Mario Tobino ci mette nelle condizioni di osservare la malattia mentale dal punto di vista “clinico” negli anni della legge 180, detta legge Basaglia

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Per le antiche scale (1972)



Mario Tobino, Per le antiche scale
Mondadori, 2001, Oscar classici moderni
Pp. 206+XI, ¤ 6,20

«Il 7 aprile 2002, l’Organizzazione Mondiale della Sanità in occasione della giornata mondiale della salute mentale, additava la legge italiana "dei manicomi", meglio nota come legge 180, come l’unica in grado di affrontare in termini di lotta all’esclusione e di costruzione di percorsi di cura, di reintegrazione e di rimonta sociale lo stigma e la discriminazione che ancora in ogni paese, specie in quelli occidentali, colpisce le persone affette da disturbo mentale.» (Giuseppe Dell’Acqua, Direttore dipartimento salute mentale di Trieste)

osì come una perla nasce dal difetto di una conchiglia, la schizofrenia può far nascere opere incomparabili.» Viene più volte da pensare al saggio di Karl Jaspers:, Genio e follia, trasportati dalla suggestione delle note di sassofono che rieccheggiano negli ambienti del vecchio convento riadattato a manicomio. Vi si ritorna con la mente, quando l'interpretazione di una sonata per pianoforte è brutalmente interrotta dal suono inquietante del coperchio che viene improvvisamente abbassato sui tasti, a fermare, insieme a quello armonico, il flusso incontrollabile della memoria, su un ricordo forse divenuto insopportabilmente cocente. Per i "sani" il pericolo è questo: rimanere incantati a contemplare il mistero che si cela dietro una mente malata e scordare la sofferenza dell'individuo che la possiede.

In Per le antiche scale Mario Tobino ci mette nelle condizioni di osservare la malattia dal punto di vista “clinico”, quello cioè del medico ospedaliero e la malattia è per il medico, soprattutto il nucleo intorno a cui ruota una comunità: un microcosmo fatto di dottori, amministratori, infermieri e pazienti. Per il medico la malattia è una porzione di vita, una teoria di eventi delimitata da due date che stabiliscono un “prima” e un “dopo” e divide la prima età dalla terza età.

Prima e dopo. Un tempo che, negli ospedali psichiatrici, è una nozione relativa, un dettaglio reso irrilevante dalla pazzia, che potentemente lo dilata, lo accorcia o addirittura lo ferma, ripresentando instancabilmente gli stessi enigmi, gli stessi misteriosissimi rebus, all’infinito... I pazzi, a volte, sembrano inadeguati proprio a gestire il rapporto che esiste fra la propria provvisorietà terrena e un’eternità che si coniuga con l’infinito, che rende qualsiasi azione irrilevante di fronte all’immensità del cosmo.

Negli anni ’50 oltre 100mila cittadini si trovavano internati negli ospedali psichiatrici. La funzione prevalente dei manicomi era quella di contenere una serie di “problemi”: oltre a persone propriamente con disturbi mentali, vi si trovavano anche disabili gravi e gravissimi, disadattati sociali, emarginati, alcolisti. C’era perfino chi, nato tra le mura del manicomio, vi trascorreva tutta la vita. Il ricovero, quasi sempre deciso da altri, era obbligatorio e spesso durava fino alla morte. Il criterio per l’internamento era la presunta pericolosità o il "pubblico scandalo" ed è quindi evidente che la funzione del manicomio era solo in minima parte di "cura”.

Ecco quindi che l’unico modo di battere la malattia mentale sembra quello di negarla, di chiudere i manicomi e di rimandare i malati a casa, tra la gente “normale”, il che finisce per attribuire un po’ di pazzia anche a questa cosiddetta “normalità” contemporanea e, conseguentemente, anche un po’ di normalità alla pazzia.

Era il 1952, un tempo in cui tutto andava progressivamente mercificandosi, quando Jaspers, che studiò i casi di famosi artisti schizofrenici come Strindberg, Van Gogh e Holderling, avanzò la candidatura della follia come condizione di ogni autenticità. «Viviamo – scriveva – in un’epoca di imitazioni e di artifizi, in cui ogni spiritualità si converte in affarismo e ufficialità, in cui tutto viene fatto in vista di un rendimento, in cui la vita è una mascherata, un tempo in cui l’uomo non perde mai di vista ciò che è, in cui la semplicità stessa è voluta e l’ebrezza dionisiaca fittizia come l’arte che la esprime, arte di cui l’artista è troppo consapevole, e compiaciuto d’esserlo. In una simile epoca è forse la follia la condizione di ogni autenticità...?»

Sembra anticipare Jaspers quello che la società avrebbe finito per fare, Italia in questo caso all’avanguardia: riprendersi la follia, in uno sforzo forse estremo di riguadagnare anche un briciolo di autenticità.

Il periodo che interessa l’esperienza di Mario Tobino è quello tra gli anni antecedenti il II conflitto mondiale, e il 1972. Egli è quindi testimone interessato, in quanto psichiatra egli stesso, della trasformazione che si verifica. A partire dalla seconda metà degli anni ’50, infatti, l’ambiente psichiatrico occidentale è attraversato da un movimento che mette in discussione il manicomio, orientandosi verso nuove modalità di approccio nei casi di malattia mentale. In Italia questo movimento ha il suo epicentro nella regione tra Gorizia e Trieste, grazie all’iniziativa di Franco Basaglia. (In Italia, a simbolo della campagna per promuovere la riforma fu spesso rappresentata un'opera molto incisiva: l' Enrico IV, tratta dal repertorio del teatro pirandelliano).

