano lavori casalinghi che rimarranno incompiuti chissà` per quanto, lasciando la loro miserabile casina di legno incompiuta, con il vento che sbatacchia i pezzi di plastica fermati male, lavori arrangiati che qualcun altro un giorno finirà. Oh che sorpresa leggere di Pasolini, proprio quella cosa, così per caso, dopo giorni interi passati alla comprensione di ciò. Al perchè? Ne vale la pena davvero? E lui è andato in India, e ha trovato anche li il distacco nella massa, ha sentito il vuoto dell’uomo, di chiunque. Ha trovato in albergo milioni di borghesi, del Rotary! Là in India. Loro però hanno la tolleranza. Oh! Mi è difficile capire questa cosa, ma propio tanto, cosa vuol dire avere la tolleranza? Verso cosa, chi?

"Ci si può smarrire dentro questa folla di quattrocento milioni di anime?" E perchè no? È proprio lì che si svanisce, un numero, solo quello.




http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 14 set 2006

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