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PAURA E CARNE E' UN NOIR SCRITTO DA GIORGIO TODDE AMBIENTATO NELLA SARDEGNA DELL''800

Paura e carne (2003)



Giorgio Todde, Paura e carne
Frassinelli, 2003
Collana narrativa, 249 pp.
Euro 14,00

Nella seconda metà dell’’800, a Cagliari, un giovane medico e studioso, Efisio Marini, dedito con crescente successo alla conservazione dei cadaveri, scopre l’autore di una serie di strani delitti – a cominciare da quello dell’avvocato Giovanni Làconi – dopo un susseguirsi di vicende e colpi di scena.

Un noir, dunque, verrebbe subito da dire se la qualità del romanzo non adombrasse un elemento di classificazione tutto sommato marginale, rispetto a ben più importanti aspetti di forma e di sostanza, di cui si dirà più avanti.

Il genere che fa da contenitore a questa storia, comunque - testimoniano gli eccellenti riscontri di pubblico e di critica ottenuti da Giorgio Todde coi precedenti romanzi: “Lo stato delle anime” (Edizioni Il maestrale, Nuoro, 2001) e “La matta bestialità” (Edizioni Il maestrale, Nuoro, 2002) – favorisce senz’altro un approccio diversificato da parte dei lettori, gratificati anche soltanto da una storia originale e avvincente.

Efisio Marini, dunque, già protagonista nei romanzi sopra citati, assume il compito di scoprire l’autore e il movente dei delitti, i sottili nessi che legano gli eventi alle persone e alle intenzioni, in un complesso, variegato intreccio di azioni, riflessioni, descrizioni che danno sostanza e spessore alla storia.

Marini, osserviamo subito, non è un lento e rigido investigatore che tutto affida all’intuizione personale, ma un razionalissimo scienziato la cui fede, e il cui successo nel condurre l’indagine, poggia proprio sulle ineludibili verità della scienza. Accidentale è il suo coinvolgimento nella complessa vicenda criminale – in soccorso all’autorità preposta. Ma egli perviene alle sue scoperte con naturalezza estrema: primato illuministico, appunto, della ragione.

Pur apparendo, Marini, un freddo e cinico osservatore della vita, egli, quella stessa vita, vuole conservarla pietrificandola coi suoi sali prodigiosi, fermarla nel suo ininterrotto nascere e disfarsi, distogliendola trionfalmente dal ciclo naturale a cui nessuna forma vivente sarebbe altrimenti esclusa. «Ecco, ecco il punto che non deve sfuggirvi: noi siamo davanti all’eternità e questo corpo bianco e peloso potrebbe diventare un minerale inalterabile e trattenuto da questa parte, tra di noi…» Il giovane imbalsamatore, con le sue contraddizioni, stranezze, miserie familiari è un originale demiurgo frequentatore della vita non meno della morte, per suggerne i misteri, i segreti, suscitando per questo soggezione e timoroso rispetto. Del resto, chi sono gli altri protagonisti, la comunità che fa da contorno e da sfondo alle vicende narrate? Figure assai lontane da Marini: figure orride, come Mintonio e i cavernicoli di S. Avendrace, o debolissima carne, bestialmente lussuriosa (l’avvocato Mamùsa) o ingorda e golosa (il reverendo Migòni). Quando non sono folli, crudeli come Michela Làconi, insospettabile serial killer ultra novantenne, capace di far staccare un braccio persino al proprio figlio, Giovanni, la prima vittima che fa scattare le indagini.

Si è detto della carne. La paura, invece, che cosa è? Belva impalpabile che pervade luoghi e persone, in perenne agguato nell’immota, sonnacchiosa città-casba dove tutto è possibile, e irrefrenabile: gli istinti primordiali dei suoi “strani abitanti”, i vizi nascosti che li corrompono e uccidono: come l’uso sfrenato dell’oppio e del laudano.

Una storia, questa, in cui lucido realismo si alterna a visioni deformanti della realtà. Realtà dilatata, compressa o distorta giocosamente, o ironicamente, per puro effetto o con intento metaforico.

Uomini, cose e situazioni sono così colti o reinventati nella loro essenza purissima, e paradossale. In fondo tutto è possibile, in questo mondo, quando non è impossibile per legge di natura!

I fili della storia vengono intessuti e sviluppati con perizia ed equilibrio, utilizzando le geometrie e le risorse del genere. La scrittura del romanzo, è attenta e controllata – nel lessico e nell’aggettivazione – con periodi agili e mai sovraccarichi.

Uno stile, però, che nulla sembra avere di casuale: privo di espressioni gergali o ad effetto, di banali contaminazioni linguistiche sulla scia di mode e tendenze.

Più intensa e ricca appare la scrittura di questo libro rispetto alle prove precedenti, osservando le descrizioni, l’ironia pervasiva, le riflessioni che s’addensano qua e là sui temi più disparati, lasciando affiorare weltanschauung e probabili ascendenze letterarie. «…Porti in tutti i momenti del giorno, persino a letto, una polvere e anche un odore che viene dall’aldilà…», immagine che richiama l’origine orfica, sciamanica della poesia, e dei primi cantori, ma che richiama pure il rapporto morte-arte presente nell’opera di Thomas Mann. In certe descrizioni – «Guardate questa gente, …Sono neri, piccoli, rissosi, pigri, mangioni, dormono dopo pranzi senza misura, hanno paura del mare e disprezzo per tutto quello che arriva da mondi diversi dal nostro!» - si avvertono echi dell’opera di Sergio Atzeni, scrittore cagliaritano scomparso otto anni fa, conoscitore della realtà isolana. Quando invece la visione si fa orrida, la realtà si deforma sinistramente, sembra di ritrovare certe atmosfere descritte da Friedrich Durrenmatt.

Molte, dunque, le qualità di questo romanzo, a conferma della bravura di Giorgio Todde e della possibilità di coniugare buona letteratura e successo di pubblico.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 05 agosto 2003
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