UNA RACCOLTA DI POESIE INTROSPETTIVE DELLA POETESSA SICILIANA MARGHERITA RIMI

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Per non inventarmi (2002)


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Margherita Rimi, Per non inventarmi
Edizioni Kepos, 2002
pp.91, Euro 13,00
Prefazione di Marilena Renda
Nota di Nuccio Mula

e settantuno poesie che compongono la raccolta di Margherita Rimi Per non inventarmi – l’ultima, dopo Traccia d’interiorità, Cultura Duemila, Ragusa 1990, e la silloge Righe mancanti, AA.VV., Il volto dell’altro. Itinerari tra alterità e scrittura, Kepos, Castelvetrano-Palermo, 2001 – delineano un paesaggio interiore scavato nella pietra dura, nell’ossidiana tagliente di uno sguardo preciso e instancabile nell’inseguire, registrare pensieri ed emozioni.

Una perlustrazione inesausta, dunque, un battere il terreno palmo a palmo: le zone desolate, quelle in ombra, quelle impervie, e le voragini dove radica il dolore, le ragioni ultime del nostro agire. Per ricostruire, così, una geografia, una mappatura dell’essere e dei suoi confini, certi e prontamente sondabili: pareti che ci restituiscano la nostra voce, il senso e la misura della nostra presenza nel mondo.

Una creatura specialissima è quella che si aggira in questi territori: senza difese, senza pelle, in perenne tensione e trasformazione (Mi vesto/nel vuoto di un corpo/che malvivente/si deforma). Tutto sembra entrarle dentro, sprofondando strato su strato fino al fondo della coscienza che, ferita, si interroga con attonito distacco (Quale folla/domani ci toccherà/Sempre gli stessi occhi/sul tutto che ripassa/ancora in croce/per essere guardato). Una vulnerabilità che cessa di essere tale sulla soglia della consapevolezza: unico strumento di difesa, di neutralizzazione della vita coi suoi disequilibri laceranti, trance de vie verso la sua accettazione, pur nella disillusione (Non torna più niente/Come ieri/Niente si compie come dovuto/e come dovuto scompare/Abituo parti di me stessa/a distaccazioni.)

Una nuova toponomastica sembra qui auspicarsi, per una rispondenza tra il nome delle cose e le cose, e la loro collocazione; tra la promessa del nome, evocata, e la sua riscontrata essenza, in un rinnovato patto di autenticità e verità. Recitano i versi di Virginia Woolf (Le onde), che aprono la raccolta: «Qual è la frase per la luna?/E la frase per l’amore?/Con che nome/dobbiamo chiamare la morte?/Non lo so./Ho bisogno di un gergo/come quello degli innamorati.»

L’amore o altro stato di grazia necessitano, quindi, per fare questo. Ma nel contempo resiste l’illusione, la sua umanissima necessità («Ho lasciato/che i miei occhi/diventassero ciechi/perché tutto/fosse creduto…»; oppure «…Questi occhi che non vedono più/oscurità che mi consola/…»).

Ma l’indagine di Margherita Rimi non è un’operazione solipsistica, limitata al solo scavo nell’ego – per altro, nient’affatto estranea alla sua professione di neuropsichiatra – irradiandosi, invece, concentricamente, prima verso l’altro - un altro significativo dal punto di vista relazionale (madre, compagno etc.) – e le complesse interazioni che ne derivano, e poi, da ultimo, verso il contesto ampio del paradigma sociale, dove la condizione dell’individuo, o degli individui spesso si rivela patologia e dramma diffusi, in una dimensione fenomenica storicamente plausibile:

Riparami madre
Dalle tue braccia
Dai tuoi “sogni infranti”
dai malcurati amori
dai tuoi terrori
Non parlarmi più
Devi trovarmi
Devi indovinarmi
Il tuo spavento
d’esistere
è pure
il mio