Ecco quindi che, nella malattia mentale descritta dallo scrittore lucchese esiste un “prima”, un mondo in cui ci sono manicomi e matti, dove la figura dello psichiatra è insieme patriarcale, autorevole e carismatica, e un “dopo”, fatto di “casi” che emergono da una routine ospedaliera destinata velocemente stemperarsi nella pratica ambulatoriale polverizzata sul territorio. Le due parti in cui è diviso il libro riducono anche sistematicamente la materia che Tobino ci trasmette a uno schema: un organigramma che colloca all’apice il primario e poi scende di livello in livello tra i giovani praticanti, gli amministratori, gli infermieri, i matti.

In un primo lungo capitolo il dottor Anselmo, giovane ed entusiasta psichiatra, indaga e ricostruisce dal racconto degli infermieri più anziani, la figura del mitico dottor Bonaccorsi, un primario ormai scomparso, che è anche il simbolo di un’epoca. Toccato in prima persona dalla pazzia (la famiglia da cui proviene è portatrice di schizofrenia e una sorella si trova rinchiusa nel manicomio) il Bonaccorsi abbraccia la professione come una vocazione, una missione da portare avanti attraverso lo studio, e una promessa: quella di non riprodursi, per non perpetuare con la prole il marchio della pazzia.

Il Bonaccorsi, vive in ospedale da cui raramente esce, se non per battere le campagne circostanti sul proprio calesse, per reclutare gli infermieri tra i contadini. Una pratica lungimirante. Le reclute, che vanno a costituire un corpo affidabile e dedicato, «...non si sono scordate l’acutezza che ci vuole in ogni coltivazione, che sapienza, e il profondo buon senso, quell’umanità che non si dimostra a parole ma si fa viva con i fatti, in ogni ora della giornata. In più, esse non si stancano facilmente, abituate come sono al secolare travaglio dei campi.» Saranno proprio gli infermieri a soffrire più acutamente, quando il medico, raggiunto il limite della pensione, lascerà l'ospedale, andando a vivere in un appartamento in città.

Nell’economia del romanzo, con la morte del Bonaccorsi, si conclude anche un’epoca e albeggia l’età moderna.

In questa seconda parte l’interesse è spostato sui malati. Il diagramma è completato da un livello in cui possiamo immaginare le celle riconvertite del vecchio convento, come una serie sconfinata di caselle, ciascuna corrispondente a un paziente, nella memoria ordinata e metodica dello psichiatra. Questa seconda parte è composta da diciannove capitoli, che rappresentano i casi che per la loro originalità o per la loro poesia emergono da una moltitudine indistinta.

Progressivamente il dottor Anselmo acquista la percezione di come si tenda a sdrammatizzare la follia, «dichiarandola non pericolosa, affermare che non esiste; e non vogliono riconoscere neppure quando tragicamente si presenta. E se delle volte la pazzia li colpisce proprio sul muso, che è impossibile dire di no, allora ripiegano sulla società, incolpano questa, che è malformata, la società, la profonda causa delle malattie mentali.»

Mario Tobino ci delinea il dramma di un personaggio che, nel corso della sua vita professionale, vede crollare, insieme al proprio modello di riferimento, il “mitico”, dottor Bonaccorti, romantico e paternalistico, inesorabilmente tutto il mondo che circonda se stesso, a cui è pervicacemente attaccato. Il dottor Anselmo mal sopporta le tesi progressiste, le subisce, e intanto registra gli ultimi fuochi di un mondo che sa destinato a scomparire. Da clinico osservatore si fa testimone del passaggio dal “prima” al “dopo”. E in mezzo un universo popolato da personaggi leggendari che, come i marinai delle navi di un tempo, ingaggiano lotte furibonde con gli elementi: i venti, i flutti, l’oscurità della notte, la sconfinata distesa. E quando la morte giunge a por termine alla vita di uno di loro, da «vecchio capitano, sa con chi tratta. Certamente si era presentata con un sorriso: “Rimonta a bordo!” Bongi, la giacchetta gettata su una spalle, aveva di nuovo finalmente attraversato la passerella.»

Per il dottor Anselmo, il manicomio era soprattutto uno straordinario contenitore di poesia.

Quanto a Tobino, sappiamo quale fosse la sua posizione, rispetto alla trasformazione. Non era d'accordo. Era un medico anomalo in quanto scrittore, ma era anche uno scrittore anomalo in quanto medico. Di lui scrisse Geno Pampaloni: «Il suo realismo efficacemente lirico di fondo autobiografico non è mai fine a se stesso, ma è per così dire sempre un’apertura di credito, un apassionato colloquio verso il segreto della realtà» (dalle note all’edizione 2001 Oscar Mondadori).

Con questo libro Mario Tobino ha vinto il premio Campiello 1972

24 giugno 2002
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Mariangela Basilicata, S.Maria a Vico (Caserta), 12/05/'04

Non pensavo che un libro del genere non abbia scaturito nessun commento di nessun genere! Personalmente l'ho trovato molto interessante, soprattutto molto realistico.Mi ha fatto toccare da vicino un problema che è molto diffuso nella nostra società ma purttroppo poco discusso.Mi ha inoltre fatto capire che ognuno di noi si comporta in un determinato modo a seconda della sua vita passata, è come se avessimo ricevuto un'educazione dal nostro passato, spensierato o turbolento che sia. Questo libro mi ha trasmesso davvero tanto, e mi ha fatto ricordare che in fondo dietro qualsiasi comportamento (di un malato)si gela un sentimento altrettanto profondo e soprattutto forse più sincero che una qualsiasi altra persona è in grado di donare!




http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 20 lug 2006

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