PER CURIOSITA', IL DESIDERIO DI SCOPRIRE E CONFRONTARSI NEL LIBRO CHE LO STESSO CESARE SEGRE DEFINISCE "UNA SPECIE DI BIOGRAFIA"

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Per curiosità (1999)


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Cesare Segre, Per curiosità
Einaudi, 1999
Gli struzzi
Euro 13,43

na vita esemplare di uomo e di studioso raccontata, attraverso quella che lui stesso definisce una specie di autobiografia. Cesare Segre, accademico dei Lincei, docente di Filologia romanza ed autore di opere critiche o commentate di rilievo mondiale, stupisce anche quando veste i panni — ed è la prima volta in assoluto — del narratore, scegliendo, come oggetto del raccontare, se stesso, la sua esistenza e, soprattutto, quelle preziose esperienze di cui rende partecipe il lettore.

Originale, e non poteva essere altrimenti, vista la sua profonda conoscenza (di chiara derivazione professionale) di ogni genere letterario, la scelta stilistica dello studioso di Verzuolo, il quale, in un turbinare di cambi di prospettiva e di ritmo narrativo, rievoca, tra dialoghi, autointerviste, immaginazioni e ricordi, la sua infanzia, la grande guerra, il suo percorso culturale e politico, le domande poste dalla religione, proiettando, infine, la sua riflessione verso il futuro, dove si giocherà la partita della sopravvivenza dell’umanità.

Consta di trenta capitoli il libro, il cui titolo, Per curiosità, è immediatamente indicativo di quale sia stata la molla dell’esistenza di Cesare Segre: la voglia di scoprire e confrontarsi, crescere e conoscere, propria soltanto dei grandi intelletti, abili anche a maneggiare gli strumenti dell’ironia e del sarcasmo, filtri necessari quando ad andare in scena è la realtà tragica, dolorosa — ma anche di profondo rinnovamento — del XX secolo: la terribile epoca che ha segnato mutamenti mai innanzi sperimentati. Un concetto, quest’ultimo, che l’autore ribadisce anche nella prefazione del libro e considerato, non senza motivo, soltanto una giustificazione per l’aver scritto (lui, non partecipe di eventi memorabili, curiosi o divertenti, degni di essere condivisi) un’autobiografia.

Ma ecco, più avanti, la rivelazione dell’intenzione scrittoria: i tempi apocalittici in cui Segre è vissuto, la loro prospettiva e il loro significato sono senza ombra di dubbio meritevoli di essere conosciuti dai più giovani, vittime di una sottrazione crudele e ingiustificata, quella della memoria, senza la quale guardare oltre è arduo. Un'ulteriore legittimazione deriva dall’attività di critico e teorico dell’autore, protagonista di eventi culturali decisivi, insieme con gli studiosi che hanno contribuito a determinarli.

Questo, dunque, il vero motivo della volontà di narrare, dove inevitabilmente si intrecciano i ricordi e i pensieri messi, però, in secondo piano dall’importanza dei fatti e minacciati da una memoria fievole dal punto di vista cronotopografico, anche se straordinariamente viva dal lato del bagaglio didattico che avvenimenti e reazioni portano con sé. La struttura si basa, così, sugli episodi della vita, i flash dei momenti rilevanti da fissare e da integrare in una serie di capitoli tra loro indipendenti.

Presenti, sebbene in misura più modesta, gli interventi autobiografici sfociati nella forma paradossale dell’autointervista, capace — spiega lo stesso Segre — «di evitare l’ipertrofia dell’io, e di facilitare transizioni e mises en relief», con il fittizio intervistatore a ricoprire il ruolo funzionale di spalla. Interessante anche l’artificio del dialogo tra due persone che parlano dell’autore, oppure l’alternanza della voce di Segre in prima persona, insieme con quella di un narratore esterno che lo individua per nome utilizzando la terza persona. Molti, comunque, restano i capitoli scritti in prima persona, nei quali, lasciati da parte gli artifici stilistici, prevale il semplice racconto del ricordo e degli affetti.

Difficile scegliere su quali momenti della narrazione e della vita di Cesare Segre porre l’attenzione, ma, a mio avviso (spinto a questa decisione anche da un forte trasporto emozionale scaturito dalla lettura) sono in particolar modo quattro i picchi più alti di questa «specie di autobiografia»: i capitoli XII, XVIII, XXIX e XXX.

