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PICCOLO MANIFESTO DEI COMUNISTI (SENZA CLASSE NE' PARTITO), LA LIBERTA' DELLO SPIRITO DI ELSA MORANTE |
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Piccolo Manifesto dei Comunisti (senza classe né partito) |
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La rivoluzione è «un atto di violenza», come scrive Mao Zedong nel Libretto rosso. Ma negli stessi anni in cui il Libretto rosso è pane quotidiano, Morante spiega che «se in nome della rivoluzione si riafferma il potere, questo significa che la rivoluzione era falsa, o è già tradita». Latto di violenza esteriore banalizza e rende mostruoso un atto che dovrebbe essere interiore e individuale: la vera rivoluzione si fa anche da soli, anche in carcere, «affermando [ ] la libertà dello spirito dovuta a tutti e a ciascuno». Per Morante, senza libertà non cè onore; senza onore e senza libertà non cè bellezza; senza libertà larte è impossibile in quanto immorale («Nessuna cosa può essere bella se è unespressione della servitù dello spirito, ossia unaffermazione del Potere. E viceversa»: il bello non può essere asservito, nessuna servitù è bella). Lelenco dei rivoluzionari dello spirito è straordinario, e spiega bene la tendenza estetico-religiosa di Morante: «È quanto hanno fatto Cristo, Socrate, Giovanna dArco, Mozart, Cechov, Giordano Bruno, Simone Weil, Marx, Che Guevara, ecc. ecc. ecc.» Lo stile del pensiero è libero e artistico: tautologico (una cosa ne comporta unaltra, ma la seconda cosa è già nella prima: il bene è il bello e il bello è il bene) e caotico (i nomi esemplari appaiono senza ordine). Lunità è nella coerenza di base della ricerca. Lidentificazione del Bene con il Bello e la Libertà fonde la prospettiva greca con la speranza cristiana: la base è lamore che come ha scritto Platone, e si tratta di una delle citazioni più amate da Simone Weil «non fa e non subisce violenza». Il tema della violenza è centrale nella Lettera alle Brigate Rosse, incompiuta e non pubblicata fino al 1988. La rivoluzione cercata dai terroristi è «stuprata e tradita», in nome del principio, più fascista che rivoluzionario, del fine che giustifica i mezzi. Ritenerlo vero o comportarsi come se fosse vero «è sicura insegna di falsità». Se il bene, lonore, la libertà, la morale, la bellezza e la non-violenza coincidono, il disprezzo per laltro uomo implica una rinuncia allintera catena. Non ci possono essere bene, onore, libertà, morale e bellezza se «vige la sopraffazione delluomo sulluomo», anche se fatta in nome della rivoluzione. Che è pseudorivoluzione, in questo caso: una sostituzione della prima violenza con la seconda, e «chi non si vergogna di una simile oscenità non può rendersi credibile»; è, intimamente, se non partiticamente, fascista. Queste riflessioni stanno tra il 1968 e il 1978. È larco di tempo in cui cresce il romanzo La storia e, dopo la pubblicazione (1974), il suo successo di pubblico, accompagnato da critiche durissime alla sua mancata politicità (in senso volgare) e al suo stile. La grande Storia è la storia della violenza; la piccola storia di Ida e Useppe contiene mediazioni che la grande Storia non conosce. Lumiltà non è ancora libertà dello spirito, ma contrasta, per la sua sola esistenza, con il male, la violenza e il Potere. Il Potere è feroce perché è impersonale; i suoi gestori ne sono più i manipolati che i manipolatori; la storia piccola è ancora fatta da persone. A cura della Redazione Virtuale Milano, 18 ottobre 2004 |
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I commenti dei lettori
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