Fragilità e spavento di esistere: condizione soggettiva e tragedia epocale sul filo di traumi concatenati e interscambiati da madre in figlia; e da queste alla comunità. Una comunità sempre più implosiva di tragedie, spesso, del tutto imprevedibili. L'abbraccio materno, qui, non protegge, ma diviene origine, prima, e specchio, poi, delle paure e delle angosce filiali, determinando così la rottura di un archetipo tramandatosi di generazione in generazione. Ma ciò non ostante la figlia si rivolge a questa sua madre - e non ad altri - con fede disperata: «Riparami madre/dalle tue braccia/dai tuoi "sogni infranti"/dai malcurati amori/dai tuoi terrori...» Più invocazione che recriminazione, soprattutto quando aggiunge: «Non parlarmi più/Devi trovarmi/Devi indovinarmi.» Quasi rassicurandola e confortandola, con indulgenza e pietà: «Il tuo spavento/d’esistere/è pure/il mio.»

Al di là delle ragioni e dei torti, proprio nei sentimenti di pietà e di indulgenza sembrano indicare questi versi una possibilità di salvezza, forse l’unica: cosa diversa dal recriminare sterile, dalle rotture senza rimedio.

Forte è il segno qui impresso, la visione degli effetti disgreganti dell’umano agire, che passa per la relazione madre-figlia, ma anche per quella società-madre-figlia, e viceversa, come bene esprime la poesia “Generazionale”:

Cosa abbiamo creduto
Lasciata in piedi
non so più ricadere
né rincorrere
una croce che manca
Inizio come te
sdottrinata
muta a dondolare.

Solitudine, apatia, autismo, coazione, incapacità di cambiamento, di palingenesi sulla cenere degli errori, di presa in carico di responsabilità e pene. Incomunicabilità generazionale, appunto, e relazionale. In particolare, tra sessi: «L’impossibile passaggio/delle tue labbra/tra i miei desideri; Mi volevi/Quello/Che non potevo/Essere.; Passo il tempo/a non conoscere/il cuore degli uomini.; Quando di me/non sapevo che farne/cosa ti faceva mettere/le mani/nel mio cuore.»

Talvolta, la solitudine e il nascondersi è semplicemente un vezzo, strategia tutta femminile per attrarre a sé: «Così sola/Così nascosta/per sorprenderti/per farmi trovare.»

Va sottolineato, qui, il rapporto con la parola: «Ascolto parole/No so per cosa/Mi raccontano/Per cosa vengono/Per cosa/Se ne vanno.; Niente ci salva/Nessuna parola/ci assomiglia.; Troppe parole/abusano di me/rimasta intatta/a non saper/che dire; Migliori di me le parole/ad unirmi/a riportarmi al cuore.»

La poesia di Margherita Rimi non canta la natura, né la quotidianità coi piccoli eventi che vanno poi, magari, a confluire nella grande storia (guerre, avvenimenti politici, sociali, di cronaca etc). Essa è, invece, essenzialmente, poesia dell’interiorità, degli stati d’animo, delle patologie emotive, delle ferite e abrasioni prodotte dalla collisione con la vita, dall’attrito ustionante con essa, che fa urlare e gemere. Un’interiorità che però, è bene ribadire, trascende l’individuo e la tragicità della sua vicenda personale, per assumere proporzioni ben più ampie e significative.

Vi è concentrazione e intensità in queste poesie fatte di pochi versi, liberi, essenziali, che l’ellissi scarnifica ulteriormente. E seppure il linguaggio usato è in larga misura semplice, moderno, privo di pretenziosità stilistiche, il lettore è chiamato non di rado, e non di meno, a sostare a lungo sui versi, per suggerne un senso che sfugge, a volte, e che si avverte prezioso, irrinunciabile, al pari di quelli compresenti al nostro esistere, che da sempre inseguiamo.

La secchezza dello stile, le consonanze tematiche ci richiamano Emily Dickinson. Della nostra potrebbero infatti essere questi versi della poetessa americana: «C’è un vuoto nel dolore:/Non si può ricordare/Quando iniziò, se giorno/Ne fu mai libero. » (650).

Una poesia meditata e matura, dunque, questa di Margherita Rimi che - discosta da novecentismi mode e tendenze attuali - sa darci con originalità e serietà una lettura lucida, folgorante e convincente sul mondo che siamo, nel profondo, e nel fitto delle relazioni in cui viviamo, oltre la superficie abbacinante della vita.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 13 aprile 2004
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