Santità, questo il titolo del dodicesimo capitolo, una vera e propria lettera aperta firmata da Cesare Segre, ebreo laico e liberale, e indirizzata al Sommo Pontefice, Giovanni Paolo II, uomo del dialogo e della tolleranza. Lo spunto è la visita del Papa alla sinagoga di Roma il 13 aprile del 1986, il suo abbraccio con il rabbino capo Toaff, capace di cancellare, almeno per un attimo, millenni di sofferenze di un popolo, ingiustamente accusato di deicidio da una distorta e strumentale interpretazione biblica tradizionale. L’autore si interroga sui Vangeli, sottolinea l’appartenenza di Gesù Cristo alla razza ebraica — «Ebrei sono Gesù e la sua famiglia, ebrei gli amici: Marta, Maria, Lazzaro, Maddalena; ebrei sono i seguaci di Gesù, in particolare tutti gli apostoli. Le folle che applaudono Gesù e ascoltano la sua parola sono composte esclusivamente di ebrei» —, provando a comprendere quale sia il motivo misterioso per il quale i figli debbano pagare le colpe dei padri che sbagliarono nel decretare la morte di Cristo. La vittoria del Cristianesimo sull’Ebraismo è stata indubitabile e priva di contrapposizioni, ma questo non è servito ad appianare lo scontro, anzi, ha dato inizio alla persecuzione razziale protrattasi nei secoli e presente ancora oggi. Segre analizza la condizione del suo popolo, costretto dalla diaspora a vivere come minoranza tra una moltitudine che, in ogni istante e in poco tempo, poteva annientarla. Peggio ancora la condizione di capro espiatorio imposta agli ebrei dalla storia, frutto di becere convenienze da dare in pasto alle masse ignoranti. Il futuro sarà, comunque, di cambiamento, come si evince dalla chiusa del capitolo, dove, ripartendo dallo spunto iniziale, Segre auspica che quell’abbraccio epocale possa rappresentare il presupposto di un mondo nel quale i contrasti religiosi siano completamente assenti, cancellati anche da quel gesto profetico di concordia tra le due autorità religiose, per il quale l'anziano studioso sente in animo di ringraziare Sua Santità.

Nel capitolo XVIII — Papà — Segre ricorda la figura paterna, la sua scomparsa precoce e il dolore, ancora oggi vivo, per quella perdita. L’alternanza fra il racconto e la rievocazione di immagini ad esso legate è straordinariamente efficace sia per la nitidezza quasi cinematografica con la quale riemerge quel genitore tanto amato sia per la purezza emozionale dei sentimenti filiali, immutati nonostante il susseguirsi degli anni. Cesare è di nuovo quel bambino che si gira a guardare il padre mentre sono in bicicletta, o ad una festa, dove entra in scena l’esclusiva comunanza tra genitore e figlio. Poi il dolore per una cattiva notizia e la mente che corre alla napoletana che sorride sul fuoco e al sorriso paterno all’udire quel “rumore fatidico”. La preghiera, la veglia in ospedale e ancora un’immagine: il broncio di Cesare perché proprio quel giorno papà si era dimenticato di portare il giornale, e la paura che lui sia andato verso la morte con l’amarezza nel cuore, originata da quel litigio. Il tutto intriso dei ricordi della Seconda guerra mondiale, la sofferenza dovuta al solo fatto di essere ebreo, la perdita del lavoro, e di nuovo immagini paterne, come quando egli raccontava l’impressione suscitatagli dall’aver visto il tempio bombardato o la paura di quella volta, quando l’ufficiale nazista non si accorse del suo cognome, lasciandolo passare. E arriva la morte e con essa la disperazione di non avere come vivere, perché papà, nonostante i pochi mezzi di sostentamento, aveva voluto che Cesare, invece di insegnare in una scuola secondaria, si preparasse agli esami per la libera docenza. Passa un ricordo: il giorno della laurea, la tristezza soffocante di pensare a un futuro di grigio insegnante in un ginnasio a al liceo. L’angoscia di dover abbandonare la filologia. La morte paterna diventa un tradimento, Cesare rimane solo a combattere con le dure prove del quotidiano: diventare il perno della famiglia, riuscire soltanto oggi a pensare, senza piangere, a quel padre perduto, cui Segre, ritrovata la forza di parlargli, riconosce il merito di averlo reso il ragazzo di ieri e l’uomo di oggi — «se c’è qualcosa di buono in me, il merito è tuo».

