PINOCCHIO, DI CARLO COLLODI, DALLA FIABA AL ROMANZO PICARESCO, DALLA TRADIZIONE ORALE AL TEATRO POPOLARE

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Pinocchio (1893)


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Carlo Lorenzini, detto Collodi, Avventure di Pinocchio
Giunti (Gruppo Editoriale) 1994
L. 16.000 Euro 8.26

Le Avventure di Pinocchio.Storia di un burattino
Il Narratore Audiolibri
4 CD o 4 Audiocassette
Durata: 280 minuti
Lettura di : Moro Silo

scito a puntate sul «Giornale per i bambini» a partire dal 1881, le Avventure di Pinocchio venne pubblicato in forma completa e definitiva nel 1893, con le illustrazioni di Enrico Mazzanti. Il lungo lavoro di composizione copre anni cruciali per l’Italia, che da poco aveva conquistato l’indipendenza e sentiva fortissimo il problema di creare dal nulla un’identità nazionale, con un sistema ideologico comune. Non a caso, in questo stesso periodo (1886) vide la luce un romanzo destinato a diventare il «manuale del perfetto cittadino» ad uso dei fanciulli: stiamo ovviamente parlando di Cuore, di Edmondo De Amicis. Anche il libro di Collodi può a buon diritto essere inserito in questo filone «nazional-pedagogico»: non bisogna però dimenticare che in Pinocchio confluì un ben più vasto patrimonio di esperienze e culture, dalla tradizione orale al teatro popolare, dalla fiaba al romanzo picaresco.

La storia è arcinota, segno inoppugnabile di una duratura popolarità, che ha fatto di quest’opera un classico della letteratura, e non solo per l’infanzia. Nelle vivaci peripezie del celebre burattino è possibile riconoscere il ripetersi di uno schema fisso, che richiama uno dei movimenti tipici del romanzo di formazione: messo alla prova, vuoi dal Gatto e la Volpe, vuoi dall’amico tentatore Lucignolo, Pinocchio cede, trasgredisce le regole e di conseguenza subisce una degradazione, il cui punto più basso sarà la trasformazione in asino, di apuleiana memoria; segue quindi il pentimento e la riabilitazione fisica e morale del personaggio, fino all’esito finale, che vede il burattino di legno trasformarsi definitivamente in un ragazzo in carne ed ossa. È un modello di racconto elementare, facile da mandare a memoria e ripetibile come una filastrocca, tanto semplice e lineare da permettere di spostare i diversi blocchi narrativi all’interno della favola senza che l’economia generale ne venga disturbata più di tanto, senza stravolgere o perdere il senso: l’importante, il "succo" della storia lo si afferra comunque, ed è che per diventare veri uomini, per abbandonare il nimbo dell’infanzia dove l’individuo è come un burattino in balìa degli eventi, occorre comportarsi bene, ossia rispettare le norme della morale comune. Osserva Paul Hazard: «Se si dovessero riassumere i precetti del libro, ecco ciò che si avrebbe: vi è un giustizia immanente che ricompensa il bene e punisce il male; e poiché il bene è vantaggioso, bisogna preferirlo». Una sorta di opportunismo morale, insomma, che ben rispecchia la temperie politica e sociale dell’Italia post-unitaria, preoccupata di fondare uno statuto etico e ideologico buono per tutti i cittadini, quei neo-italiani che ancora non avevano un’idea di patria o di società in cui potersi riconoscere.

Ma Pinocchio è uno di quei casi in cui la vitalità dell’opera supera di gran lunga il progetto narrativo che la sottende: nessuno ricorda il simpatico pupazzo di legno come «latore di valori morali» o come simbolo del bene che trionfa sul male. In realtà, se questa favola continua ad essere letta in tutto il mondo, dopo centoventi anni, è per la simpatia senza riserve suscitata dal suo protagonista, così vicino, nelle sue debolezze e incoerenze, ai lettori piccoli e grandi: diciamo la verità, la trasformazione in ragazzino vero lascia un po’ l’amaro in bocca... Ci immaginiamo il suo futuro di figlio e scolaro modello, così grigio e monotono se paragonato alle mirabolanti peripezie della sua precedente vita burattinesca. Un cambiamento che diventa l’emblema malinconico del passaggio dalla magica libertà infantile ai doveri e alle responsabilità della vita adulta: il principio di realtà che prevale sul principio di piacere, potremmo dire con Freud.

Forse proprio per questo Pinocchio, favola nata nella Toscana agricola e municipale del secondo Ottocento, ha acquistato un valore universale, diventando una sorta di paradigma esistenziale che non ha mai smesso di stimolare le più svariate interpretazione e riletture: il film di un fuoriclasse dello spettacolo come Roberto Benigni è solo l’ultima di queste esperienze, ma pensiamo anche alla trasposizione radiofonica di Carmelo Bene, o alla «riscrittura» operata da Giorgio Manganelli. Senza contare poi l’attenzione che l’opera di Collodi ha ricevuto da diversi settori della critica letteraria.

