Il manoscritto de La paga del sabato venne ritrovato da Maria Corti fra le carte del Fondo Fenoglio.

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La paga del sabato (1969)



Beppe Fenoglio, La paga del sabato
Einaudi,1996
pp. 156, Euro 6,71

ubblicato nel 1969, dopo che il manoscritto venne ritrovato da Maria Corti fra le carte del Fondo Fenoglio, La paga del sabato venne in realtà scritto intorno alla fine degli anni ’40 e costituisce pertanto una delle primissime prove dello scrittore. Rimandando ad altre sedi il resoconto delle complesse vicende editoriali che sono all’origine dell’eclissamento del testo per circa un ventennio, a noi basterà ricordare che Fenoglio accolse le riserve giuntegli dalla casa editrice Einaudi nella persona di Vittorini definendo il suo lavoro «un frutto, piuttosto difettoso, anche se magari interessante, di una mia cotta neoverista che ho ormai superata» e che dal testo originario l’autore ricavò due racconti poi confluiti nella raccolta I ventitre giorni della città di Alba.

Il romanzo narra la storia di Ettore, un ex-partigiano che non riesce ad adattarsi alla condizione di lavoratore dipendente dopo il lungo periodo passato sulle colline a combattere. Per dare soddisfazione a sua madre e per garantire un futuro alla sua relazione con Vanda, una giovane ragazza del paese della quale è innamorato, entra nella banda di un altro ex-partigiano, Bianco, che si dedica ad attività illegali. Vorrebbe cambiare vita ed aprire un distributore, ma tutto è inutile, il destino reclama la sua parte ed egli finisce schiacciato dal camion che avrebbe dovuto condurlo all’emancipazione.

Questo è un romanzo (anche se sarebbe più appropriato parlare di "racconto lungo") che affonda le proprie radici nel nostro dopoguerra, nella disillusione percepita da tutta quella generazione di combattenti che, riponendo nella Lotta di Liberazione le speranze di un cambiamento sostanziale del nostro Stato, aveva poi visto quelle stesse speranze tradite da una gestione del potere apparentemente democratica, da una povertà diffusa e non combattuta, dalla mancata epurazione dall’amministrazione dello Stato di coloro che avevano appoggiato il fascismo.

La paga del sabato è un’opera neorealista nella misura in cui Fenoglio vive questa realtà, cala in essa il suo personaggio e lo pone in contatto diretto con le contraddizioni morali che ne costituiscono la trama pudicamente taciuta eppure così diffusa. Ma a ben guardare, nell’intera produzione fenogliana vi è ben poco neorealismo se esso viene inteso nel senso classico del termine: non è questa la sede per trattare in modo approfondito questo argomento, ma è utile ricordare, a proposito de La paga del sabato, almeno il fatto che al nostro autore non interessi la storia di una classe di individui nella lotta quotidiana contro difficoltà comuni, bensì l’individuo davanti alla pesante e virile responsabilità di scelte non condivisibili.

Altamente significativa, da questo punto di vista, la scena della gita in collina per assistere alla cerimonia in ricordo della battaglia di Valdivilla: mentre tutti sono intenti o ad assistere al discorso dei membri del Comitato di Liberazione, o a percorrere con lo sguardo le colline, teatro delle battaglie condotte da ex-partigiani, Ettore si allontana e prova un forte senso di disagio e disprezzo nei confronti di se stesso, più volte scampato alla morte. E questo perché ora c’è qualcosa d’altro nella sua vita: Vanda e il bambino che ha in grembo. Un atteggiamento giustificabile, visto anche il successivo dialogo in cui Ettore comunica a Bianco il desiderio di ritirarsi dalla vita pericolosa condotta alle sue dipendenze. Passato qualche giorno, tuttavia, davanti a Vanda Ettore prova la stessa sensazione di disagio spirituale e fisico, inizia a rimpiangere la libertà della quale aveva sempre goduto.

In realtà, per Ettore la libertà è una necessità invincibile, che lo conduce a collegare la vita del partigiano a quella del bandito, così strettamente legate che, rinunciare all’una, significa rinunciare all’altra. Non esistono motivazioni ideali ed è inutile inculcarle con discorsi ben forbiti: quella del partigiano può essere un' esperienza individuale e totale, che consente di annullare il pensiero nella foga dell’azione, nell’ansia del pericolo imminente, nella necessità di una virilità che diventi un filtro per eliminare ciò che nel mondo è spirituale e ideale, ciò che ci rende prossimi alla nostra finitezza. In questo senso, essere partigiani ed essere banditi è la stessa cosa, ed in questo senso è giustificabile tutta quella parte del libro, spesso giudicata infelice, dedicata alle attività della banda di Bianco: le azioni paiono provenire da un film noir e paiono scaturire da un ambiente americano, più che piemontese. Tuttavia, il fatto di rendere protagonista di esse un ex-partigiano, fornisce un' implicazione totalmente diversa, che pare piuttosto avvicinare Ettore a quella tipologia di figure, così frequente nel cinema e nella letteratura, che dinanzi alla disillusione della guerra perdono qualsiasi attrattiva nei confronti della vita e, come i duellanti di Conrad, paiono godere della loro perenne sospensione ad un passo dall’abisso.

Come avveniva in Una questione privata, la libertà, la guerra, l’amore, sono tentativi di dare un senso alla propria vita destinati a fallire, con l’unica differenza che, in quel romanzo Fulvia, non comparendo, lasciava almeno intravedere in sé un minimo di speranza per il futuro. Le pagine nelle quali viene descritto il rapporto di Ettore con Vanda sono fra le più belle dell’intera produzione di Fenoglio, così cariche come sono di una taciuta disperazione, pronta a manifestarsi con gesti brutali e aggressivi, con abbracci nei quali annega il peso delle proprie esistenze, segni di un desiderio di possesso che travalica i limiti del normale rapporto tra uomo e donna. Il contatto fisico ne La paga del sabato è molto importante: sia che si tratti di pugni o di botte in genere, di abbracci o di "prese" allo scopo di trattenere la persona amata, i contatti fra le persone sono caratterizzati da una rozzezza e da una animalità di fondo: nascono dall’istinto, mostrano il lato più vero dei rapporti umani, vanno oltre le parole. Quando Ettore stringe sua madre,così come quando stringe Vanda, pare volere trarre da esse la sicurezza e la solidità che le parole non potrebbero mai comunicargli; quando colpisce gli avversari rivive nel gesto la vita partigiana, la mancanza di pensiero insita in essa.

Alla fine Ettore, come molti dei personaggi di Fenoglio, muore: l’autore, così come avveniva in Una questione privata, pare volere prendere le distanze dalle azioni del protagonista, punendolo per la logica negativa di cui si è fatto interprete lungo tutto l’arco della sua esperienza. Ettore è un personaggio creato da Fenoglio per se stesso, per avere un esempio davanti agli occhi, probabilmente per reagire a pensieri connaturati nella natura umana, ma inaccettabili. L’essere partigiani è ben altro, implica una scelta che è in primo luogo morale e che non può essere dimenticata, tanto più in anni come quelli nei quali questo romanzo è stato scritto, anni di disillusioni, di ideali traditi.

A cura della Redazione Virtuale

Milano 50 novembre 2001
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