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EMANUELE TREVI HA SCRITTO UNA NUOVA OPERETTA MORALE. L'ONDA DEL PORTO, UN SOGNO FATTO IN ASIA, UN LIBRO IN VIAGGIO AL TEMPO DELLO TSUNAMI

L'onda del porto. Un sogno fatto in Asia (2005)



Emanuele Trevi, L'onda del porto. Un sogno fatto in Asia
Laterza, 2005
Contromano, 165 p,
Euro 14,00

Qui, prima di tutto, c’è un corpo. È tremendamente infreddolito: siamo in inverno, dicembre – a Roma piove di continuo –, e la caldaia sembra non voler funzionare: l’unico cenno di presenza di questa «macchina depressa» è una piccola spia rossa, «la Stella dello Sconforto». Questo corpo umano, avvolto in un cappotto, vaga in cerca di riparo e benessere termico. È inquieto, attraversato da uno sconforto che, «nel silenzio della casa gelida», spinge lui e tutto il resto verso il basso: un corpo in crisi, che si trascina dentro altrui stanze (calde, possibilmente) negli ultimi giorni dell’anno. Se il libro precedente di Emanuele Trevi, Senza verso. Un’estate a Roma (Laterza), cominciava con un corpo intento a scendere scale, in una disperante ricerca di refrigerio nell’arroventata estate del 2003, qui atmosfera e temperature sono capovolte: termometro e percorso hanno tutt’altro verso. A scongelare via via il freddo dell’inizio, c’è un fiato che appanna i vetri (fuori piove ancora, e la notte avanza), poi diventa voce – e dà forma a una possibilità di racconto: una specie di «registro dei guasti» umani, commovente, bellissimo – come quel quadernuccio testamentario in cui l’autore dice di registrare capricci e malattie degli oggetti attorno (carburatori ingolfati, penne dissanguate, cessi intasati, tazze scheggiate). «Il resoconto obbligatorio da consegnare, con mani tremanti» a un angelo ironico sulla soglia di qualche paradiso futuro, dice Trevi del suo registro dei guasti. Così pure le pagine di L’onda del porto. Un sogno fatto in Asia, appena pubblicato nella collana “Contromano” di Laterza, fanno pensare a un «resoconto obbligatorio», a un diario necessario – dove la «necessità» della scrittura sembra (all’autore) guastarsi, incepparsi anch’essa nelle secche di un’immaginazione prosciugata, ma poi invece – a dispetto della sfiducia – riprende il largo, sopravvive, resiste: nonostante.

«Non mi è mai capitato una sola volta, da quando ho iniziato a scrivere, di avere in testa quella che si chiama una buona idea (…). E sì che, almeno dall’età di quattordici anni, posso dire di non aver tentato di fare altro: scrivere, scrivere ogni giorno. Ma la materia stessa della mia vita è troppo ottusa, opinabile, reversibile, perché qualcosa, al suo interno, possa avere la forma di una storia». Poche righe per spalancare un tema dalle infinite implicazioni, una volta ancora: le ragioni dello scrivere. Ma qui Trevi mette in gioco molto più che teorizzazioni: mette in gioco, come già in passato, il suo corpo, il suo cuore di scrittore, e – perché no? – il suo ombelico, a costo di sfidare i «nemici e censori più acerrimi di questa propensione ombelicale» (cioè, per intenderci, la letteratura cosiddetta autobiografica). Le storie per i romanzi, uno può, volendo, anche comprarle al supermercato; la vita no. E d’altra parte «ciò che è veramente importante, che esercita un effettivo potere sulla vita, premendole addosso – scrive Trevi –, decidendo la sua forma, terrorizzandola o riempiendola di gioia, ciò che la strapazza e la distrugge oppure la protegge, ciò che incombe su di tutti, allo stesso modo e senza tregua, dal primo all’ultimo giorno – non è nemmeno lontanamente pensabile, o raccontabile». Raccontabile è, al più, il vano approssimarsi alla verità, «l’educazione del principiante tramite lo spirito delle cose»; e la sproporzione fra i destini; e il corpo a corpo con l’«informe». Che qui – è essenziale dirlo – non è una parola ma la concretezza assurda e devastante di una tragedia: la potenza dello tsunami abbattutosi sulle coste dell’Asia nel dicembre 2004: «Quelle centinaia e centinaia di chilometri di coste devastate che si vedevano nei telegiornali erano, a tutti gli effetti, porzioni di mondo aggredite, e irrimediabilmente deturpate, dalla pura e spietata violenza dell’informe».

E di qui nasce l’esperienza di viaggio che sostanzia il libro: il corpo infreddolito parte alla volta dell’India nei giorni successivi alla catastrofe. Il luogo dove arriva si chiama Mullur: doveva essere solo la prima tappa e invece il viaggio si ferma lì. Che cosa succede, a questo punto? Tutto e niente. Il corpo si adatta, si riscalda, trova per compagni due corpi più piccoli – due gnomi poco più che bambini, Vijesh e Vinosh, sapienti e sempre inspiegabilmente di buon umore – che finiscono «per raccontargli [a lui, al signor writer, ndr] il suo passato e il suo destino». Decisivo è, poco più avanti, anche l’incontro con “Neema”: una donna italiana che con niente (solo la sua passione, un po’ di sana pazzia, il caso) ha messo su una scuola a Mullur. Il viaggio reale è qui, in questa possibilità, nell’incontro con V. & V., con Neema, con J. P., con Ajith: il viaggio che investe spazio e tempo, corpo e spirito – e alleggerisce tutto, fa come dimagrire, «purgare». Il «corpo in viaggio» di Emanuele Trevi fa queste scoperte sulla propria pelle (e in un libro di Nicolas Bouvier): scopre (ma lo sospettava) che all’origine di quella dolorosa pesantezza fisica avvertita con una fitta nello stomaco c’era il freddo che si portava dietro e dentro; e all’origine di un sogno-incubo acquoso scorge l’impossibilità di dimenticarsi, dimenticando la propria solitudine.

È difficile riassumere le percezioni, anche violente, che offre questo divagante «libro in viaggio»: mescolando sguardi paterni o fraterni (Montaigne, Sebald) alla propria sensibilità di lettore-scrittore-viaggiatore, Trevi ha scritto una nuova bellissima operetta morale. Un’operetta morale dove sembra quasi che l’Islandese torni a fare i conti con la Natura, e Cristoforo Colombo torni a dialogare con Pietro Gutierrez, Tristano con l’amico; e il genere umano a riascoltare la sua lunga vecchia storia. Ma c’è un riscatto; c’è la luce tenue della Ginestra: e il suono lontano (la «musica distante») di una lingua nuova (di un sorriso) che sembra quella degli «uomini salvi»; e la «social catena» che stringe una tartaruga a un ippopotamo, tre corpi umani a una tartaruga in panne; Neema ai suoi bambini; il signor writer a V. & V. e a tutti gli altri – dentro l’unica storia raccontabile, all’infinito, dopo ogni catastrofe (personale, collettiva), in attesa della prossima.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 15 marzo 2006
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