La pelle è il canto del cigno di una poetica apparentemente distaccata e cinica, su Napoli, l’Italia, la Vita

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La pelle (1949)


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Curzio Malaparte, La pelle
Mondadori, 2001,
Oscar classici moderni, 11a ed., 350 p.
Euro 7,23

a verità esistenziale di Curzio Malaparte è tutta nei suoi libri: esteta, decadente, verista, poeta, classico, narciso, romantico, pagano e molti altri aggettivi e sostantivi ancora… La sua scrittura è sostanzialmente (e quando si parla di sostanza qui la relazione è con la categoria filosofica) estetica e decadente.

La pelle
è il canto del cigno di una poetica apparentemente distaccata e cinica, nella realtà una romanza appassionata su Napoli, l’Italia, la Vita.

Durante la seconda guerra mondiale Malaparte era giornalista e durante gli ultimi mesi ufficiale di collegamento dell’esercito italiano con il contingente alleato. Della scrittura giornalistica conserva l’ordine freddo del discorso, della seconda esperienza la durezza del soldato.

Ma il tutto s’infrange , come onda e spuma su una roccia, sospinto da un lirismo classico e di poesia autentica: «Simile a un osso antico, scarnito e levigato dalla pioggia e dal vento, stava il Vesuvio solitario e nudo nell’immenso cielo senza nubi, a poco a poco illuminandosi di un roseo lume segreto, come se l’intimo fuoco del suo grembo trasparisse fuor della sua dura crosta di lava, pallida e lucente come avorio: finché la luna ruppe l’orlo del cratere come guscio d’uovo, e si levò estatica, meravigliosamente remota, nell’azzurro abisso della sera. Salivano dall’estremo orizzonte, quasi portate dal vento, le prime ombre della notte. E fosse per la magica trasparenza lunare, o per la fredda crudeltà di quell’astratto, spettrale paesaggio, una delicata e labile tristezza era nell’ora, quasi il sospetto di una morte felice.»

Neorealista – più legato al naturalismo francese (Maupassant, la stessa ossessiva cura nella campitura dei luoghi), ma anche l’astrattezza vischiosa e vorticosa dei quadri meno ottocenteschi di Turner – classico e moderno, del classicismo nutre il culto tragico della morte, vera protagonista del romanzo: la morte dell’anima, della dignità, di quel corpo oggettivato e pietrificato prima nel dolore e poi nella morte, la fine degli ideali di una fanciullezza mai esistita, offerta agli dei in cambio del nulla.

«Una bambina, qualcosa che assomigliava a una bambina, era distesa sulla schiena in mezzo al vassoio, sopra un letto di verdi foglie di lattuga, entro una grande ghirlanda di rosei rami di corallo. Aveva gli occhi aperti, le labbra socchiuse: e mirava con uno sguardo di meraviglia il Trionfo di Venere dipinto nel soffitto da Luca Giordano. Era nuda: ma la pelle scura, lucida, dello stesso color viola del vestito di Mrs. Flat , modellava, proprio come un vestito attillato , le sue forma ancora acerbe e già armoniose, la dolce curva dei fianchi, la lieve sporgenza del ventre, i piccoli seni virginei, le spalle larghe e piene.»

Romanzo posto all’indice per queste pagine di un cannibalismo vistoso e pagano, puramente estetico, la vera oscenità è il sentimento corale (e di nuovo la tragedia greca) di una città, di una nazione, di un’umanità di vinti e vincitori che si sono divorati.

Pasolini ha descritto Roma con la stessa energia violenta e cruda, con lo stesso distacco dell’anatomista che agisce su una collettività di cadaveri, con la stessa disperata passione dell’uomo-eroe vinto dal fato, della inutile lotta contro gli dei indifferenti. Malaparte possedeva una cultura profonda e multiforme, come D’Annunzio, il senso di aristocrazia del pensiero e il tentativo di fare del romanzo un’opera completa che racchiudesse musica, pittura, fotografia, poesia…

Ma tutta questa bellezza non compensa l’inquietudine di un nichilismo sofferto e ricco di piaghe: «Era un silenzio orribile. La luce era morta, l’odore dell’erba, il colore delle foglie, delle pietre, delle nuvole erranti nel cielo grigio, tutto era morto in fondo a quell’immenso, vuoto, gelido silenzio. Spronai il cavallo, che s’impennò, si buttò al galoppo. E fuggii gridando e piangendo attraverso la steppa, nel vento nero che correva qua e là nel giorno chiaro, come un cavallo cieco.»

Le descrizioni sono le parti più riuscite del romanzo, la definizione della trama e dei personaggi risulta, a volte, forzata, di maniera, mentre le immagini si srotolano e dispiegano occhi spalancati , stelle che stanno a guardare, in un naturalismo che quasi recupera un po’ d’innocenza: «Ma dove quel cielo appariva più delicato e crudele, era lassù, lungo l’orlo del muro ai piedi del quale stavano seduti i piccoli schiavi. Il muro che fa da sfondo al cortile della Cappella Vecchia è un alto muro a picco dall’intonaco tutto screpolato dal tempo e dalle stagioni, che una volta era senza dubbio di quel colore rosso delle case di Ercolano e Pompei, che i pittori napoletani chiamano rosso borbonico. Gli anni, la pioggia, il sole, l’abbandono, hanno stancato, addolcito quel rosso vivo, dandogli il colore della carne, qua rosea, là chiara, più in là trasparente come una mano davanti alla fiamma della candela. E fossero le screpolature, fossero le verdi macchie di muffa o quei bianchi, quegli avori, quei gialli smorti, propri della carne umana già stanca, già vecchia, già solcata di rughe, già prossima all’ultima, meravigliosa avventura del disfacimento. Grasse mosche erravano lentamente su quel muro di carne, ronzando. Il frutto maturo del giorno si faceva mézzo, si guastava, e nell’aria stanca, già corrotta dalle prime ombre della sera, il cielo, quel crudele cielo di Napoli, così puro, così tenero, metteva un sospetto, un rammarico, una felicità triste e fuggitiva. Ancora una volta il giorno moriva. E ad una ad una tornavano a rifugiarsi nel tepor della notte, come cervi e daini e cinghiali alla selva, i suoni, i colori, le voci, quel sapor del mare, quell’odor d’alloro e miele, che sono il sapore e l’odore della luce di Napoli.»

Ma le stelle non stanno sempre a guardare, alla fine, tipica dell’opera classica, la catarsi: il vulcano che vomita, erutta tutto quel dolore, quel marciume, quell’inutile affollarsi di larve, insetti, vermi, uomini e donne senza amore, perché l’amore li ha abbandonati e la compassione e la tenerezza e l’amicizia sono sentimenti che la guerra, vera e unica peste, ha spazzato via come lava sul cammino:

«Non vorrai darmi a intendere – disse Jimmy – che anche Cristo ha perso la guerra.

– E’ una vergogna vincere la guerra – dissi a voce bassa.»

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 24 maggio 2002
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