A cura della Redazione Virtuale

15 maggio 2001
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Ivan (sumingelender@hotmail.com), Sarajevo, 4/09/'03

Pinocchio (quello di Collodi, non di Disney, che e piu conosciuto dalle mie parti) e un'incredibile ed estensivo serbatoio del meraviglioso, che non e piu romantico, ma ne ancora moderno (meraviglioso moderno esiste - Italiani lo sanno), e un grumo dei simboli, altrettanto mediteranei che europei. Parlo qui dei simboli, invece dell'insieme, perche i simboli SONO il meraviglioso del Pinocchio, e vice versa. Si tratta di un meraviglioso che sembra di fare apposta per essere inverosimile. Inverosimilitudine e una carratteristica della tradizione letteraria italiana (anche tipicamente, mi permetto) - la quale funzione, non e solo estetica, ma e anche profondamente marcata della ribellione metafisica e altrimenti - da Dante, che fu tutto, fino al simpaticone Calvino. Collodi fa parte della continuazione di questa tradizione, ma il tempo e il luogo della redazione del Pinocchio (piccolo pino con il grillo adosso)sono importantissimi: La Toscana del secondo '800. Il Pinocchio e anche un simbolo dell'identita culturale.


Antonio Fiori, Sassari, 23/07/03

Pinocchio è un ever green, una miniera di archetipi, una fonte inesauribile di riso e di malinconia, di paure e di allegria.L'episodio del campo dei miracoli è molto più di un apologo, è un invito perenne a diffidare degli imbonitori e l'incontro di Pinocchio con Geppetto nel ventre della della balena rappresenta le angosce e le speranze di ogni epoca e di ogni generazione.


Laura Vaioli, (l.vaioli@mamabit.com), Firenze, 31.05.2002

Cosa rende Pinocchio eccezionale? Il ritmo narrativo. Bella storia il romanzo d'appendice, e bella scuola per ogni scrittore! Ti mettevi lì e dovevi dare il meglio di te, in un tot di righe per agganciare il lettore. Ti pagavano in base all'efficacia. Ed era marketing a tutti gli effetti, perché per seguire una storia il lettore si abituava ad acquistare abitualmente la rivista. Così quelli bravi e spesso disperati, per denaro e a volte per sfida, si cimentavano con le regole psicologiche della fiction. Ogni puntata doveva essere una bomba più un gesto. Ovvero una bomba che esplode (la puntata) e una mano lanciata in aria con la prossima bomba (la puntata successiva). E dovevi avere degli ingredienti fissi ad ogni uscita, per sfamare gli affamati e dissetare gli assetati. Un episodio deve avere un cuore, un crescendo che scende, qualcosa da far sognare, qualcosa da far sperare, qualcosa di universale. Un seme che germoglia; un' idea, uno stelo (il tempo narrativo) una corolla (lo spazio narrativo) un pistillo (la poesia, il desiderio, il sogno). Senza una buon seme mon si può avere una gran pianta, ma il seme non basta. Ecco allora che Collodi riesce a metterci dentro il colore delle parole. Ed anche il loro peso. Non c'è quella tristezza che tutti ci hanno voluto vedere nella storia del burattino. C'è movimento e teatralità nei gesti, negli snoccolamenti delle giunture di legno. C'è vis comica da dare e da serbare in quei battere la testa contro al muro, sfregare del legno contro al legno, correre più veloce di una lepre in fuga. Dimanismo dunque e carattere. La tempra indistruttibile di un ribelle patentato che casca continuamente nello stesso errore e si lascia convincere a fare qualsiasi cosa pur di non lavorare. Pinocchio è la storia di un incorreggibile che poi viene corretto e rimane l'archetipo del credulone scansafatiche che ha bisogno di libertà. Pinocchio cambia programmi in continuazione ma resta sempre affettuoso e sensibile, esattamente come quella parte di noi che ogni notte si avvicina all'omino di burro e si incammina verso il paese dei balocchi sperando di non tornare indietro prima del momento esatto in cui la vita si risveglia e la teatrale arroganza di Lucignolo si sbiadisce alla luce del sole, come un sogno.


Anna Maria Fabiano (fabiano.annamria@tiscalinet.it) Zumpano, Cosenza 20.07.2001

Fu la mia cara maestra Santina a farmi amare Pinocchio, leggendo a noi scolare qualche pagina del libro di Lorenzini per dieci minuti al giorno. In seguito lasciavo passare del tempo, per rileggerlo e riprovare emozioni. E sempre ne riscoprivo di nuove. Il dolore pungente per la morte del grillo parlante, le risate per la lite tra i due falegnami, la dolcezza verso la fata bambina e l'angoscia di fronte alla sua lapide...e poi lo stupore, nel ritrovarla grande, una donnina che lava e stira...Un libro forse nato per caso, pubblicato a puntate, persino con qualche ripetizione concettuale. La parabola della vita non poteva essere rappresentata meglio con questo legno vivente, simbolo di ribellione e di bonaria superficialità, e la sua trasformazione in ragazzino per bene, dopo tante avventure. Sì, concordo con Carla Gaiba (autore di questo articolo NdR), "la trasformazione lascia l'amaro in bocca", ma non perchè sia fuori luogo, anzi, è la naturale conclusione di un processo di crescita. E' che fa male al cuore staccarsi da Pinocchio, dal monellaccio dal cuore d'oro. Mamme, maestre, adulti insomma, leggete ancora Pinocchio ai vostri piccoli, lasciete che comprendano "fiabescamente" quanto sia importante non cadere nei pericolosi tranelli dei "gatti" e delle "volpi" oggi più che mai in agguato (cito Edoardo Bennato....).




http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 28 set 2006

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