POEMI CONVIVIALI CONTIENE 20 COMPONIMENTI DI GIOVANNI PASCOLI TRATTI DA MITI E LEGGENDE DELL'ANTICHITÀ CLASSICA

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Poemi conviviali (1894 - 1904)



Giovanni Pascoli, Poemi conviviali
Mondadori
Oscar classici, 1995
Euro 6,20

uarta grande opera poetica di Giovanni Pascoli, Poemi conviviali, pubblicata nel 1904 e dedicata all’amico Adolfo De Bosis, raccoglie i poemetti scritti tra il 1893 e il 1904. Il motto in latino riprende ancora un verso di Virgilio: «Non omnes arbusta iuvant» cioè non a tutti piacciono gli arbusti.

La raccolta comprende 20 poemetti che si rifanno a temi e personaggi del mondo classico greco e latino. Da Solone a Ulisse; da Psyche a Cristo. Pascoli rivisita questi personaggi con il suo animo incerto, perplesso e decadente e per questo motivo molti di questi personaggi perdono la loro tradizionale forza per assumere un carattere e un comportamento decadente e incerto.

Ecco come Francesco Puccio presenta i Poemi Conviviali:

«In quest’opera si assiste ad una strana contaminazione tra due mondi in netta opposizione: il classico e il decadente. Il primo, espressione della solarità, dell’equilibrio, della razionalità; il secondo, regno delle tenebre, dell’inquietudine, dell’irrazionale. Attraverso un’operazione estetizzante, sia nella rievocazione erudita di miti e di atmosfere, che nel preziosismo decorativo alessandrino - parnassiano, Pascoli spoglia il personaggio classico della sua olimpicità e gli dà un’anima decadente, con le sue incertezze, i suoi smarrimenti e l’angoscia esistenziale».

L’esempio più clamoroso è Ulisse che perduta tutta la sua forza tutta la sua dignità, diventa un uomo dubbioso quasi pauroso. Il poema L’ultimo viaggio composto da 24 parti, ripercorre l’odissea che, nello spirito decadente, termina con i famosi versi:

    «Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
    ma meno morte, che non esser più!».

I critici e gli studiosi interpretano questi versi con il significato di “non essere è meglio che essere” cioè è meglio non nascere che nascere perché la morte è più dolorosa che non nascere.

Ecco come spiega F. Puccio: «E’ meglio non essere mai vissuti (non essere mai) forse ciò rappresenta un totale senso di vuoto (più nulla) ma è meno doloroso (ma meno morte), piuttosto che vivere sapendo di dovere un giorno morire.»

Tuttavia non sembra meno plausibile l'interpretazione opposta: “Non essere mai, non essere mai, morire, ma la morte è meno dolorosa che non nascere mai”, ovvero, è meglio vivere perché la morte è meno dolorosa che non nascere mai!

Ed ecco la bella spiegazione di F. Puccio:

    «L’Ulisse pascoliano perde la fermezza d’animo, la solidità interiore e l’integrità della psiche che gli aveva dato Omero. Diventa l’emblema dell’uomo moderno che si smarrisce nei labirinti interiori, tormentato dalla crisi di identità e dalla caduta delle certezze. Egli, già vecchio, riprende i viaggi in mare di una volta, rivede i luoghi di un tempo e ripercorre le tappe del proprio passato per ritrovare la coscienza smarrita. Nell’incontro retrospettivo con le sirene, Ulisse è l’uomo che ha percorso tutto il mondo conosciuto, che ha esaurito ogni tensione cognitiva verso l’esterno e che ora si ripiega all’interno degli oscuri meandri del proprio “Io” per chiedere ad esse disperatamente che egli sia, chi sia stato, a ciò che ha vissuto. Davanti a Calipso, non è più l’uomo fiero della propria umanità che rinunziò all’immortalità promessa dalla dea, ma è ridotto ad una larva di ciò che era, con sul volto il pallore e i tremiti della morte: l’agonismo, l’eroismo, l'ulissismo dantesco di chi non ha voluto «negar l’esperienza / di retro al sol, del mondo senza gente» crolla impietosamente davanti alla lacerante conclusione pascoliana. Il poeta toglie ogni significato ideale, svuotandola di ogni valore, riducendola al nulla più assoluto: è la negazione più assoluta del vitalismo, è l’espressione più disarmante del nichilismo rinunciatario».

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 03 maggio 2006
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