ORME DEL SACRO. PER UMBERTO GALIMBERTI, TUTTO CIÒ CHE SFUGGE ALLO SGUARDO DELLA SCIENZA, SVANISCE

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Orme del sacro (2000)


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Umberto Galimberti, Orme del sacro. Il cristianesimo e la desacralizzazione del sacro
Feltrinelli, 2000
Euro 14,46

«Da simbolo di un significato trascendente, la natura è divenuta cosa, puro materiale per la costruzione dell’artificiale»

a ragione è un'isola nel mare dell'irrazionale» (Kant), e da quell’isola il mondo viene letto con gli occhi matematici che ne permettono il dominio e la manipolazione tecnica. Così, tutto ciò che sfugge allo sguardo circostanziato della scienza in quanto non-sperimentabile, non-manipolabile, “inutile”, svanisce.

Il medico vedrà allora disfunzioni e non sofferenze, e dove dirà corpo intenderà, come Cartesio, un congegno in cui gli organi si tengono come leve d’un meccano: orologio in cui l’anima è confinata e ridotta a sua volta a carne per specialisti del cervello e dei suoi intrichi biochimici.

«Se così è, vien da pensare che, prima di essere una posizione filosofica, il nichilismo è il risultato dello sguardo scientifico, che ogni volta che guarda un uomo vede un nient’altro che».

Tutto ciò che sborda dal “nient’altro” che la scienza delimita e indaga, è il “mare” che la ragione non può percorrere se non perdendosi (vedi V. Odifreddi Il vangelo secondo la scienza). È l’oceano sconfinato del sacro, al quale «non appartengono solo le creature soprannaturali, i mostri di ogni tipo, i morti, ma anche la natura per quel tanto che è estranea alla cultura, quindi gli istinti, le pulsioni, le passioni, le malattie».

Quando il sacro si offre – albero, animale, destino - è soglia verso un numinoso che si dona per pure contemplazioni come per sperdimenti orgiastici: vi si accede lungo percorsi protetti dai riti e giustificati dalle religioni, spaesandosi con sapienza e cautela in dimensioni altrimenti troppo rischiose. Anche nella Bibbia (Dante lo sapeva bene) Dio è un eccesso inabitabile: «Tu non potrai vedere la mia faccia, perché l’uomo non può vedermi e sopravvivere» (Esodo, 33, 20-23).

Ma in tutto ciò la tecnica, richiedendo la sconsacrazione del mondo per farne sua materia prima, trova solo limiti da sfondare (Conrad). Questo il fatto essenziale: dopo di che, «l’uomo tolto alle manette del sacro può fare soltanto quello che sta facendo» (Ceronetti). Il mondo viene così confiscato, e il deserto che avanza (Nietzsche), da metafora d’una condizione dell’essere, si fa diagnosi brutale dell’ecosistema della Terra.

Così stanno le cose. Già in E ora? Galimberti chiariva che è dei filosofi «descrivere il mondo e non giudicarlo». Anche la morte di Dio annunciata da Nietzsche non è una bestemmia, ma un fatto perché «se il mondo si organizza prescindendo dall’idea di Dio, allora Dio è morto».

Nell’età del disincanto (Weber), persa ogni fedeltà alla terra (Nietzsche), il sacro è dunque perduto, ma per quel “contenitore di irrazionale” che è l’uomo ciò significa “atrofizzazione dell’esistenza” e “analfabetismo emotivo”: «non conosciamo il dolore se non come impedimento… non sappiamo parlare se non in modo sempre più tecnico e quindi impersonale, per cui finiamo con l’abitare una terra divenuta straniera». Conclusioni analoghe a quell’importantissimo libro a questo parallelo che è Psiche e techne.

Rispetto a tanto, il cristianesimo è una stella spenta: “religione debole” venuta a patti con la legione di diavoli che l’era della tecnica sventaglia, «parla di morale sessuale, di contraccezione, di aborto, di divorzio, di scuola pubblica e privata», e abbandona la «notte indifferenziata del sacro o alla solitudine dei singoli che cercano rimedi in farmacia» o a «quella religiosità da New Age che viene incontro a quel nucleo di follia che ciascuno avverte dentro di sé come non interpretabile, non culturalizzabile, non leggibile».

Quel non leggibile di anime rese «esangui dalla ragione» e «asfittiche dall’incapacità di correlare la loro sofferenza quotidiana con il dolore del mondo» torna appena come inconscio: lì «ognuno deve vedersela da solo con demoni e dèi» di cui s’è «perso l’origine, il luogo e il nome».

Pare che la tecnica esasperi, e non risolva, la condizione dell’uomo come «animale non ancora definito» (Nietzsche).

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 6 maggio 2005
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