PICCOLO MANIFESTO DEI COMUNISTI (SENZA CLASSE NE' PARTITO), LA LIBERTA' DELLO SPIRITO DI ELSA MORANTE

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Piccolo Manifesto dei Comunisti (senza classe né partito)


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Elsa Morante, Piccolo Manifesto dei Comunisti (senza classe né partito)
Edizioni Nottetempo, Roma 2004 - postfaz. di Goffredo Fofi
I sassi, pp. 27
Euro 3,00

l comunismo di Elsa Morante non è il comunismo ufficiale ma un umanesimo religioso, che non nega Dio e non maledice l’“oppio dei popoli” («In mancanza di compagni o di seguaci, di ascoltatori o di spettatori, lo spirito libero è tenuto alla sua lunga marcia lo stesso, anche solo di fronte a se stesso e dunque a Dio»).

I tredici punti del Piccolo Manifesto riguardano soprattutto la vergogna del Potere (che crea il «binomio: padroni e servi – sfruttati e sfruttatori») e la morale della rivoluzione, che spezza l’ordine imposto dal Potere, contro l’uomo e contro Dio. La libertà dello spirito è l’«onore dell’uomo» e «anzi la realtà integra, propria e naturale dell’uomo».

La rivoluzione è «un atto di violenza», come scrive Mao Zedong nel Libretto rosso. Ma negli stessi anni in cui il Libretto rosso è pane quotidiano, Morante spiega che «se in nome della rivoluzione si riafferma il potere, questo significa che la rivoluzione era falsa, o è già tradita». L’atto di violenza esteriore banalizza e rende mostruoso un atto che dovrebbe essere interiore e individuale: la vera rivoluzione si fa anche da soli, anche in carcere, «affermando […] la libertà dello spirito dovuta a tutti e a ciascuno».

Per Morante, senza libertà non c’è onore; senza onore e senza libertà non c’è bellezza; senza libertà l’arte è impossibile in quanto immorale («Nessuna cosa può essere bella se è un’espressione della servitù dello spirito, ossia un’affermazione del Potere. E viceversa»: il bello non può essere asservito, nessuna servitù è bella).

L’elenco dei rivoluzionari dello spirito è straordinario, e spiega bene la tendenza estetico-religiosa di Morante: «È quanto hanno fatto Cristo, Socrate, Giovanna d’Arco, Mozart, Cechov, Giordano Bruno, Simone Weil, Marx, Che Guevara, ecc. ecc. ecc.»

Lo stile del pensiero è libero e artistico: tautologico (una cosa ne comporta un’altra, ma la seconda cosa è già nella prima: il bene è il bello e il bello è il bene) e caotico (i nomi esemplari appaiono senza ordine). L’unità è nella coerenza di base della ricerca.

L’identificazione del Bene con il Bello e la Libertà fonde la prospettiva greca con la speranza cristiana: la base è l’amore che — come ha scritto Platone, e si tratta di una delle citazioni più amate da Simone Weil — «non fa e non subisce violenza».

Il tema della violenza è centrale nella Lettera alle Brigate Rosse, incompiuta e non pubblicata fino al 1988. La rivoluzione cercata dai terroristi è «stuprata e tradita», in nome del principio, più fascista che rivoluzionario, del fine che giustifica i mezzi. Ritenerlo vero o comportarsi come se fosse vero «è sicura insegna di falsità».

Se il bene, l’onore, la libertà, la morale, la bellezza e la non-violenza coincidono, il disprezzo per l’altro uomo implica una rinuncia all’intera catena. Non ci possono essere bene, onore, libertà, morale e bellezza se «vige la sopraffazione dell’uomo sull’uomo», anche se fatta in nome della rivoluzione. Che è pseudorivoluzione, in questo caso: una sostituzione della prima violenza con la seconda, e «chi non si vergogna di una simile oscenità non può rendersi credibile»; è, intimamente, se non partiticamente, fascista.

Queste riflessioni stanno tra il 1968 e il 1978. È l’arco di tempo in cui cresce il romanzo La storia e, dopo la pubblicazione (1974), il suo successo di pubblico, accompagnato da critiche durissime alla sua mancata politicità (in senso volgare) e al suo stile.

La grande Storia è la storia della violenza; la piccola storia di Ida e Useppe contiene mediazioni che la grande Storia non conosce. L’umiltà non è ancora “libertà dello spirito”, ma contrasta, per la sua sola esistenza, con il male, la violenza e il Potere.

Il Potere è feroce perché è impersonale; i suoi gestori ne sono più i manipolati che i manipolatori; la storia piccola è ancora fatta da persone.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 18 ottobre 2004
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