LA FONDAMENTALE INUTILITA‘ E DISUMANITA‘ DELLA TORTURA FISICA E MORALE EMERGE DALLE OSSERVAZIONI SULLA TORTURA DI PIETRO VERRI

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Osservazioni sulla tortura (1777)


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Pietro Verri, Osservazioni sulla tortura
Bur Classici, Rizzoli, 1988
160 pp., ril.
Euro 6,20

lla base delle Osservazioni di Verri contro la tortura sono i verbali del processo della “Colonna infame”, che portò alla condanna, dopo il supplizio della tortura, il barbiere Gian Giacomo Mora e l’ufficiale sanitario, Guglielmo Piazza, accusati di aver propagato la peste mediante unzioni venefiche per le strade di Milano.

Il saggio venne scritto tra il 1770 e il 1777, ma pubblicato solo nel 1804 - postumo e per volontà del suo autore - per sostenere una battaglia di grande civiltà: l’abolizione della tortura. Il lavoro del Verri ha come tema un episodio di cronaca sul quale si era già soffermato Cesare Beccaria con Dei delitti e delle pene e successivamente - addirittura in due differenti versioni - Alessando Manzoni con la sua famosa Storia della colonna infame.

La tesi centrale del saggio, espressione della profetica scuola giuridica dell’illuminismo milanese, è che il ricorso ai tormenti, tanto quelli fisici, quanto quelli morali, non solo è ingiusto e disumano, bensì anche inutile. La lettura degli atti processuali, infatti, porta alla luce l’incredibile vortice di accuse reciproche, pentimenti e delazioni, anche oltre la più sfrenata immaginazione, al solo scopo di allontanare il terrore del supplizio e nella speranza di salvare sé stessi accusando altri.

Il merito di Pietro Verri è di aver posto con lungimiranza l’accento sulla differenza tra “delitto certo” e “delitto probabile”, portando un’accusa irrevocabile a termini privi di qualsiasi fondamento giuridico come “sospetto”, “indizio”, “semi-prova” o “quasi-prova”.

Se si pensa che ancora oggi si discute della razionalità e della imparzialità dei sistemi giudiziari, il saggio di Verri rivela una possente attualità. E fa riflettere lo stile sereno dell’autore che non si lascia mai andare ad alcuna invettiva verso la magistratura, di cui vuole solo rafforzarne il senso di umanità.

Ancora oggi, di fronte a tanti Stati che ammettono ancora la pena di morte, appassiona l’accorato appello finale di Verri contro la tortura, «che non è un mezzo per aver la verità, né per tale la considerano le leggi; che è intrinsecamente ingiusta; che le nazioni conosciute dell’antichità non la praticarono; che i più venerabili scrittori la detestarono; che si è introdotta illegalmente nei secoli della passata barbarie e che finalmente oggigiorno le nazioni l’hanno abolita e la vanno abolendo senza inconveniente alcuno.»

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 19 gennaio 2004
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