Nel penultimo episodio del libro — Senilità —, l’autore esamina la condizione della vecchiaia, relazionandola al mondo e al progresso dei nostri tempi. Straordinaria, a dir poco, la percezione dell’età ormai avanzata, le difficoltà della memoria e del fisico e il vivere una situazione difficile se rapportata agli anni precedenti, quando tutto era diverso. Durante il periodo senile, inevitabilmente, si avverte l’avvicinarsi della morte, quella conclusione del tutto, così simile alla paura della malattia e della perdita dell’autosufficienza. Il sapere, gli anni passati a studiare, esaminare, confrontare, sviluppare temi, un esercizio che, nel momento in cui si avvicina il crepuscolo della vita, diventa sempre più incompiuto e statico, fermandosi agli stadi quasi iniziali. Portare con sé le tante conoscenze acquisite e i tanti anni di studio, destinati anch’essi a scomparire con la morte — «Che spreco!» — e poi sarà qualcun altro a riavviare la catena. Sapere, preventivamente, di non essere destinati alla fama, perché saranno gli studiosi che verranno in seguito a prevalere con nuove teorie che offuscheranno gli studi precedenti, perché la materia filologica di per se stessa sembra destinata, nel tempo, a scomparire. Infine, l’analisi di un mondo dal quale ci si dovrà staccare: bello, emozionante soltanto quando è mancato l’intervento dell’uomo a distruggere e alterare, quella stessa razza umana che ha inventato i miti dell’età dell’oro e dell’era messianica pur di non accettare la parabola della conclusione della specie. La giustizia dovrebbe portare tranquillità, serenità e armonia, ma essa «non è ancora alla nostra portata e chissà se potrà esserlo».

Profetico e analiticamente lucido l’ultimo capitolo del libro, Dialogo di Tristano ed un amico, nel quale Segre, riadattando un diaologo partorito dall’intelletto di Giacomo Leopardi, osserva con malcelato distacco le vicende contemporanee, giungendo, con un anticipo di diversi anni, ad individuare i problemi del nostro tempo: dalla questione politica alle guerre fino all’ambiente, inquadrati in una logica paradossale, ma, purtroppo, nell’attualità, reale. Non mancano i riferimenti al ruolo ricoperto dalla televisione — «… tutti gli uomini sono paghi di consumare molto tempo, anche molte ore al giorno, davanti a quei cubi che dicono “televisori”» — al triste declino della politica — «I favori cadranno sul candidato (o la candidata) più presente sugli schermi, che avrà sorriso meglio, che avrà accarezzato le aspirazioni più basse degli elettori, che avrà saputo raggirarli più trivialmente, magari raccontando barzellette; si può esser certi che quello avrà maggiori probabilità di successo» — alle recenti riforme dell’attuale esecutivo — «Uno era il federalismo, dato che da anni un movimento federalista, poi diventato secessionista, poi di nuovo federalista, pretende la separazione delle regioni del settentrione dal resto dell’Italia» — ai volti più o meno nuovi di Palazzo Chigi — «E siamo proprio in tempi in cui tutti si dicono liberali. Ma c’è un ma. L’uomo ricchissimo e potente che governa oltre a tre emittenti televisive, ad alcuni giornali e a tante altre imprese, anche l’opposizione parlamentare, è incappato in vari incidenti giudiziari». Inoltre, i conflitti mondiali, in preoccupante ascesa rispetto all’inizio e alla metà del Novecento — «Mi spiace, ma devo deludervi. Il numero di guerre scoppiate nel secolo scorso è altissimo: un elenco aggiornato non esiste nemmeno; nessun continente ne è scampato. Anche a limitarsi al grezzo calcolo delle vittime, si raggiungono e superano le centinaia di milioni. Sono variamente motivate: religiose, razziali, tribali, commerciali, nazionalistiche, espansionistiche. Ciò che le caratterizza è il continuo perfezionamento delle armi, ogni volta più distruttive» — e l’ambiente, violentato e corrotto dal genere umano — «Eppure non vi ho detto ancora il peggio. Gli uomini hanno considerato il pianeta in cui vivono come cosa loro, e ne hanno fatto un uso dissennato». «Ma c’è un aspetto che supera tutti gli altri. È il problema della spazzatura… noi viviamo tra la spazzatura, in attesa di essere divorati dalla stessa spazzatura.»

Regna, nonostante tutto, nelle ultime righe del libro, la speranza: «Preferisco prendere i vostri discorsi come un grande sistematico esercizio scherzoso di spaurimento, e restare convinto che il mondo, a partire dal 2000 ormai imminente, saprà raggiungere presto una condizione di pace perfetta… E non ditemi che ora le parole mie rischiano d’essere imputate di sarcasmo.»

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 6 ottobre 2004
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