LE OPERETTE MORALI, RACCOLTA DI PROSE DI GENERE SATIRICO, FILOSOFICO E FANTASTICO

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Operette morali (1827)



Giacomo Leopardi, Operette morali
Newton & Compton, 2003
Grandi tascabili economici, 192 pp.
Euro 5,00

e Operette morali, il libro «più caro dei miei occhi» come ebbe a definirlo lo stesso Leopardi, sono una raccolta di prose (ventiquattro ) tra satiriche, fantastiche e filosofiche, scritte tra il 1824 e il 1832, dopo la delusione subita nel suo primo contatto con la realtà esterna alla “prigione” di Recanati. Già in una lettera del ’20 indirizzata al suo amico Giordani, Leopardi comunicava che aveva abbozzato «certe prosette satiriche… quasi per vendicarsi del mondo e quasi anche della virtù…». La frase è interessante per capire lo stato d’animo d’ironia, di satira, di ribellione con cui vennero concepite. Le prose sono rivolte al medesimo fine, a quella missione di educatore della sua nazione e degli uomini a cui il Leopardi, da La canzone all’Italia alla Ginestra, non seppe mai rinunciare, nonostante la sfiducia e il pessimismo

Nelle Operette, Leopardi espone il “sistema”, da egli stesso elaborato, attingendo al vastissimo materiale raccolto nello Zibaldone. L’esposizione non è però di tipo dottrinale; Leopardi infatti ricorre a una serie di invenzioni fantastiche, a miti, allegorie, paradossi, apologhi.

Molte delle Operette sono dialoghi, i cui interlocutori sono personaggi fantastici o mitici (Ercole e Atlante, il mago Malambruno e il diavolo Farfarello, la Natura ed un’anima, la Terra e la Luna, un folletto ed uno gnomo, la Moda e la Morte, la Natura ed un Islandese), oppure personaggi storici (Colombo e Gutierrez, Plotino e Porfirio), oppure ancora personaggi storici ed esseri bizzarri o fantastici (Federico Ruysch e le sue mummie, Torquato Tasso e il suo genio familiare). Altre invece sono esposte in forma narrativa, come la Storia del genere umano e La scommessa di Prometeo (specie di racconto filosofico alla Voltaire). Altre infine sono prose liriche (L’elogio degli uccelli, Il cantico del gallo silvestre), raccolte di aforismi (Detti memorabili di Filippo Ottonieri) e discorsi che si rifanno alla trattatistica classica (Il Parini, ovvero della gloria).

Le Operette riflettono stati d’animo e atteggiamenti sentimentali e mentali diversi, anche perché in esse si accavallano due posizioni diverse del Leopardi di fronte alla vita: pessimismo storico e pessimismo cosmico. Leopardi, scolaro del Settecento sensista, aveva posto, come fine dell’uomo, il piacere raggiungibile nello stato di natura, perduto poi per colpa di un processo storico falsato e distorto. Ma, più avanti nel tempo, avvertì che se fine dell’uomo è il piacere, e questo gli è negato, vi è un contrasto tragico tra ciò a cui l’uomo aspira e ciò che può raggiungere, e si convinse che un essere che non può raggiungere il fine per cui è stato creato, è “naturalmente” cioè necessariamente infelice. Partendo dalle tesi sensistiche e illuministiche, il Leopardi, travolto dalla delusione storica del suo tempo, approdò ad un pessimismo più vasto e più profondo che coinvolgeva nella condanna, non più l’uomo e la sua storia, ma la stessa natura. Era questa una conclusione logica: infatti, l’ottimismo illuministico doveva sfociare, per forza di cose, o nell’avvento di un’età effettivamente migliore o in un pessimismo radicale.

Rousseau non abbandonò mai la sua fede nella natura benigna, e pensò sempre di poter ricondurre l’uomo alla felicità; Leopardi, invece, per la logica intrinseca del suo pensiero, distrusse il mito della Natura benigna per sostituirlo con la sfingea Natura, ostile alle creature da essa stessa generate ed indifferente ai loro patimenti. Così viene descritta nel Dialogo della Natura e di un Islandese: «una forma smisurata di donna seduta in terra, col busto ritto… di volto mezzo tra bello e terribile, di occhi e di capelli nerissimi…». L’uomo, figlio di una Natura matrigna, destinato alla sofferenza e alla morte, non ha che un solo modo per affermare la sua dignità: guardare in faccia serenamente la realtà e il proprio destino, non aggrapparsi a illusioni, riconoscere la propria miseria, e in questo riconoscimento, trovare una ragione di vita. Perciò, ogni volta che Leopardi pensa al dolore dell’uomo, alla vanità delle illusioni e delle speranze, un senso di pietà lo commuove ed egli piange il triste destino suo e degli altri. Ma se l’uomo è incapace di guardare in faccia la realtà e si culla in vane illusioni, il Leopardi si sforza, anche con spietatezza e ironia, di “chiarirgli” quale sia il suo destino. Queste tesi e questi atteggiamenti si alternano nelle Operette con toni diversi: ora, come nel Dialogo di Atlante ed Ercole con sferzante ironia, ora come nel Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggero, con una cordiale persuasione della vanità delle nostre illusioni, ora come nel Cantico del gallo silvestre con tono grave, solenne, commosso, di chi enuncia verità sofferte e dolorose.

Per esprimere questa sua visione della vita, Leopardi ricorse, come si è detto, a prose satiriche e filosofiche, rifacendosi, in particolare, ai dialoghi satirici di Luciano di Samosata, di Platone e Senofonte, nonché alle prose di divulgazione filosofica e politica, ivi comprese le opere di Voltaire.

Il modello stilistico seguito da Leopardi tende ad evitare l’enfasi retorica, dando vita a prose nitide e sobrie nelle quali la negatività assoluta della concezione della vita si sviluppa ora in toni pacati, resi evidenti dal ritmo lento dell’esposizione, ora in toni polemici di acre ironia. Gli aggettivi sono quanto mai scarsi e compaiono, come gli avverbi, il più delle volte in funzione ironica — «un superbissimo mausoleo»; «disseccato perfettamente»; «una bella mummia»… — La sintassi è sciolta al massimo. Leggendo le Operette, è facile intuire come Leopardi miri a una prosa che vorrebbe essere, ad un tempo, illuministica, cioè razionale, e lirica, capace di interessare e di convincere e, nel contempo, di commuovere. E, in questo intento, riesce perfettamente.

Eloquente, più di ogni altra considerazione, è l’osservazione del primo recensore delle Operette, Giuseppe Montani, che, nell’«Antologia del Vieusseux» nel 1828, così si espresse: «Le Operette sono musica, musica altamente malinconica, le cui voci tutte si rispondono e recano all’anima la più grave delle impressioni», mettendo così in rilievo il carattere corale e lirico dell’opera.

A cura della Redazione Virtuale

16 febbraio 2004
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Maria Narducci, Imola (Bo), 15/07/'04

Sto scrivendo una tesi sulle Operette morali, in particolare sul Dialogo della Natura e di un'Anima. Ho scelto io l'argomento, anche se già prima di iniziare mi rendevo conto che sarebbe stato molto impegnativo. Leopardi è un autore profondo, sempre nuovo, sempre da scoprire. Le Operette sono il risultato in movimento del suo spirito in movimento, e quella che sto analizzando io lo dimostra in particolar modo. Assolutamente da leggere e da meditare, anche e soprattutto perché profondamente moderno e probabilmente immortale. Grazie Giacomo.




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