POESIA IN FORMA DI ROSA, DI PIER PAOLO PASOLINI: L'ESPERIENZA DELLA REALTA' DOPO IL CINEMA

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Poesia in forma di rosa (1964)


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Pier Paolo Pasolini, Poesia in forma di rosa (1964)
Garzanti, Milano 2001
Gli elefanti. Poesia, pp. XI-256
Euro 9,30

idea che Pasolini ha del cinema è mistica: si riferisce ad un pensiero che è realizzato nel cinema, ma che è anteriore al cinema stesso e ai suoi personaggi. Per Pasolini la realtà esiste materialisticamente ed è una lingua, non uno scenario mentale; gli uomini vi interagiscono; la lingua in cui la realtà si manifesta è visiva e orale, per cui primitiva e pre-culturale; anche questa lingua, come le lingue umane, entrerà nella scrittura: solo che la lingua scritta della realtà non è evocativa (le parole non sono le cose) ma ‘tautologica’ (le cose sono le cose), e la scrittura della realtà utilizzerà gli elementi della realtà, così come sono.

La scrittura della Realtà è il cinema: un cinema sui generis, in cui i poveri sono veri poveri, un facchino è un vero facchino «corpo e voce», i doppiatori non sono professionisti, la cinepresa è tenuta sulla spalla. La realtà stessa fornisce i materiali, viventi e non: l’intervento dell’artista, in questo modo, riguarda, più che altro, l’invenzione del progetto giusto e il montaggio discorsivo della pellicola. L’uomo, cioè, è elemento del mondo e autore della storia (in tutti i sensi) e del racconto. Nella Realtà «tutto è santo».

Arrivare a questi pensieri non è indolore. Ma soprattutto non può non avere conseguenze su tutto il resto.

Poesia in forma di rosa viene pubblicato nel 1964, e dal 1961 Pasolini è anche regista. Con la rigenerazione di sé e della lingua nel cinema accadono due cose, in campo poetico: in primo luogo, una pronuncia molto più orale e quotidiana, e quindi meno metrica; poi l’esplosione delle forme (poemetti in terzine, pagine di diario in lasse di versi sciolti, poesie a forma di croce o di clessidra), parallela alla molteplicità delle ossessioni.

Nei saggi di Empirismo eretico Pasolini spiegherà che la poesia è, rispetto al cinema, un’«evocazione da stregone», vale a dire un intervento lessicale, che — per la natura stessa del mezzo — nomina le cose, ma non può mostrarle nella loro realtà, «piene della loro fisica gloria» (e si noti che gloria, per chi ha letto Dante, significa anche luce). La coincidenza tra il nome e la cosa è artificiale, e questa velleità può scatenare esperienze anche autoritarie.

I temi sono quasi sempre personali: sia perché riguardano viaggi ed esperienze dell’individuo Pier Paolo Pasolini sia perché i viaggi e le esperienze del singolo non possono fare a meno dell’incontro (amichevole, sensuale, sessuale, professionale) con altre persone. Il libro è quindi carico di nomi di altri uomini. È anche esteticamente ‘sporco’, soprattutto perché non mostra un vero e proprio asse tematico e sembra estraneo ad ogni progetto che non sia quello «di opere future» (molte, perché scrivere molto non è solo opera narcisistica, ma di passione; sono necessari interi libri e interi film per dire tutto).

È opera di montaggio, come il cinema, anche se, a differenza del cinema, non può riprodurre «corpo e voce» degli altri; e se è così, all’assenza di un tema, deve far fronte la presenza di una storia, perciò, automaticamente, di uno o più uomini.

In Poesia in forma di rosa Pasolini è, insieme, l’io narrante e l’io di cui si narra. La «disperata vitalità» dell’uomo e la «vita furente [o nolente] [o morente]», che è «la mia vera passione», non sono veri e propri argomenti, ma le condizioni perché ci sia, umanamente, storia.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 29 settembre 2004
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