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OTRANTO, UN GIOCO DI INCASTRI SULLO SFONDO DELLA CITTA' SALENTINA, SCRITTO DA ROBERTO COTRONEO

Otranto (1997)



Roberto Cotroneo, Otranto (1997)
Mondadori, 1999
Oscar bestsellers, pp. 268
Euro 7,80

Muri di luce per un'architettura amplificata dallo Scirocco. Siamo nella città più orientale d'Italia, sullo sfondo di un'antichissima cattedrale piena di segni Roberto Cotroneo (giornalista e scrittore, lo stesso che per anni ha avuto fama di "stroncatore" di testi letterari e romanzieri di successo su «L'Espresso») mette in moto un gioco di incastri impossibili raccontando la storia di una giovane restauratrice olandese, Helena, alle prese con un mosaico del XII secolo.

Siamo a Otranto, nel cuore bizantino del Salento, la città di pietre bianche e mura difensive friabili che sorgono dal mare, l'orizzonte adriatico da cui — nel tardo Quattrocento — arrivarono i turchi per tagliare le teste di ottocento martiri.

Il soggetto storico della presa della città resta, dalla prima all'ultima pagina, la chiave di lettura delle "voci" che tagliano il romanzo in due zone: una permeata di luce accecante e l'altra lunare, d'ombra.

Roberto Cotroneo è nato ad Alessandria, vive e lavora a Roma, è facile intuire come sia rimasto colpito — nel doppio ruolo di turista e osservatore — dalle tinte forti di Otranto, dai suoi bianchi millenari e i suoi vicoli stretti di scalini levigati.

Lo scrittore ha mescolato in Otranto i labirinti misteriosi del Medioevo scandagliato a fondo da Umberto Eco, la passione autentica per le alchimie di un Sud magico-religioso pieno di idiosincrasie e l'universo carioca tropicale di Gabriel Garcìa Màrquez.

Il risultato è suggestivo, duecentosessantotto pagine che si leggono con l'impressione profonda di chi si accinge a esplorare i resti di una memoria collettiva e trova inaspettatamente le tracce di un'identità tormentata (quella della protagonista del romanzo) dal ricordo di una madre pazza e un padre pittore che cerca di riordinare i colori sulla tavolozza della vita.

Il primo martire di Otranto, stando alle cronache del tempo, fu ucciso a mezzogiorno, l'ora meridiana in cui «i dèmoni scelgono di rivelarsi», così si legge nelle prime righe del romanzo, e più avanti Cotroneo farà dire a Helena: «[...] c'è soltanto luce. La luce che domina Otranto come un alchimista domina i propri elementi. Come fossi privata degli altri sensi comando i miei pensieri ordinandoli per cromatismi, non per successioni cronologiche.»

Si potrebbe dire lo stesso del romanzo, ordinato per cromatismi, come se la successione temporale degli eventi (quelli storici e quelli privati della vita della protagonista) fosse sospesa.

È impossibile, leggendo Otranto, non avere voglia di andare a vedere quei luoghi, la città e il mare, ma soprattutto le tessere di quel mosaico di cui si parla continuamente, un "tappeto di preghiera" pieno di enigmi e leggende.

Tra i fantasmi che abitano questo libro, e che sono poi i veri personaggi del romanzo, ritorna anche la figura storica di prete Pantaleone che, nel 1165, per quell'opera pavimentale prese a lavorare manodopera normanna proveniente dalla Sicilia, fu così che nel mosaico finì anche re Artù, unica spiegazione probabile per una testimonianza clamorosa che anticipa di molto l'Europa del XII secolo.

Ma quella di rex Arthurus è solo una delle tante ombre gettate dall'autore sul racconto, una storia che non dà risposte, come il mosaico da cui attinge le proprie intuizioni una donna straniera che si immerge nel suo lavoro portandosi appresso tutta la sua vita e che sprofonda, un poco alla volta, nelle sabbie mobili dei segreti del suo restauro.

Su tutto aleggia una curiosità morbosa: perché quando i turchi trasformarono la cattedrale di Otranto in una moschea, non distrussero il mosaico? Forse erano riusciti a decifrare in quelle tessere, tra sacro e profano, la previsione del loro arrivo?

Una scrittura onirica e raffinata per un romanzo coraggioso, chi altro avrebbe osato scrivere un libro su Otranto dopo L'ora di tutti di Maria Corti?

Un bestseller di successo e, al di là del successo, forse il romanzo più riuscito di Roberto Cotroneo.

Tra torri saracene che traguardano il mare salentino e cielo bianco-sporco sui mulini a vento olandesi, il lettore volta pagina e si ritrova catapultato in luoghi e tempi diversi. E, come nella migliore tradizione teatrale, Cotroneo cambia gli sfondi in gran silenzio, senza far sentire — tra un capitolo e l'altro — il rumore delle scenografie che calano e scorrono mutando continuamente, al buio, dietro al sipario.

La struttura c'è ma non si vede, magia. Otranto è un gioco di prestigio, ma senza il trucco.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 13 ottobre 2004
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